LUCI ROSSE MAI PIÙ COMPLICI

Suor Bonetti: vi racconto le nuove schiave in Italia

Simonetta Robiony
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…non si può parlare alla televisione e scrivere sui giornali degli stupri con tanta superficialità, senza cognizione di causa, senza conoscere il fenomeno nella sua immensa tragicità. Significa fare chiacchiere, e anche chiacchiere pericolose. 

 

Basta con lo sfruttamento delle ragazzine africane, portate via dai loro paesi e sbattute per strada a prostituirsi, nuove schiave del sesso che l’Italia finge di non vedere per non doversi vergognare, dice suor Eugenia Bonetti che, non potendone più di questo silenzio, ha scritto una lettere al quotidiano Avvenire e torna adesso sull’argomento nella speranza che i legislatori se ne comincino a occupare.

Lei scrive che la ha indignata profondamente il risalto dato dai media alle violenze avvenute sulla spiaggia di Rimini contro una coppia di giovani polacchi prima e un transgender successivamente da parte di quattro giovani stranieri di etnie africane e nessuna risalto viene dato, invece, per le migliaia di giovani e giovanissime donne africane costrette in Italia a prostituirsi sulle nostre strade. Ma i due fatti non sono confrontabili.

E invece sì. Non è possibile che per cinque sere di seguito i nostri principali Tg abbiano dovuto aprire con il servizio sugli stupri di Rimini! Come se in Italia non succedesse altro. Cosa volevano dirci? Che i migranti sono tutti stupratori? Che chi fugge da paesi tormentati da guerre, miseria, ignoranza è per forza un criminale? Perché trattare questo caso con una evidenza sproporzionata se non per fomentare la diffidenza verso chi non è italiano come noi? E gli stupri, le centinaia di stupri che i maschi italiani di giorno e di notte praticano a danno di ragazze, spesso minorenni, portate via dall’Africa e obbligate a prostituirsi, non meritano anche questi crimini attenzione?

Non sono la stessa cosa, però…

Perche no? Io sono una suora che ha lavorato 24 anni in Africa prima di tornare qua a Roma. Conosco i loro villaggi dove non c’è neanche la scuola elementare tanto che, a volte, queste ragazzine non sanno neppure leggere o scrivere. Vengono ingannate da trafficanti senza scrupoli, scappano dalla fame, si illudono che all’estero, nella ricca Europa, possono costruirsi un futuro. Invece no. Vengono fatte schiave. Vivono in case sotto lo stretto controllo di una “madama”. Non possono fuggire, né denunciare. Devono solo fare sesso con chiunque ne abbia voglia e portar denaro ai loro sfruttatori. E non bastano 70-80mila euro per ripagare il viaggio che sono state obbligate a fare.

Ma perché in tante accettano di lasciare le loro famiglie?

Per ignoranza. Soprattutto perché non sanno quello a cui vanno incontro. Noi ci parliamo con loro. Io parlo inglese e molte un po’ di inglese lo conoscono: sono disperate. Specie le minorenni, le più ambite perché considerate fragili, disponibili e sane. Che senso ha gridare “Al lupo, al lupo” per le violenze di Rimini quando i lupi ce li abbiamo a casa e sono i maschi italiani, battezzati, cristiani, cattolici, con moglie e figli cui dicono di voler bene? Non si può parlare alla televisione e scrivere sui giornali degli stupri con tanta superficialità, senza cognizione di causa, senza conoscere il fenomeno nella sua immensa tragicità. Significa fare chiacchiere, e anche chiacchiere pericolose. Per questo ho avvertito in me un moto di ribellione e ho scritto la mia lettera all’ “Avvenire”. Io, noi suore che ci occupiamo di questo, le cose le conosciamo: gli altri no.

Cosa propone per arginare questa forma di prostituzione che confina con la schiavitù?

Che sia messa al bando, che venga considerata un crimine. Lo stato italiano deve condannare la prostituzione forzata. In altri paesi la prostituzione è stata dichiarata reato: l’Italia deve adeguarsi.

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Ci sono anche donne, però, che scelgono liberamente di prostituirsi, magari offrendosi sui siti internet, rispondendo a telefonate sul cellulare, frequentando alberghi di lusso.

Chi lo fa come libera scelta non mi interessa. È affar loro dare o non dare il proprio corpo a pagamento. A me interessano i poveri. Sono sempre i poveri a pagare il prezzo più alto. Dobbiamo fare qualcosa per difenderli da se stessi, dai loro ignobili sfruttatori, dai loro ignoranti clienti.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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