Utero in affitto

La grande rimozione

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La maternità non è un istinto, non è una mistica, non è l’essenza delle donne; la maternità è una relazione, biologica, affettiva, personale e sociale

 

A chi non piace l’idea di un bimbo appena nato tra le braccia di due genitori, etero o omosessuali che siano? La gioia di aver ottenuto quello che magari si è desiderato per anni: un bambino tutto proprio. Ma cosa c’e` dietro quest’immagine? Il 14 marzo si è tenuto a NY il convegno di Stop Surrogacy Now sul Commercio del corpo femminile che ha visto la partecipazione di donne direttamente coinvolte nella maternità surrogata e di esperte/i che da anni la combattono. Negli Stati Uniti la maternità surrogata è legale e alimenta un’industria fiorente che serve committenti americani e ed europei.

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Nel convegno, pur non essendo mancati momenti di analisi sugli aspetti sociali, politici ed etici del problema, si è concentrata l’attenzione soprattutto sulla denuncia degli aspetti pratici legati alla commercializzazione della maternità e dei bambini. Come Jennifer Lahl, una delle organizzatrici, ha sottolineato, si è voluta smontare la “Happy story” che l’industria della maternità surrogata, composta da agenzie di intermediazione, cliniche e medici, ci ha raccontato fino ad oggi, per mostrarne gli aspetti reali molto più controversi.

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Toccanti le testimonianze di alcune giovani donne che in un modo o nell’altro hanno sperimentato su loro stesse gli effetti della maternità surrogata, come quella di Jessica che si definisce “prodotto” di una surrogata e che ha voluto condividere la sua storia dolorosa: i problemi psicologici ed emotivi che hanno segnato tutta la sua giovinezza, la sensazione di estraneità e di falsità provata nell’infanzia, l’inadeguatezza sentita in risposta alle “aspettative di perfezione” che la famiglia dimostrava di avere nei suoi confronti, la sua incapacità di identificazione con la “madre”, fino a che la scoperta, intorno ai 26 anni, di essere ”stata acquistata” (parole sue), ha fatto luce sull’origine del suo disagio.

O come quella di Kaily, “donatrice” una tantum di ovuli, che ha raccontato di come negli Stati Uniti, senza nessuna informazione preventiva dei rischi a cui sarebbe andata incontro e dopo aver firmato un contratto in cui rinunciava a priori ai suoi diritti di rivalsa, abbia subito la superstimolazione ormonale prevista in questi casi per assicurare la “produzione” di un alto numero di ovuli (visto che la fecondazione in laboratorio richiede un numero X di tentativi, spesso coronati da insuccesso). L’operazione subita per la “estrazione” degli ovuli ha avuto, come a volte succede, delle conseguenze gravissime per la sua salute. Oltre ad aver rischiato la vita Kaily, come molte altre donatrici, ha forse perso per sempre la possibilità di avere un giorno figli suoi. Scopriamo che negli Stati Uniti i contratti stipulati con le donatrici e con le madri che si prestano a questa pratica prevedono persino la cessione all’agenzia dei diritti sulla “end of life”, cioè sul testamento biologico.

Durante la seconda parte del convegno Julie Bindel, giornalista e attivista femminista, ha messo in luce il problema del “turismo riproduttivo” e dei “bambini su ordinazione”. La sua inchiesta sulle agenzie internazionali indiane e tailandesi che servono soprattutto i committenti provenienti dai paesi europei dove la maternità surrogata è fuori legge, ha reso evidente le pratiche a dir poco “coloniali” di sfruttamento delle donne locali. Le donne, in genere poverissime, sono spesso costrette dalle famiglie o dai mariti a sottoporsi alla pratica della maternità surrogata: i compensi per loro considerevoli, in realtà sono irrisori rispetto a quello che l’agenzia o la clinica fanno pagare ai committenti. Le donne selezionate, dopo aver firmato un contratto nel quale cedono in sostanza i diritti alla loro autonomia e dopo aver subito l’impianto dell’ovulo fertilizzato, vengono “ricoverate” per nove mesi per essere tenute sotto controllo.

