Utero in affitto

Raúl Solís: il volto brutale del gaycapitalismo

Roberta Trucco
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Grazie a Raúl Solís, giornalista spagnolo, per questo splendido articolo che grazie alla traduzione di Anita Silviano potete leggere di seguito. Un grazie va all’enorme lavoro di chi da rilievo a posizioni che danno fastidio alle potenti lobby. La rete si allarga ed è fatta da gente semplice che indefessa fa girare notizie che altrimenti rimarrebbero sommerse e noi contribuiamo a farle girare. Chi foraggia trasmissioni sulla surrogata, come quella de Le Iene si preoccupi. Noi non siamo una lobby ricca ma siamo una lobby potente perché profondamente motivati a difendere il diritto per eccellenza: la dignità dell’essere umano e non ci sono barriere che ci dividono su questo punto. Siamo tutti diversi per provenienza, colore politico, religione e orientamento sessuale ma abbiamo un punto comune: il principio che dell’essere umano non si fa merce di scambio e neanche di dono.

 

Utero in affitto: il volto brutale del gaycapitalismo di Raúl Solís
Sono gay. Lo specifico perché pur frequentando molti uomini omosessuali in diversi contesti sociali, non sapevo che la questione degli uteri in affitto o gestazione surrogata fosse un trending topic per i gay.
Inoltre, solo sei mesi fa non conoscevo nessuno che volesse diventare padre mediante questo feroce metodo. Conoscevo ricchi famosi ma non nei gay normali con i quali mi relaziono.
Tuttavia, da qualche mese una ondata di uomini omosessuali, di solito organizzati attraverso entità LGTB, sovvenzionate con denaro pubblico per lavorare per l’uguaglianza di gay, lesbiche, transessuali e bisessuali e non per difendere la compravendita di donne con metodo di inseminazione artificiale, stanno facendo una tournée mediatica per convincere la società a regolare i ventri in affitto – loro la chiamano maternità surrogata – per favorire la tolleranza sessuale e la uguaglianza. Pertanto opporsi agli uteri in affitto, secondo questa lobby di gay ricchi è andare contro la comunità gay e mettersi dal lato della gerarchia ecclesiastica.

Da mesi sono perplesso del come uomini gay e rappresentanti di organizzazioni LGBT stiano cercando di far vedere alla società che, noi gay, in complesso, crediamo di avere il diritto di essere padri comprando l’organo riproduttivo di una donna impoverita. La mia perplessità si trasforma in rabbia quando penso alla malvagità racchiusa in queste entità gay che difendono questa macabro modo di essere genitori.
Storicamente, sono state le donne che, per prime, hanno dato rifugio agli omosessuali quando il destino turistico dei gay erano le incruenti prigioni, quando vivere in libertà significava essere espulso da casa per dote una bastonatura e il mondo dello spettacolo e la prostituzione erano le uniche opportunità di lavoro se si voleva zigzagare la marginalità.
Sono state le donne le prime alleate degli omosessuali. È stato il femminismo che ci ha accompagnato alle prime dimostrazioni negli anni ’80 e ’90 per la parità di diritti e del matrimonio egualitario. Sono state loro a proteggere i nostri figli omosessuali per evitare che li picchiassero. Sono state le donne che hanno difeso nel Congresso il nostro diritto a sposarci, a essere cittadini di prima classe e che hanno fatto pressione dentro i partiti progressisti affinché si avesse finalmente in Spagna una legge sul matrimonio e l’adozione tra le più avanzate al mondo.
Nonostante tutto questo, molte entità LGBT hanno dimenticato troppo in fretta e, alla prima occasione, si sono poste contro le donne e il movimento femminista, perché il loro desiderio di essere padri si mette in cima al diritto della donna sul suo corpo. Arriva questa ‘assurdismogay’ militante che professa il principio che se una donna accetta di ingravidarsi, perché un uomo ricco sia padre, è un atto di libertà, prostituendo così il significato di una parola così solenne e bella come libertà.

