Mai più complici Succede

Violenza sulle donne: Senato blocca la nuova legge

Simonetta Robiony
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Tre stupri a Roma, tutti diversi ma tutti in centro: dietro la stazione Termini, vicino la Domus aurea, dentro villa Borghese. Due studentesse americane che denunciano per stupro una coppia di carabinieri che le hanno accompagnate a casa con l’auto di servizio. Una dottoressa che, vicino Catania, fa il turno di notte alla Guardia medica picchiata e abusata da un paziente fuori di testa. Una ragazza che presta servizio in un centro di accoglienza vicino Bergamo malmenata e violentata da un africano richiedente asilo. Solo negli ultimi giorni di questo inizio di settembre. Fanno impressione, però, soprattutto altri casi. La sedicenne del Salento uccisa dal fidanzatino minorenne come lei, nonostante sua madre lo avesse denunciato per comportamenti aggressivi e pericolosi. La studentessa di un paese del Gargano uccisa da un colpo d’arma da fuoco per vendetta dall’ex compagno della madre poi suicidatosi, e questo nonostante la donna avesse chiesto ai servizi sociali maggiore protezione per la figlia minacciata dall’uomo. Gli arresti domiciliari concessi a un femminicida che nei pressi di Udine ha ucciso la fidanzata che voleva lasciarlo. Si avverte tra le donne lo sconforto. A che serve denunciare se poi si muore lo stesso? Che senso ha rivolgersi alle forze dell’ordine se non succede niente o troppo poco? Come si fa ad avere fiducia nella giustizia se uomini, italiani o stranieri, adolescenti o anziani, compagni da anni o sconosciuti totali, continuano a perpetrare atti violenti contro donne, giovani oppure anziane, belle o brutte, vestite per bene o vestite per male? In Italia, già oggi, il numero delle denunce, seppure in aumento rispetto al passato, è bassissimo. Dicono i dati Eurostat riferiti al 2015 che, su 60 milioni di abitanti, l’Italia ha 4mila denunce contro le19mila 985 della Francia che ha qualche milione di abitanti più di noi e contro le 35mila 244 della Gran Bretagna con qualche milione in meno. Servono nuove leggi? Non basta quella approvata dopo lunghe battaglie nel 2013 fatta per tutelare le donne vittime di violenza di genere? E perché non passa al Senato quella norma passata alla Camera alla unanimità che, oltre a offrire tutela ai figli piccoli di una coppia che si ritrovano con la madre uccisa e il padre in galera, prevede che l’uomo colpevole di questo reato sia equiparato a un parricida, cioè a colui che ha un rapporto di sangue e di affetto con la vittima?

Lo abbiamo chiesto a Walter Verini, parlamentare del PD nonché capogruppo alla Camera della Commissione Giustizia, e a Beppe Lumia, anche lui del PD, ora alla Commissione di Inchiesta sulle mafie dopo esser stato alla Giustizia.

Onorevole Verini, cosa ha fermato questa legge al Senato?

Non lo capisco. Offrire tutela agli orfani di un femminicidio ci pare un atto dovuto. Che fine fanno altrimenti questi figli che hanno perso madre e padre perché la madre è morta e il padre è in prigione? Ma ci pare anche giusto equiparare l’assassinio della propria compagna al parricidio, un reato che costituisce una fattispecie aggravata. La Camera votandola all’unanimità ha dimostrato che non è una legge divisiva anche se sul piano istituzionale ci sta che tra Camera e Senato ci siano posizioni diverse. Certo se la legge fosse modificata al Senato dovrebbe tornare poi alla Camera e, con la legislatura in scadenza, ne renderebbe ardua l’approvazione.

Per caso l’ostacolo al Senato consiste nel fatto che mette sullo stesso piano i figli di una coppia regolarmente coniugata e quelli di una coppia che non lo è?

Non credo. Sarebbe ridicolo dal punto di vista umano e sbagliato da quello costituzionale che impone l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Alla Camera questa questione non si è neanche posta. Per me l’ideale sarebbe che il Senato l’approvasse così come è e in futuro, se c’è da migliorala, la migliorassimo. Ma il problema della violenza contro le donne non si risolve solo con le leggi.

