Maternità Utero in affitto

Maternità e idea di libertà oggi

Sala Regina, Camera dei deputati [Ph. Eljor Kerciku]
Sala Regina, Camera dei deputati [Ph. Eljor Kerciku]
Francesca Izzo
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Di seguito il discorso di introduzione di Se non ora quando – Liberescritto dalla nostra Francesca Izzoall’incontro internazionale Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale che abbiamo organizzato lo scorso 23 marzo presso la sala Regina della Camera dei deputati.

 

Un vivo ringraziamento alle ospiti europee, alle relatrici e relatori, alle numerose associazioni e personalità della società e della politica che hanno accolto il nostro invito, al pubblico qui presente. Qualche parola su cosa ci ha spinto ad organizzare questo incontro, affrontando uno sforzo non indifferente da molti punti di vista. Ciò che a noi sta a cuore è contribuire a creare una nuova cultura, un nuovo senso comune, non solo femminile, intorno alla maternità e una più ricca e inclusiva idea di libertà.

Noi di Se non ora quando – Libere siamo nate, dopo la conclusione del grande movimento Se non ora quando?, lanciando la campagna culturale Riprendiamoci la maternità, perché eravamo e siamo convinte che l’allarme ciclicamente lanciato dalla politica, dagli opinion maker, dagli studiosi sul crollo delle nascite, sul declino per invecchiamento delle nostre società occidentali sia inevitabilmente destinato a cadere nel vuoto, se non si guarda il problema alla sua radice, cioè al posto che la maternità occupa nella percezione comune di una società libera, moderna democratica. Il fatto è che lo straordinario evento della libertà delle donne non è stato colto in tutta la sua portata.

In realtà le donne (e gli uomini con loro) delle nazioni democratiche occidentali vivono dentro un dilemma di enorme rilevanza: o mirare a cambiare radicalmente gli attuali assetti della società o adattarsi all’esistente in modo subalterno.

In effetti, l’accesso in massa delle donne alla libera espressione di sé consente per la prima volta nella storia di pensare che anche la creazione e la cura degli esseri umani non sia più una necessità naturale ma un atto di libertà, al pari della creazione politica o della creazione intellettuale o spirituale; così anche la maternità può accedere non solo alla libera scelta ma alla libertà: non più una esperienza socialmente problematica che pesa (o penalizza) sulle donne ma un tratto costitutivo della piena identità umana, che si scelga o no di essere madri. Ma ciò richiede appunto cambiamenti culturali e sociali.

Una via d’uscita può anche essere l’accettazione di un modello di vita nel quale certo le donne godono di maggiori libertà ma al prezzo di cancellare ogni loro tratto differente, neutralizzarsi, in nome di quella uguaglianza consegnata alla storia del dominio degli uomini.

Non si tratta di idee fantasiose. Se non si diffonde la consapevolezza tra gran parte delle donne, soprattutto delle giovani generazioni, che la maternità non è un peso da cui liberarsi ma una potenza da affermare politicamente e socialmente, nessuna politica davvero innovativa si farà, non si destineranno importanti voci del bilancio statale per armonizzare i tempi di vita e di lavoro, per promuovere la condivisione della cura domestica, per favorire il lavoro delle madri e il benessere dei bambini. Ma si investirà su altro, si guarderà ad altro, anche a utilizzare in modo surrettizio la tecnica.

Per contrastare il fatto che nascono pochi bambini, appare più agevole e conveniente ricorrere alle possibilità offerte dalla tecnica e dalle scandalose disuguaglianze a livello globale. Alcuni tra i più autorevoli e influenti medici e scienziati di levatura internazionale lo sostengono da tempo.

Con l’aiuto della tecnica le donne sentono di poter svincolare la maternità dai limiti temporali, dai limiti corporei coltivando l’illusione di corrispondere al modello di un individuo del tutto padrone di sé, del suo tempo, con un corpo a totale disposizione della propria volontà (quando e come vogliono). E d’altra parte – fidando che una soluzione tecnica si troverà – si può accettare passivamente di rinviare la maternità perché non ci sono soldi, non c’è la sicurezza del lavoro, della casa, ma sentendosi personalmente inadeguate perché avere un figlio appare come una faccenda maledettamente privata.

Da qui il disagio della maternità vissuto da generazioni di donne: da un lato spasmodicamente desiderata fino a configurarla come un diritto da esigere non importa a quali condizioni, dall’altro subita come quel millenario legame naturale che un tempo condannava le donne alla subordinazione e alla esclusione dalla sfera pubblica, e che continua ad essere un handicap nella competizione sociale. E la tentazione è forte: le donne e gli uomini tendono a rivolgersi alla tecnica per adattarsi agli imperativi dominanti piuttosto che affermare con forza che se l’Occidente vuole avere qualche speranza di futuro deve rendere la maternità libera.