Dal credere così tanto che la libertà consista nel decidere se vogliamo una camicia Zara rossa o verde, molti attivisti gay hanno dimenticato che la libertà non è un fatto individuale ma un impegno collettivo per il benessere e la dignità della nostra società. Cioè, che ci siano persone che accettino un lavoro di 10 ore il giorno di sotto il salario minimo è un atto di necessità mai in nessun caso di libertà. Non è libertà, perché accettando di guadagnare un salario minimo stanno legittimando che gli imprenditori abbassino la retribuzione agli altri lavoratori che percepiscono salari più alti. Se la libertà è usata per uccidere, impoverire, violare diritti umani o trasformare le persone in oggetti, è selvaggismo non è un diritto.
Il capitalismo selvaggio cerca di convincerci che le donne siano vendibili e convenienti, privandole del loro valore come esseri umani e lanciando un messaggio che, come stanno le cose, ogni violenza contro di loro è comprensibile, legittima, socialmente accettabile e legislativamente regolabile. E le associazioni gay, piuttosto che difendere quelle che sono state le nostre prime alleate, le donne, si mettono affianco del sistema capitalista che accetta solamente la diversità e i diritti attraverso la carta di credito. C’è da piangere! In Spagna si può già avere un figlio attraverso la maternità surrogata volontariamente senza cambiare la legge. Una donna può rimanere incinta e dare il bambino in adozione. La legge si vuole modificare perché si introducano contratti commerciali in questa pratica e trasformare le donne in contenitori. Non fatevi ingannare!

Chi vuole vendere lo sfruttamento e compravendita di donne, che lo faccia in suo nome, e non in nome dei gay che siamo milioni, diversi e non tutti abbiamo abbracciato il gay capitalismo, la dimenticanza e il selvaggismo. Io non sarei in grado di spiegare a mio figlio, che l’ho avuto approfittando dello stato di bisogno di sua madre, comprando il suo utero, mettendo a prova il suo corpo con una gravidanza di nove mesi e firmando una clausola di un contratto commerciale, secondo la quale se, il prodotto non mi convince, avrò il diritto di rimandarlo indietro, come si restituiscono i prodotti che non ci convincono quando arrivano a casa. Io non riuscirei a guardare mio figlio in faccia per spiegargli che l’ho comprato come si compra una maglietta di Zara.

Servitevi di questo articolo per gridare ad alta voce che, come uomo gay, rifiuto chi sta usando il mio orientamento sessuale, per difendere che noi gay abbiamo il diritto di acquistare donne per soddisfare i nostri desideri di essere padri. Non voglio che essere gay significhi indolenza, mancanza di solidarietà, oblio, misoginia e insensibilità verso le donne, soprattutto, con le più povere tra le povere, che sono quelle che venderanno i loro uteri, affinché, i gay ricchi possano poi vendere la esclusiva della infamia sulle riviste del cuore. Non in mio nome! (traduzione di Anita Silviano)

Chi ha scritto questo post

Roberta Trucco

Roberta Trucco

Classe 1966, genovese doc (nel senso di cittadina innamorata della sua città), felicemente sposata e madre di quattro figli. Laureata in lettere e filosofia. Da sempre ritengo che il lavoro di cura non si limiti all'ambito domestico, ma debba investire il discorso politico sulla città. Per questo sono impegnata in un percorso di ricerca personale e d’impegno civico, in particolare sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini. Amo l'arte, il cinema, il teatro e ogni tipo di lettura. Da alcuni anni dipingo con passione, totalmente autodidatta. Intendo contribuire alla svolta epocale che stiamo vivendo con la mia creatività unita a quelle delle altre straordinarie donne incontrate nella splendida piazza del 13 febbraio 2011 di Se non ora quando. Credente, definita dentro la comunità una simpatica eretica, e convinta "che niente succede per caso."

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