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Surrogata e assistita: da una scienziata invito alla cautela

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Simonetta Robiony
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Cinquanta anni fa, dieci anni dopo la scoperta della doppia elica del DNA, nel 1967, arrivò quella di un altro DNA: il DNA mitocondriale ovvero il DNA che sta nei mitocondri contenuti dal citoplasma. “Fu molto importante anche questa”, dice Cecilia Saccone che lo ha studiato tutta la vita, “anch’io ho cominciato a interessarmene a metà degli anni cinquanta, appena laureata, e nessuno di noi scienziati poteva sospettare che i mitocondri possedessero un genoma autonomo e diverso da quello nucleare: la scoperta segnò un cambiamento nella biologia”. Dunque quest’anno il DNA mitocondriale compie cinquanta anni, ma li compie in silenzio, senza che né i media, né le università abbiano deciso il festeggiarlo. Neppure le donne nella giornata della mamma se ne sono ricordate, nonostante questo DNA segua la trasmissione matrilineare: è la donna, e solo la donna, a trasmetterlo ai suoi figli, maschi e femmine, ma sono le figlie femmine, e solo loro, che lo trasmetteranno poi ai discendenti. Si parla perciò anche di una “Eva mitocondriale” perché, seguendo a ritroso il passaggio di questo DNA da una madre all’altra, gli scienziati hanno ipotizzato di poter arrivare alla così detta “Madre di tutti noi”. Cecilia Saccone, non è una signora qualunque. È professore emerito di Biologia molecolare all’università di Bari, membro dell’Accademia delle Scienze detta “Dei Quaranta”, insegnante all’università del “Campus biomedico” romano di Genomica applicata, e vorrebbe che questo DNA fosse più conosciuto da tutte e da tutti noi per le molteplici funzioni che svolge, ma anche per i rischi che può comportare il ricorso indiscriminato alla fecondazione in vitro, tanto nell’assistita come e, ancor di più, nella surrogata.

 

Che cos’è questo DNA mitocondriale?

Le cellule della nostra specie, la specie dell’Homo sapiens, come quelle di tutti i viventi tranne i batteri, sono cellule chiamate eucariote perché hanno un nucleo centrale e un citoplasma. Il citoplasma della cellulla dell’uovo femminile ha al suo interno degli “organelli” detti mitocondri che possiedono un proprio DNA diverso dal DNA genetico contenuto nel nucleo. Quando lo spermatozoo maschile incontra l’ovocita femminile padre e madre trasmettono al figlio la metà del proprio patrimonio genetico nucleare, ma la madre fa anche altro: aggiunge in più quello mitocondriale, indispensabile per una progenie vitale.

Ha ragione la tradizione popolare, quindi, quando dice che i figli soprattutto della madre.

No, i figli sono di padre e madre, ma certo solo la madre trasmette il DNA mitocondriale che svolge funzioni biologiche importanti, la principale delle quali è la “fosforilazione ossidativa”, ovvero quel processo per cui dalla respirazione si genera la maggior parte dell’energia di cui le cellule hanno bisogno. E c’è dell’altro. La specie umana, come molte specie animali, è stata fornita dalla natura di una sorta di “controllo qualità” per fare in modo che i nuovi nati siano il più possibile sani. Il meccanismo non è perfetto perché ci sono sempre bambini che nascono con malattie genetiche, ma in generale funziona perchè gli ovociti che non possiedono un DNA mitocondriale corretto scoppiano e vengono eliminati per sottrarsi alla fecondazione. Tutto questo, purtroppo, non sempre avviene con la fecondazione in vitro.

Sì, ma oggi si possono fare tanto analisi pre-impianto per controllare la salute dell’ovocita quanto analisi post-impianto per controllare lo sviluppo del feto.

