Mai più complici

Violenza e film

Simonetta Robiony
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…Insomma, di violenza contro le donne se n’è sempre parlato al cinema, eppure una rassegna interna a un festival, sebbene una rassegna di soli tre titoli, appare una novità.

 

È la prima volta, almeno da noi in Italia, che un festival cinematografico, tra i suoi eventi speciali, ospita una sezione dedicata ai film contro la violenza sulle donne. Succede alla Festa del cinema di Roma che ha messo insieme tre pellicole per dare il segno che di questa speciale fattispecie di crimine non se ne può proprio più, al punto che anche una manifestazione popolare, volutamente chiamata “festa”, come questo festival romano, ha deciso, a modo suo, di dire basta.

Il primo film, di Andrea Costantini, è “Uccisa in attesa di giudizio”, con Ambra Angiolini e Alessio Boni, fortemente voluto dalla fondazione “Doppia Difesa”, quella della show-girl Michelle Hunziker e dall’avvocata Giulia Bongiorno, fondata per convincere le donne a sporgere denuncia.

Il secondo è “Sara”, diretto da Stefano Pistoilini, giornalista di inchieste: scelto dalla tv Real time, che lo trasmetterà il 26 novembre nella Giornata contro la violenza sulle donne, affronta l’indagine sull’omicidio di Sara Di Pietrantonio, la ragazza romana bruciata agonizzante dall’ex fidanzato, uno dei delitti più efferati degli ultimi mesi. Il terzo film “Ma l’amore c’entra?”, di Elisabetta Lodoli, sposta, invece, l’attenzione dalle vittime sui carnefici: tre uomini, abituati a usare violenza contro la compagna amata ma decisi a cambiare comportamento, riflettono ad alta voce sulla loro educazione sentimentale, i loro trascorsi giovanili, le storture della loro formazione.

Il cinema, naturalmente, ha sempre raccontato storie di stupri, stupri in guerra, stupri in famiglia, stupri di gruppo, stupri di maniaci: ci sono i capolavori come “La fontana della vergine” di Ingmar Bergman,”Rashomon” di Kurosawa, “La ciociara” di De Sica, che fece vincere l’Oscar a una ancora giovanissima Loren, dove lo stupro è centrale anche se non inquadrato in primo piano, ma c’è anche “Sotto accusa”, di Kaplan, che fece vincere l’ Oscar a Jodie Foster, dove lo stupro è in primo piano: tre ragazzotti violentano a turno una ragazza sbattuta sul flipper di un bar della provincia americana, in mezzo a una folla di maschi eccitati che urla.

E ci sono titoli come “Elle” con Isabelle Huppert o come l’iraniano “Il cliente”, dove lo stupro viene esanimato per i danni psicologici che procura: nel primo caso l’indurimento fino alla crudeltà del cuore della vittima, nel secondo il tarlo del sospetto nella mente del marito della sposa violata. Insomma, di violenza contro le donne se n’è sempre parlato al cinema, eppure una rassegna interna a un festival, sebbene una rassegna di soli tre titoli, appare una novità.

 

Fotogramma dal film "La fontana della vergine" del regista svedese Ingmar Bergman

Fotogramma dal film “La fontana della vergine” del regista svedese Ingmar Bergman

Una novità immaginata ben prima che esplodesse il caso del produttore Harvey Weinstein, molestatore seriale di attrici hollywoodiane e non, ben prima dello scandali sessuali che stanno scuotendo il Parlamento di Londra, fino a mettere in crisi il governo della May, e certo prima che Kevin Spacey accusato di molestie avvenute molti anni fa, ammettesse di essere gay; oppure Dustin Hoffman, il magnifico e civilissimo Hoffman, fosse costretto a chiedere scusa per aver molestato due donne, di cui una minorenne.

La decisione del direttore della Festa del cinema Antonio Monda e della presidente Piera Detassis nasce, infatti, questa estate, indipendentemente da ogni scandalo. Certo, a chi osserva da fuori, questa coincidenza di date potrebbe sembrare un complotto internazionale, ordito da un manipolo di donne ribelli contro i tanti maschi sporcaccioni che governano tuttora il nostro Occidente.

Però non è così. Assai più banalmente è che è arrivato il momento di dire basta: quel che veniva sopportato, subito, tollerato, perfino accettato fino a qualche anno fa adesso appare intollerabile. La Convenzione di Istanbul ci aveva messo sull’avviso: non si fa. I maschi non possono e non devono in alcun modo prevaricare sulle donne. Ora dalle parole si è passati ai fatti. Il no delle donne, direbbe Bob Dylan, soffia nel vento, e soffia forte.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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