Dal momento in cui entrano in queste case o colonie, non possono più uscire, non possono ricevere visite (neanche dei familiari), non possono prendere medicinali, bere alcolici o fumare e cosi via. In pratica sono in uno stato di prigionia. Le decisioni sul tipo di parto e sui tempi nel caso di complicazioni spettano unicamente all’agenzia e/o alla clinica. I parti anticipati e cesarei sono la norma, tutte le procedure mettono in secondo piano la salute delle madri e tendono invece a non mettere a rischio la nascita del bambino o meglio dei bambini, visto che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di parti gemellari. Infiniti sono i casi di madri abbandonate a loro stesse immediatamente dopo il parto con le conseguenze che si possono immaginare. Le condizioni delle “cliniche” possono variare da poverissime a semicivili. Senza fine la lista degli orrori messi in luce dall’inchiesta, dalla scelta del sesso del bambino permessa in Tailandia, al traffico del latte materno sottratto alle partorienti, a quella dai bambini “avanzati” rispetto alla richiesta dei committenti che finiscono per alimentare il traffico della pedofilia e della prostituzione.

Janice Raymond, studiosa e attivista, ha denunciato il contesto multimilionario dell’industria della maternità surrogata, sul percorso tecnologico iniziato nel 1969 con la manipolazione genetica e con i primi successi della sperimentazione sulla fecondazione in vitro. Ha inoltre acceso un riflettore sulle innumerevoli agenzie di mediazione e sugli ambienti medici coinvolti che pubblicizzano la maternità surrogata come una tecnica ormai evoluta e priva di rischi, un modo semplice per fornire bambini a committenti che non possono avere un figlio biologico, ma che in realtà comporta anche molti aspetti problematici che vanno dalla mercificazione delle donne e dei bambini, alla perdita dei diritti riproduttivi, all’uso inconsapevole delle donne coinvolte, che permette il proseguimento in laboratorio della sperimentazione sulle manipolazioni genetiche.

Un accento importante è stato dato anche all’uso del linguaggio (che influenza anche le questioni legali). Quando si parla di “gestational carrier”, che è il termine usato per indicare la madre surrogata, si ricorre a un eufemismo disumanizzante: la rimozione della parola “madre” cancella oltre alla donna anche la relazione con il bambino, “l’utero in affitto” tende a far dimenticare che stiamo parlando di un corpo di donna che si trasforma in un corpo materno legato al bambino che cresce dentro di lei da una relazione biologica, affettiva, personale e sociale.

Jennifer Lahl, la presidente di Stop Surrogacy Now ha chiuso il convegno auspicando l’abolizione totale a livello mondiale di questa pratica così deleteria. Si apre il question time.

Inutile dire che questa serie di denunce lascia gli intervenuti attoniti a domandarsi come davanti a tutto questo sia possibile che ci sia chi parli del “diritto” ad avere un figlio. Per me è evidente che il dibattito che si è generato ultimamente sia in America, come pure in Europa, soprattutto sui mezzi stampa, deve arricchirsi di tutte le informazioni che provengono ormai da più parti, in modo che non sia più possibile promuovere questa gigantesca rimozione: “Surrogacy”, o “La surrogata”, che significa semplicemente “sostituta”, sottrae al quadro la madre e la maternità.

 

 

 

Chi ha scritto questo post

Francesca Romana Dragone

Francesca Romana Dragone

Attivista femminista di lungo corso, mi sono occupata di salute delle donne, ho partecipato alla trattativa per la fondazione della Casa Internazionale delle Donne a Roma e alle battaglie del movimento dagli anni ‘70 in poi. Sono un’appassionata studiosa di Women’s Studies, scrivo storie e favole, dipingo, mi occupo di fotografia; i miei lavori sono stati pubblicati negli Stati Uniti, dove vivo dal 2001. Torno spesso in Italia, legata come sono da amicizie profonde e da un cordone ombelicale che non intendo tagliare. Ho vissuto con grande gioia la nascita di Se Non Ora Quando?, convinta da sempre che le battaglie delle donne possano inabissarsi e riemergere ma mai scomparire.

1 Comment

  • sempre in prima fila, battagliera e indomita la mia franci s’impegna in prima persona a sostenere lo status di donna con dignità e diritti inalienabili in un mondo che però nn ha ancora ben capito. coraggio e pazienza. sempredalla parte delle donne

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