Mai più complici

Sentenza stalking Torino e legge orfani, la parola delle donne deve pesare

Fabrizia Giuliani
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Non sarebbero bastati nemmeno 10.000 euro dice la a donna di Torino che ha visto estinto il suo reato con un assegno di 1500 euro e prosciolto il suo stalker. E non c’è dubbio: gli atti persecutori, entrati nel nostro lessico con la definizione di ‘stalking’, non possono entrare in una logica riparativa, non è questo il linguaggio che devono parlare le istituzioni nel contrasto alla violenza.

Si dice sempre ‘è questione di cultura’ e ciò è verissimo, ma le norme sono parte fondante della cultura di un paese e sentenze come questa contribuiscono a far passare un messaggio sbagliato e profondamente ingiusto, che banalizza la denuncia e deresponsabilizza gli autori della violenza. Questa è la ragione che ci ha visto da sempre a favore della querela irrevocabile, per tutti i casi di violenza, in linea con le raccomandazioni della Convenzione di Istanbul e in disaccordo con chi, tra le donne, sosteneva che fosse contraria al principio dell’autodeterminazione e lesiva della libertà.

Per venire incontro a queste obiezioni, nella legge contro il femminicidio del 2013 si scelse di renderla parzialmente revocabile in sede processuale, escludendola dai casi più gravi. Eppure il testo della Convenzione era stata chiaro a riguardo, spiegando come fosse difficile per abusi e violenze modulare livello di intensità e gradualità – e dunque di rischio – anche in ragione della relazione che lega – il più delle volte – chi usa violenza e chi la subisce.

 

È necessario lavorare perché la parola delle donne pesi e perché la responsabilità di chi esercita la violenza non sia mai attenuata o giustificata. Trascurare le denunce, derubricare a questioni private e poco gravi abusi o maltrattamenti, non è più accettabile. Sentenze come questa mostrano, che la norma sullo stalking va corretta e che va fatta approvare presto, lasciando l’impianto originario, la legge sugli orfani. Perché deve cadere una volta per tutte la cultura del delitto d’onore che ancora discrimina, attenuando le responsabilità del coniuge.

 

La rilevanza penale e culturale di quella logica è ancora ben viva, come mostrano sul piano legislativo questi ‘distinguo’  e come rivelano i  media ogni volta che raccontano di uomini prigionieri di sentimenti ingovernabili. Sul terreno penale e altrove, ciò che sembra a volte prevalere sulla considerazione della vita di una donna è la comprensione per la ferita che i suoi gesti di libertà possono provocare negli uomini. Si chiamava ‘onore’, forse oggi qualcuno parlerà di ferite narcisistiche, ma hanno ancora rilevanza – e qualche volta prevalenza. Ora però c’è l’occasione di voltare pagina e ci auguriamo davvero che non vada perduta. La vita delle donne conta.

Chi ha scritto questo post

Fabrizia Giuliani

Fabrizia Giuliani

Sono nata a Roma, dove vivo con mio marito Claudio e i nostri figli, Antonio ed Ella. PhD, insegno filosofia del linguaggio e studi di genere alla Sapienza di Roma, dove coordino, con Serena Sapegno, il Laboratorio di Studi Femministi. Ho tenuto corsi di semiotica e linguistica in diverse università italiane, sono stata Fulbright Scholar a Harvard, e presso l'Università per Stranieri di Siena ho avuto l’incarico di Consigliera per le politiche delle pari opportunità. I miei lavori si sono concentrati sulla produzione del significato delle lingue storico - naturali e sulle modalità con le quali i sistemi simbolici danno conto della differenza tra i sessi. Sono coinvolta nella teoria e nella politica delle donne dai primi anni universitari, ho contribuito alla fondazione di DiNuovo e poi dell'avventura rivoluzionaria di Se non ora quando. Nel 2013 sono stata eletta deputata nelle liste del PD, dove lavoro in Commissione Giustizia.

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