Interviste

ELISA MANNA: nuovi poveri, molte le donne

Elisa Manna (dal sito Sovvenire.it)
Simonetta Robiony
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I poveri sono in aumento, ce lo dicono le statistiche, ma la novità è che sempre di più ci sono poveri invisibili: persone che fino a qualche anno fa avevano una casa, pagavano le bollette, si permettevano due pasti al giorno, e qualche volta, potevano perfino andare in pizzeria. Oggi no. Niente di tutto questo. E tra i poveri invisibili oltre ai vecchi con pensioni al minimo, uomini che hanno perso il lavoro, padri rovinati da un divorzio difficile, ci sono le donne. O almeno alcune donne. La sociologa Elisa Manna, ex Censis e oggi responsabile del Centro studi della Caritas romana, proprio sulle povertà invisibili ha condotto una ricerca accurata che mette in evidenza questo fenomeno.

Ci sono eventi che non possiamo modificare: la globalizzazione, le emigrazioni, Internet, la robotizzazione nelle fabbriche che taglia posti, il prevalere della economia finanziaria su quella produttiva, riguardano tutte le società mature. È il momento di guardare a noi con nuovi occhiali. Serve una messa a fuoco diversa: occorrono lenti bifocali che ci permettono di vedere bene da lontano osservando i macrofenomeni ma anche vedere bene da vicino per capire quello su cui possiamo agire.

Cosa vediamo guardando da vicino?

Scopriamo che i poveri oggi non sono solo quelli vestiti di stracci. Anzi. Sono persone che appaiono uguali a noi ma non lo sono più perché non ce la fanno a sostenersi.

Le donne sono molte?

Le donne sono molte perché vivono più a lungo dei maschi. Spesso sono vedove e le pensioni di reversibilità sono bassissime: rinunciano, tagliano ma stentano. Se hanno una casa non possono mantenerla efficiente perché i lavori costano, se sono in affitto non riescono a pagarlo regolarmente e hanno il terrore di essere sfrattate. Poi ci sono le donne giovani provate da una separazione: i padri a volte non versano l’assegno per il mantenimento loro e dei figli, si negano, si creano una altra famiglia, spariscono e per queste donne la vita diventa durissima perché al loro sacrificio si aggiunge quello che sono costrette a imporre ai figli. Ci sono, infine, le ragazze madri che hanno un figlio piccolo da mantenere, un figlio spesso voluto e amato, messo al mondo senza un padre perché ritenevano di potercela fare con il loro lavoro, ma che hanno scoperto quanto costa un bambino piccolo, e costa, costa molto. In Italia c’è un milione di minori che vivono in povertà, il triplo di quelli che c’erano dieci anni fa.

Cosa si può fare per loro?

La Caritas, solo a Roma, ha effettuato circa 40mila interventi domiciliari che hanno riguardato 520 persone, l’80 per cento delle quali sono donne. Non parlo delle 10mila persone che vengono a mangiare da noi, né delle 2mila e 400 che usufruiscono di un letto o delle 5mila e 500 che sono andate a curarsi nei nostri ambulatori. Parlo dell’assistenza domiciliare: soldi dati direttamente a chi ne ha bisogno, ma anche aiuto a svolgere le pulizie in casa, a sbrigare pratiche burocratiche, a offrire semplicemente amicizia e sostegno con una visita o una telefonata. I nuovi poveri non sono unicamente gli emigranti che non riusciamo o non possiamo integrare: dal 2015 al 2016 abbiamo avuto il 56 per cento in più di nuovi poveri italiani.

Come mai l’80 per cento delle persone che chiedono una assistenza domiciliare sono donne?

Le donne, in questo caso particolare, sono più fortunate degli uomini. Hanno un vantaggio rispetto a loro: chiedono aiuto. Il maschio è legato all’immagine sociale del successo, dell’affermazione, della forza: ammettere di aver bisogno di assistenza lo fa sentire sconfitto. La donna no, sa per esperienza che la fragilità è umana, che si può perdere, che si ha bisogno degli altri. Le madri, poi, per proteggere i loro figli sono pronte a tutto: mettono da parte la vergogna e cercano un aiuto. Dai vicini se hanno dei vicini comprensivi, altrimenti ovunque. Accettano qualunque lavoro e qualunque sostegno per tentare di far vivere i loro figli. Ma la miseria porta anche altri mali: l’abbandono della scuola, il disagio mentale, l’ossessione per il gioco d’azzardo di qualunque tipo nella illusione di risolvere tutto con un colpo di fortuna.

In questi giorni nelle sale cinematografiche c’è un film, “Sole, cuore, amore” del regista Vicari che descrive una situazione simile. Una bravissima Isabella Ragonese è una madre di quattro bambini che s’ammazza di lavoro in un bar perché il marito è diventato un disoccupato: ha una casa piccola ma attrezzata, figli curati e accuditi, un compagno che le vuol bene, ma la fatica cui si sottopone è immensa.

Sono le situazioni più drammatiche: passare dalla certezza di una vita decorosa alla precarietà di una esistenza stentata. Papa Francesco ha detto che questa non è un‘epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca. Ha ragione. C’è perfino uno scavalcamento morale, uno scartamento etico. Una ragazza immagine, quelle che vengono scelte per rendere più piacevole il primo contatto coi clienti, più facilmente oggi può prendere la strada della prostituzione perché le servono sempre più soldi. I proprietari di un negozio o di una impresa per pareggiare i conti possono più facilmente passare a evadere le tasse o pagare in nero i dipendenti perché lo considerano normale. Le donne sono le prime vittime: le donne sopportano.

Ma è un bene o un male saper mettere alla prova la propria capacità di resistere?

C’è un dato tremendo che ce lo dice: quello dei suicidi. Le donne tentano il suicidio più spesso degli uomini, ma gli uomini quando decidono di farla finita vanno fino in fondo. La donna con il suicidio, in fondo chiede solo un aiuto. In lei resta sempre un filo di speranza, la possibilità di un sorriso.

Quali soluzioni si possono ipotizzare per questi guasti?

Mah. Si dovrebbe ripristinare una solidarietà sociale tra vicini, nei quartieri, nei palazzi. La vita nei piccoli centri per i nuovi poveri è più facile. Nelle grandi città tutto è dispersivo, anonimo. Il traffico e le distanze rendono perfino difficili i rapporti tra figli e genitori. Le solitudini urbane sono disperanti. Il 26 maggio noi della Caritas terremo un convegno proprio su questo tema.  

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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