Battaglie Mai più complici

Manuale Stop violenza: le parole per dirlo

Rita Cavallari
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Possono distruggere una persona o iniziare a ricostruirgli una vita. Sono le parole che servono a dar conto delle cose, quelle che usiamo per parlare di noi e raccontare la nostra verità e quelle che gli altri usano per raccontarci. Parlare di violenza sulle donne, fastidi, molestie, stupri, femminicidio è maneggiare carne e sangue. Per molto tempo le donne si sono chiuse nel silenzio e chi parlava di loro lo faceva utilizzando stereotipi, o assumendo il punto di vista dell’aggressore, o usando pregiudizi. Il manuale “Stop violenza: le parole per dirlo”, dell’associazione di giornaliste Gi.U.Li.A, nasce perché si usi, nel raccontare i fatti, una corretta informazione e le parole non feriscano una seconda volta. È una questione fondamentale, non solo per giornaliste e giornalisti, ma per le donne stesse, che devono prendere coraggio e rompere il muro di silenzio che spesso circonda la violenza. Ed essere al centro di una riflessione politica che sappia andare al cuore del problema. Sta già succedendo e non si torna indietro.

La presentazione a Montecitorio del progetto dell’Associazione GiULiA giornaliste, che ha avuto il patrocinio della Fnsi, dell’Usigrai e dell’Inpgi

 

Di seguito l’Introduzione al manuale di Silvia Garambois, Vice presidente associazione Gi.U.Li.A-giornaliste:

La violenza contro le donne è assai più che un’emergenza: è un fenomeno strutturale. Maltrattate, picchiate, stuprate, ammazzate. Solo nei primi sette mesi del 2017 ci sono state 2.438 denunce per violenza sessuale: più di undici stupri al giorno! Eppure secondo i centri antiviolenza queste denunce corrispondono al 7% delle violenze sessuali realmente avvenute e non denunciate, per vergogna o per paura (soprattutto violenze e abusi tra le mura di casa, in famiglia). Un altro dato. In Italia vengono uccisi più uomini che donne (1,3 contro 0,5 su 100mila abitanti), ma la violenza nelle relazioni sentimentali miete molte più vittime fra le donne che fra gli uomini: il 46,3% delle donne assassinate sono state uccise da uomini che “hanno le chiavi di casa” (mariti, fidanzati, ex…) contro il 2,2% degli uomini vittime delle loro compagne.

Questo libro nasce dalla convinzione che l’informazione può – e deve – avere un ruolo importante per contrastare la violenza contro le donne: che l’informazione corretta, completa, esaustiva, sia tra le azioni necessarie per porre un freno a questi delitti che rappresentano una sconfitta sociale e culturale per tutti noi, cittadine e cittadini. Abbiamo considerato nostro dovere di giornaliste impegnate nell’associazione GiULiA realizzare una guida, un manuale, sul “linguaggio della violenza”, perché le parole non feriscano una seconda volta. Troppo spesso, sulla stampa come in tv, nel racconto della violenza vengono utilizzati stereotipi, o viene assunto il punto di vista dell’aggressore, o si insiste su particolari non inerenti i fatti, o c’è un pregiudizio su chi ha subito violenza (per l’abbigliamento, per le sue relazioni): il rischio è uno scambio delle parti, con il carnefice che si fa vittima, e con la “normalizzazione” della violenza, sia essa stalking, botte, stupro o femminicidio. Luisa Betti nel suo saggio – che apre questo manuale – approfondisce il tema della “doppia vittimizzazione”..

È stato bruciante, in questo senso, un caso che ha suscitato forti reazioni e polemiche, passato alle cronache come “lo stupro di Rimini” (agosto 2017): la pubblicazione cruda e scabrosa della testimonianza ripresa dai verbali dell’inchiesta da parte di “Libero” e di “il Giornale.it”, non è libertà di stampa, è una vera violenza giornalistica. Per questo GiULiA e le Commissioni Pari Opportunità della Fnsi, dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Usigrai hanno presentato un esposto agli Ordini di competenza.