Certo , ma le leggi sono indispensabili.

Infatti non siamo più né a cinque anni fa né a quaranta anni fa: abbiamo fatto molti passi avanti sia nel rispetto della parità tra generi diversi, sia nel rispetto delle tendenze sessuali di ognuno di noi, ma viviamo ancora in una società patriarcale connotata da alcuni tratti esplicitamente maschilisti. Il percorso compiuto ci conferma che si può cambiare ma anche le donne devono aiutarci ricorrendo più spesso alla denuncia. Senza denunce è difficile sconfiggere la piaga della violenza degli uomini, una piaga umana, giudiziaria, sociale. Il cambiamento parte dal basso.

Sconforta che alcune denunce cui è seguito poi un femminicidio non siano state prese sul serio.

Certo, fa rabbia. Ma non è colpa delle leggi. Pensiamo al caso dei braccialetti elettronici. Un giudice dà gli arresti domiciliari con braccialetto a un uomo colpevole di atti violenti, ma i braccialetti mancano, occorre fare una gara per stabilire chi li fornirà, passa un anno e mezzo e intanto che fai, tieni il colpevole in galera o metti a rischio la vita di una persona? Stesso discorso se una donna si rivolge ai servizi sociali dove, a volte, non scatta la tutela perché il personale manca, non si riesce a difendere tutte, il caso viene sottovalutato e il tempo trascorre permettendo all’uomo di compiere il suo crimine. So che è duro per una donna denunciare, sporgere una querela che può essere revocata solo durante il processo, esporsi, rischiare, ma se non si denuncia vince la sopraffazione. Abbiamo fatto tanti passi avanti: facciamo anche questo. Per il piano anti-violenza abbiamo stanziato le risorse: partirà.

Cosa serve per migliorare la situazione?

Coinvolgere le scuole, fare formazione alle forze dell’ordine, migliorare i servizi sociali, coinvolgere l’informazione tutta, televisione, carta stampata, social: è giusto che vengano raccontati stupri e femminicidi ma si dovrebbe anche raccontare i tanti casi in cui la donna ha trovato una buona difesa dopo aver sporto denuncia.

Senatore Lumia, come mai al Senato non passa la legge che equipara il femmicidio a un parricidio aggravandone la pena?

Passo per un giustizialista. Lo sono sempre stato. Tutte le volte che ho potuto ho fatto accrescere le pene. So bene che il percorso di una donna che denuncia il proprio compagno per le violenze subite comporta sofferenza, fatica, imbarazzo. Ci vorrebbe un disegno di legge bicameralista capace di affrontare questo problema in tutta la sua complessità. Ma so pure che in alcuni casi aggravare la pena è inutile. Occorrono altri strumenti. Se la legislatura non fosse al suo termine potremmo provarci.

Quali strumenti?

Innanzi tutto la prevenzione. Ma la prevenzione investe molti aspetti della società. Per quel che mi riguarda, forzando un po’ le cose, nel Codice Antimafia, è entrata una misura contro lo stalking sia personale che patrimoniale: è uno strumento potente questa misura che riguarda reati gravissimi come quelli di mafia e quelli di terrorismo, ma la abbiamo voluta perché lo stalking può diventare l’anticamera del femminicidio. Invece occorre prevenirli questi omicidi, retaggio di una vecchia concezione dei rapporti tra uomini e donne. Vorrei una copertura migliore del paese con una prevenzione efficace più che con pene inasprite. E proprio perché vorrei un paese migliore sostengo che il discorso della tutela degli orfani per femminicidio è diverso.

In che senso?

I bambini rimasti senza madre e senza padre a causa di un femminicidio vanno tutelati. Non c’è alcun dubbio. Il provvedimento sui minori deve essere approvato.

Anche se i tempi sono stretti?

Ho fiducia che ce la faremo. Siamo in condizione di chiudere prima che finisca la legislatura. Questa legge che offre una tutela a bambini rimasti soli perché la mamma è morta e il padre è in galera passerà al più presto.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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