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Cina: la maternità surrogata come fonte di reddito

Francesca Marinaro
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Secondo quanto scrive il Global Times, i villaggi della Cina centrale hanno scoperto la pratica della maternità surrogata come fonte di reddito. I costi si aggirano tra i 150 mila e i 250 mila yuan, pari a 20/35 mila euro, che possono diventare anche di più in caso di parto gemellare. Si tratta di un compenso 15 volte superiore al reddito medio percepito nelle campagne. Ad alimentare la domanda sarebbero la crescita dei tassi d’infertilità, lievitati dal 3% di vent’anni fa al 15% di oggi, ma anche le coppie che hanno perso l’unico figlio permesso per legge.

È da ricordare che in Cina la maternità surrogata è oggetto di divieto contenuto nella raccomandazione del ministero della Salute del 2001, che però non è espressamente citato nella legge sulla popolazione e pianificazione familiare del 2015. Le punizioni non vanno oltre le multe, e quindi molte donne, condizionate anche dalla difficile condizione sociale in cui vivono ricorrono alla maternità surrogata, oggetto di un fiorente affare commerciale di agenzie e intermediari. Le stime parlano di circa 300 agenti che reclutano donne nei villaggi e li spediscono nelle capitali del centro e del sud del Paese, dove restano segregate fino al parto. Una nuova forma di sfruttamento che spinge anche donne non in condizione di affrontare una gravidanza a tentare di racimolare un gruzzoletto mettendo a rischio la propria vita e quella del nascituro. Siamo veramente lontane anni luce da quell’atto di “autodeterminazione” e di “generosità” che in tante predicano in questa parte del mondo a sostegno della legalizzazione della surrogata! In tal senso sono molto interessanti i dati di un sondaggio del quotidiano People’s Daily sulla legalizzazione della maternità surrogata: l’81,5% dei cinesi dice di no, contro il 13% di sì.

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Francesca Marinaro

Francesca Marinaro

Amo definirmi un’italo-belga; figlia di emigrati italiani in Belgio, negli anni ’60 ho studiato e vissuto a Bruxelles fino al 1991. L’impegno politico prima nel Pci e dopo nel Pd a sostegno dell’integrazione europea è stato per me il modo migliore per approfondire e portare a sintesi questa mia doppia appartenenza culturale. Sono stata particolarmente attiva nei movimenti europei a sostegno dei diritti delle immigrate e degli immigrati. Nella mia esperienza politica e istituzionale - parlamentare europea nel 1984 e senatrice nel 2008 - “l’Europa delle donne e delle persone” è sempre stato un terreno privilegiato d’impegno e di elaborazione. L’ho fatto e continuo a sostenerlo con lo spirito di chi vuole dare una mano, unendo quel che si può e si deve cercare d’unire per dare forma e consistenza a una società a dimensione di uomini e donne.

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