Recensione

Una famiglia

Frame dal film "Una Famiglia" di Sebastiano Riso
Frame dal film "Una Famiglia" di Sebastiano Riso
Rita Cavallari
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Attenzione possibili spoiler:

“Una famiglia” è un film sul corpo delle donne. Un film sulla mercificazione, la monetizzazione, la cultura dello scarto. Non è un film sull’utero in affitto, come si legge in qualche critica, né sulla fecondazione assistita o sulla vendita di ovociti; oppure sulle pratiche mediche finalizzate ad un figlio costi quel che costi. È semplicemente un film sul mercato di neonati nel nostro paese e nasce, come dice il regista Sebastiano Riso, da intercettazioni fornite dalla procura di Santa Maria Capua Vetere sulla compravendita di bambini.

Vincenzo (Patrick Bruel) ha trovato un pratico mezzo per arricchirsi: mette a reddito la fertilità della compagna Maria (Micaela Ramazzotti) per fabbricare neonati su commissione, che saranno venduti a coppie che desiderano un figlio e non possono averlo. Una complice trova la coppia di acquirenti e i due, Vincenzo e Maria, mettono in cantiere un bambino, utilizzando sperma e ovociti propri e con il fine preciso di venderlo ai committenti. La gravidanza viene portata avanti di nascosto, dal quinto mese Maria resta barricata in casa senza farsi vedere da nessuno e si fa seguire da un medico compiacente che non fa figurare in alcun modo analisi ed ecografie. Il prezzo del neonato è 50.000 euro, che i committenti racimolano spesso a fatica, con prestiti e mutui. Maria però è stanca di questa vita. Vede per caso una coppia a cui lei e Vincenzo hanno ceduto un bambino molti anni prima e decide di uscire da un ritmo di vita che non sente più suo: si sente esaurita, il suo corpo è sfibrato dalle troppe gravidanze, vuole avere un bambino e tenerselo. Vuole una famiglia. Non è facile, per Vincenzo questo non è un obiettivo.

La loro vita si complica: una bimba, Sara, venduta dieci mesi prima, muore. Il compratore si precipita da Vincenzo e vuole indietro i 50.000 euro, perché, dice, la piccola era difettosa dalla nascita, ha passato dieci mesi a piangere, piangere, piangere. Il compratore, che prima di acquistare Sara aveva cercato invano di adottare un bambino, si sente vittima di un imbroglio e vuole essere risarcito. Poi una coppia che aveva ordinato un bimbo si tira indietro quando già la gravidanza è iniziata, perché non è riuscita a mettere insieme i soldi per il pagamento. Che fare? È il medico compiacente che trova una via di uscita. Basta clienti senza possibilità economiche, bisogna entrare in un giro grosso: c’è una coppia di gay che pagherà, per un figlio, 100.000 euro. Vincenzo si presenta da loro col bimbo appena nato, ma apprende che il neonato ha un grave vizio cardiaco e deve essere operato con urgenza. La coppia di gay non lo vuole. Vincenzo si aggira nella notte col bimbo tra le braccia, oggetto inutile, uno scarto che nessuno vuole. Sarà il suo pianto a guidare Maria nella ricerca disperata del figlio appena nato.

Il film è durissimo, non risparmia nulla allo spettatore. Maria, persa nella sua solitudine, sembra non poter fare a meno di Vincenzo che, da parte sua, la considera solo un mezzo di produzione, al pari di una macchina utensile, mentre si prepara a sostituirla con una donna/fattrice più giovane. La famiglia che ha acquistato la piccola Sara vuole il rimborso della somma versata, come si farebbe per un elettrodomestico in garanzia, la coppia gay rifiuta il bimbo che ha bisogno di cure, perché voleva un prodotto privo di difetti. È un mondo estremo, ma i problemi di cui tratta sono attualissimi. Cosa è la maternità? Perché è così difficile adottare un bambino? E soprattutto: quale prezzo deve pagare una donna come Maria, imprigionata in una relazione che la rende schiava, per riavere la propria dignità? Il film si chiude col pianto disperato di un bambino, oggetto di desiderio se perfetto, merce da scartare se crea problemi.

Chi ha scritto questo post

Rita Cavallari

Rita Cavallari

Sono nata a Roma alla fine della seconda guerra mondiale e ho vissuto la rinascita del nostro Paese, il boom economico, gli anni della contestazione, il femminismo. Sono laureata in architettura e ho lavorato per molti anni in un ente pubblico. Conosco il soffitto di cristallo e l'ho provato sulla mia pelle. Sono divorziata. Ho un figlio che lavora all'estero e due nipoti adolescenti che tornano spesso in Italia. A volte temo che sapranno scrivere correttamente solo in inglese e dimenticheranno l'italiano. Amo leggere e sono coordinatrice del Circolo dei lettori della Biblioteca comunale Villa Leopardi di Roma. A causa di un incidente traumatico sono paraplegica. Partecipo a Se non ora quando da marzo 2011 perché credo che si debba progettare il futuro a misura delle donne e che siano le donne a doversi impegnare per questo.

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