Questi sono i temi che abbiamo messo in cantiere, ma perché possano avere un qualche sviluppo, avere una qualche influenza nelle scelte culturali e politiche a venire occorre sgombrare il campo dalla legittimazione diretta o indiretta dell’utero in affitto. Anche se nostre amiche, come noi contrarie in linea di principio alla maternità surrogata, hanno tentato di dissuaderci sostenendo che il tema è lontano dalle preoccupazioni, dalle aspettative delle giovani donne alle prese, in Italia, con le enormi difficoltà a diventare madri, noi siamo persuase che, se non si crea un comune sentire contrario alla pratica dell’utero in affitto, ogni proposito di “riprendersi la maternità” suonerà illusorio.

In effetti, la maternità surrogata, detta anche GPA, cioè gestazione per altri, è non solo una affermazione estrema di un diritto proprietario sul proprio corpo e sui suoi frutti, ma postula una concezione della maternità che ne distrugge il senso di atto liberamente umano. La maternità surrogata è una pratica sociale che, utilizzando tecniche inizialmente create per altri fini, consente a committenti, coppie o singoli, di comprare l’utero di una donna, di impiantarvi ovuli fecondati e di appropriarsi del bambino nato. Mentre si esalta il desiderio di generazione, la maternità – che è un’unità indissolubile di elementi emozionali, razionali e chimico-biologici che coinvolgono la donna e il nascituro – viene invece scomposta in tante parti distinte una dall’altra, come se si trattasse di una cosa. La dignità altamente umana della maternità decade a procedimento meccanico le cui componenti scisse diventano merci da mettere sul mercato. Parlare di un atto di libertà o di amore serve solo ad oscurare il dato che le donne ridiventano oggetti a disposizione non più di un patriarca ma del mercato e che i bambini sono concepiti in vista di uno scambio.

Sostenere, come si sta facendo nella discussione sulla maternità surrogata, che la condanna di questa pratica mette a rischio l’autodeterminazione femminile conquistata con la legalizzazione dell’aborto significa non averne chiari i fondamenti. Solo attribuendo dignità esistenziale all’intero processo procreativo e alle donne la titolarità soggettiva di esso si è affermata l’autodeterminazione e la libertà di non diventare madri. Ma se si accetta, come nella maternità surrogata, anche in quella cosiddetta solidaristica, di spezzare l’unitarietà del processo, di segmentarlo in ovociti, gravidanza e neonato, togliendo alla gravidanza ogni “pregnanza” fisica, emotiva, relazionale e simbolica, facendone un processo meccanico/naturale, si incrinano le basi stesse dell’autodeterminazione. Paradossalmente, in nome della libertà si espropriano le donne di ciò che le determina e le fonda.

Infine un’ultima ma non meno importante considerazione: abbiamo voluto tenere questo incontro qui nella massima sede della rappresentanza popolare a costo di sfidare un certo buonsenso politico che ci diceva: ma come – mentre l’Italia, e l’Europa, è alle prese con enormi problemi economici, sociali e con convulsioni politiche gravi – voi discutete, alla Camera dei deputati, di maternità surrogata. Ebbene sì, perché su queste questioni, che sembrano toccare pochi e sollevare interrogativi scarsamente comprensibili ai più, si delineano le nuove distinzioni tra ciò che è progresso e ciò che non lo è. Perché non si può lasciar correre come un’ovvietà la rivendicazione che far nascere un bambino con la surrogata sia un gesto non solo d’amore ma di libertà e di progresso, mentre rifiutare una pratica che riduce le donne a contenitori e i bambini ad oggetti di scambio mercantile sia segno di bigottismo reazionario. È su queste frontiere che va trovata la misura per dare di nuovo senso a parole che lo hanno smarrito.

 

 

Chi ha scritto questo post

Francesca Izzo

Francesca Izzo

Vivo a Roma ma sono originaria di un piccolo paese del casertano. Sono sposata con un figlio. Ho insegnato fino a qualche anno fa Storia delle dottrine politiche all'università l'Orientale di Napoli. Ho fatto parte dell'associazione di donne DiNuovo, e sono tra le fondatrici del movimento Se non ora quando. Dalla ormai lontana giovinezza partecipo a gruppi, movimenti, coordinamenti di donne e ne scrivo. Penso che la sfida più grande alla cultura e alla politica sia realizzare un mondo a misura delle donne e degli uomini, a misura dei due sessi. Dopo l'intensa esperienza del movimento Se non ora quando? sono persuasa che questo sia il tempo di rendere popolari le idee legate alla libertà femminile e quindi ho deciso con le altre di Libere di dar vita al sito Che Libertà.

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