Il linguaggio è secondo noi di GiULiA un elemento fondamentale per la crescita culturale e sociale, per questo lo abbiamo posto sempre al centro del nostro impegno (già con il volume “Donne, grammatica e media”, in collaborazione con le esperte dell’Accademia della Crusca, Cecilia Robustelli e Nicoletta Maraschio, edito nel 2014).  E rivendichiamo l’attento e continuo intervento nei nostri giornali perché la violenza contro le donne venga identificata anche linguisticamente, perché “ciò che non si dice non esiste”, dallo stalking al femminicidio. Graziella Priulla, i cui studi di media gender sono riconosciuti a livello internazionale, e che ha curato l’analisi dei media di questa guida, spiega: “Quando si attribuisce il nome a un fenomeno significa che esso diventa oggetto di riflessione nella sfera pubblica; è essenziale per far sorgere consapevolezza della sua esistenza, quindi per agire. Iniziare a chiamare i delitti misogini con questo termine serve a rimuovere la generalizzazione che deriva dall’uso di parole generiche quali “omicidio” o “uccisione” e a comprendere invece i fattori di rischio specifici, la loro diffusione. Non si tratta solo di un termine in più, ma di un’evoluzione – culturale prima, giuridica poi”.

E andando oltre nell’analisi dei termini: “La parola femminicidio – continua Priulla – non indica solo il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Sono vittime di femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche perché, in un contesto che riguarda una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi, ed è oggi rilevata da un ampio panorama internazionale come fenomeno trasversale: un fenomeno strutturale che si manifesta in tutti gli ambiti della convivenza umana attraverso gli stereotipi che mettono gli uomini e le donne su piani disuguali, risultato di una disparità storica“La violenza domestica – conclude Priulla – è fortemente correlata al concetto di potere: il suo vero obiettivo non è tanto quello di provocare sofferenza fisica alla donna, quanto quello di sottometterla, umiliarla, piegarla dentro mille forme diverse di paura; non si riduce a mera violenza fisica ma si esplica attraverso forme psicologiche, emotive, sessuali e perfino economiche”.

Ci interessava comunque non fermare l’analisi alla carta e al web, ma allargarla al linguaggio e all’immagine televisiva. Elisa Giomi, che ha fatto parte insieme a Enrico Menduni e Marta Perrotta del team di docenti dell’Università Roma Tre che ha effettuato il “Monitoraggio sulla rappresentazione femminile nella programmazione Rai” (che è uno degli obblighi derivanti dal Contratto di servizio tra Stato e Rai), interviene nel volume su luci e ombre del racconto della violenza nella tv pubblica. Perché esempi positivi ci sono comunque sempre, sui giornali, sul web, in tv: segno di una cultura anche del linguaggio sempre più attenta alla dignità della donna. Per completezza, in appendice vengono riportate le norme di legge e le Carte di indirizzo relative alla violenza sulle donne. 

Certo: la violenza non si ferma con una prescrizione. Ma con questo lavoro vogliamo rivendicare fortemente il ruolo e il valore dell’informazione, strumento di cultura che aiuta a sviluppare il senso critico della società e la democrazia dei Paesi. E oggi siamo convinte che questa cultura passi anche dal rispetto delle donne e della loro dignità. 

 

 

Chi ha scritto questo post

Rita Cavallari

Rita Cavallari

Sono nata a Roma alla fine della seconda guerra mondiale e ho vissuto la rinascita del nostro Paese, il boom economico, gli anni della contestazione, il femminismo. Sono laureata in architettura e ho lavorato per molti anni in un ente pubblico. Conosco il soffitto di cristallo e l'ho provato sulla mia pelle. Sono divorziata. Ho un figlio che lavora all'estero e due nipoti adolescenti che tornano spesso in Italia. A volte temo che sapranno scrivere correttamente solo in inglese e dimenticheranno l'italiano. Amo leggere e sono coordinatrice del Circolo dei lettori della Biblioteca comunale Villa Leopardi di Roma. A causa di un incidente traumatico sono paraplegica. Partecipo a Se non ora quando da marzo 2011 perché credo che si debba progettare il futuro a misura delle donne e che siano le donne a doversi impegnare per questo.

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