Vero, ma queste analisi riguardano solo il DNA nucleare, e comunque rivelano solo le malattie genetiche più conosciute. Purtroppo non si possono ancora fare sul DNA mitocondriale: se lo si toccasse andrebbe distrutto e con lui l’ovulo da fecondare. Da scienziata che ragiona su tempi molto, molto lunghi, che non si riferiscono né agli anni, né ai secoli ma ai millennii, io vedo un pericolo per l’umanità nella diffusione delle gravidanze in vitro. Mi è parso assolutamente insensato, per esempio, invitare le giovani donne a congelare i loro ovuli per utilizzarli anni dopo quando arriverà il momento giusto per essere madri. Eppure, questo invito ha cominciato a circolare perfino da noi in Italia dove abbiamo una natalità bassissima.

Quali sono i rischi che più la preoccupano?

La pratica della gravidanza assistita favorisce l’incontro in vitro tra l’ovocita materno e lo spermatozoo paterno per poi impiantare l’ovulo fecondato nell’utero. In questa operazione il DNA mitocondriale, un DNA nudo “small but beautiful”, potrebbe subire qualche danno oppure potrebbe non svolgere la sua funzione di “controllo qualità” e non funzionare. Anche se gli studi vanno avanti il DNA mitocondriale ancora non lo conosciamo e mi preoccupa che la ricerca non ne tiene conto.

Rischi ancora maggiori, potrebbero esserci nella pratica dell’ “utero in affitto”.

La “surrogata” o utero in affitto, ha dei problemi che ormai cominciano ad essere noti. L’epigenetica, ovvero l’influenza sullo sviluppo del feto che ha la madre portatrice, è molto più forte di quanto si ritenesse. Non è solo questione delle emozioni trasmesse dalla madre al bambino: contano anche il cibo che la donna mangia che può essere giusto o sbagliato, il clima che può essere caldo o freddo, le condizioni igieniche ottime o pessime, il lavoro faticoso o soddisfacente che svolge e tante altre cose. Tutte queste variabili possono portare perfino a mutazione del patrimonio genetico. I rischi dovuti al DNA mitocondriale si aggiungono a questi altri.

Che può succedere, allora?

Non mi spaventa per me che ormai sono vecchia, mi spaventa per la nostra specie. Non ne faccio una questione etica o filosofica e neppure mi occupo dello sfruttamento del corpo di una donna, anche se ci sono grossi interessi intorno alla pratica della surrogata. Sono una scienziata e ragiono da scienziata. Se il ricorso alla gravidanza in vitro dovesse diffondersi in maniera esponenziale potremmo arrivare ad avere una umanità meno vitale, meno forte, meno energica. Oppure potremmo arrivare ad avere due tipologie di esseri umani: quelli nati in vitro, più deboli, dominati da quelli nati secondo natura, più energici. Il DNA mitocondriale è, infatti, quello che dà energie alle nostre cellule: danneggiato funzionerebbe male.

Sembra fantascienza la sua.

Lo so. Vorrei però che ne fossimo consapevoli per la tutela della nostra specie. A cominciare da noi donne, dalle case farmaceutiche, dalla classe medica.

Visto che oggi è possibile, non si può, però, impedire a una coppia che lo desidera di avere un figlio.

No, ma si può correggere il nostro modello di sviluppo. Abbiamo un orologio biologico, maschi e femmine, di cui tener conto. Non invecchiamo solo noi donne, invecchiano anche gli uomini. L’infertilità di coppia, sempre più spesso, dipende dalla scarsa mobilità degli spermatozoi: la menopausa ci riguarda tutti. Dovremmo ricordarcelo e non continuare a percorrere senza sapere dove ci conduce la via della biologia molecolare, ma ripristinare condizioni sociali ed economiche per cui una giovane coppia possa avere figli senza la paura di perdere il lavoro, di non poter pagare il mutuo per la casa, di rinunciare ai propri sogni e alla propria realizzazione. Cominciare a pensare di avere un bambino a trenta, trentacinque anni è tardi. C’è qualcosa di sbagliato nelle nostre società. Lo dobbiamo sapere.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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