INTERVISTE MAI PIÙ COMPLICI

SIMONETTA MATONE: i magistrati rivedano la loro mentalità

Simonetta Robiony
Scritto da

 

Se non basta denunciare, non distrarsi mai, avere una condotta irreprensibile, non essere più una ragazzina ma aver superato i cinquant’anni, fidarsi del proprio avvocato, cosa ci può salvare da un femminicidio annunciato?

 

Ha suscitato particolare orrore, ma anche indignazione, meraviglia, sconcerto, l’omicidio a colpi di coltello di Ester Pasqualoni, l’oncologa uccisa giorni fa davanti al suo ospedale, da un uomo che la perseguitava da svariati anni e che dopo il delitto si è suicidato impiccandosi. Perché tra lei e quest’uomo non c’era mai stata alcuna relazione sentimentale: la dottoressa aveva solo tenuto in cura, una decina di anni fa, il padre di lui. Perché lei per due volte lo aveva denunciato ma le denunce, dopo un primo provvedimento rivolto all’uomo di tenersi lontano dalla donna, erano infine state archiviate. Perché la dottoressa non aveva mai voluto allarmare i suoi cari convinta che, dopo quattro anni di persecuzione, prima o poi l’uomo avrebbe desistito. Perché l’uomo non era un analfabeta rozzo e sprovveduto: faceva l’investigatore privato e godeva della fiducia dei suoi vicini di casa alcuni dei quali gli avevano lasciato le chiavi dei loro appartamenti. Perché l’unica colpa di questa donna era quella di essere un medico sempre disponibile, a qualsiasi ora: la sua gentilezza e generosità erano state fraintese dall’uomo che voleva a tutti i costi farla sua. Perché lascia due figli ragazzi privati della sua presenza nel delicato periodo della crescita. Perché il delitto non è avvenuto in un paesino sperduto del nostro meridione, ma nella civilissima Italia centrale, in un centro vicino Teramo, in pieno giorno, in un luogo dove chiunque, se fosse passato, avrebbe potuto vedere. Se non basta denunciare, non distrarsi mai, avere una condotta irreprensibile, non essere più una ragazzina ma aver superato i cinquant’anni, fidarsi del proprio avvocato, cosa ci può salvare da un femminicidio annunciato? Ne abbiamo parlato con la magistrata Simonetta Matone, sostituto procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma.

 

Questo caso pone una domanda forte: in Italia non bastano le leggi a difenderci? Che altro dobbiamo fare?

Le leggi ci sono, le pene si sono inasprite, la giurisprudenza ha fatto ciò che doveva e poteva. Le questioni, a mio avviso, sono altre. Due soprattutto. E su questo si deve lavorare ancora.

Quali?

La prima riguarda i giudici che, a volte, sottovalutano le denunce. Già non è semplice convincere una donna perseguitata in vario modo da un compagno, un ex fidanzato, un marito manesco o addirittura uno sconosciuto a sporgere denuncia, ma quando lo fa il caso andrebbe seguito con la massima attenzione e non come se fosse una qualunque pratica. Forse servirebbero dei corsi d’aggiornamento per i magistrati su questo argomento: non basta dire all’uomo che non può più avvicinarsi alla sua vittima, tempestarla di telefonate o sms, appostarsi vicino la sua casa, spiarla magari da lontano. Si dovrebbe controllare che il provvedimento venga eseguito e che la persecuzione abbia avuto fine.

E poi?

Poi c’è una altra difficoltà, più difficile da superare. Alcuni stalker non sono sani di mente: la minaccia di pene severe su di loro non può avere alcun effetto. Neanche il carcere li spaventa. Costoro avrebbero bisogno di essere curati più che di essere puniti. Dovrebbero essere visitati da uno o più psichiatri e dovrebbero accettare di sottoporsi a un trattamento. Ma in Italia il malato deve fornire il suo consenso informato prima di iniziare una cura e spesso chi soffre di turbe psichiche non ne è consapevole o non vuole guarire. C’è un conflitto tra il diritto del malato a scegliere se e come curarsi e la necessità di bloccare questi individui che hanno perso il senno fino ad arrivare a uccidere una donna, senza alcun valido motivo, ammesso che un omicidio possa averne uno. Il disagio mentale è diventato una malattia molto diffusa: non è più il pazzo che si crede Napoleone ma l’individuo che sviluppa una ossessione e la lascia crescere dentro di sé fino ad esserne totalmente dominato.

Ma le denunce servono?

Certamente. La donna che è fatta oggetto di qualsiasi tipo di violenza, fisica o psicologica, deve subito sporgere denuncia: prima si blocca il persecutore, meglio è. Certo, se c’è convivenza, l’uomo andrebbe allontanato da casa subito e la donna andrebbe protetta perché la denuncia aumenta l’aggressività. Applicare il Codice rosa ovunque sarebbe un vantaggio per frenare i femminicidi il cui alto numero in Italia resta invariato da anni mentre cala quello degli altri omicidi. E su questo una riflessione approfondita va fatta.

I giornali, le televisioni, i gruppi femministi, in questi ultimi tempi, hanno tutti affrontato l’argomento, anche in maniera massiccia, eppure sembra non sia cambiato niente.

Ripeto: i magistrati devono rivedere la loro mentalità e, anche se sono oberati dal lavoro, dare più peso alle denunce delle donne: devono convincersi che questa è una priorità assoluta. Ma con gli uomini che hanno smarrito l’equilibrio mentale c’è poco da fare. Ero a un processo per stalking mosso da una donna polacca contro l’uomo che la perseguitava. Ero in aula e stavo parlando. La donna mi bussa sulla spalla per farmi voltare: un gesto che mi infastidisce. Mi giro e lei mi porge il suo cellulare. Leggo. “Appena questa stronza finisce di parlare io vengo e ti ammazzo”. È chiaro che neanche il processo lo stava fermando.

 

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

Commenta

Questo Sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza. Proseguendo nella navigazione acconsentirai al loro utilizzo. Scopri di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi