Interviste Mai più complici

Venezia, ALESSANDRA MANCUSO presenta il manifesto contro la violenza

Cecilia Sabelli
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Una corretta informazione per contrastare la violenza sulle donne: è la sfida ambiziosa che pone e si pone il “Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’Informazione”, che viene presentato oggi a Venezia, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una sorta di decalogo, aperto alla sottoscrizione di giornalisti e giornaliste, che ha già raccolto 700 adesioni in tutta Italia, e che si compone di due parti: una generale, che raccoglie alcune raccomandazioni per assicurare la parità e il rispetto delle donne nell’informazione, a partire per es. dal linguaggio declinato al femminile, o dalla presenza maggiore di esperte e di donne nei talkshow e nei media in genere; e un’altra, più specifica, sul tema della violenza, in cui sono contenute indicazioni su come fare attenzione ai messaggi che si inviano attraverso le parole che si usano, come richiesto dalla Convenzione di Istanbul. Ad Alessandra Mancuso, presidente della Commissione Pari Opportunità FNSI e fondatrice di Gi.U.Li.A – che insieme a FNSI, Sindacato dei giornalisti Veneto e Usigrai, è tra i promotori dell’iniziativa – abbiamo chiesto di raccontarci la genesi di questo contributo e perché proprio la città di Venezia come luogo dove presentarlo.

 

Ci è venuta in mente Venezia per diversi motivi: è la città che ha dato i natali a Elena Lucrezia Corner Piscopia, prima laureata al mondo il 25 giugno del 1678, ed è anche la sede del Teatro La Fenice che da anni è in prima linea in una originale campagna di denuncia culturale del femminicidio. Inoltre, il Veneto è la regione di Tina Anselmi, prima ministra della Repubblica italiana, nominata il 29 luglio del 1976.

Da dove nasce l’idea di un impegno così concreto?

L’esigenza è nata perchè nel 2008 il sindacato dei giornalisti internazionali, anche con il contributo delle italiane, aveva raccolto in un testo alcune raccomandazioni su come fare informazione sul tema della violenza. Dieci anni dopo abbiamo voluto mettere a frutto l’elaborazione che in tutti questi anni abbiamo fatto. Inizialmente tra noi giornaliste e poi allargando anche ai colleghi. Dal momento che il lavoro lo si fa insieme in redazione, è bene discutere dei casi e delle cronache, e di come raccontarli. Ebbene, quello che era all’inizio un ‘matrimonio’ tra sole giornaliste è riuscito ad andare oltre, a diffondersi, a diventare alla portata di tutti, anche dei colleghi. La cosa bella è che, naturalmente, essendo un decalogo ha un tono un po’ assertivo, quindi il rischio era che fosse vissuto come un’imposizione. Invece sembra essere stato colto il senso di questo manifesto, che è una materia viva, che è in evoluzione e che sarà in evoluzione. Non è una Carta deontologica, non prevede obblighi o sanzioni, non è un elenco prescrittivo, è una raccomandazione a fare un uso consapevole delle parole; è quindi un impegno in prima persona che chi firma decide di assumere.

Quale è stato l’obiettivo principale di questo lavoro congiunto?

Il manifesto è a un punto intermedio tra quello che abbiamo fatto e quello che faremo. Per definire ciò che al momento abbiamo acquisito e per alimentare anche la riflessione e il dibattito. Questo è avvenuto: nelle redazioni hanno fatto assemblee sul manifesto, decidendo poi di firmare individualmente. All’Ansa, per esempio non solo molte colleghe hanno aderito ma poi sono andate a presentarlo al direttore che ha a sua volta deciso di aderire. Si è messo in moto un meccanismo di cui siamo molto contente, di partecipazione e di riflessione.

Tra le priorità elencate ce ne è una, secondo te, più cruciale delle altre?

Ogni cosa si tiene con l’altra, è proprio un unicum, ma, se devo scegliere, il punto 6, che invita a “sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano violenza di serie A e di serie B in relazione a chi sia la vittima e chi il carnefice”. Perché è proprio quello che succede continuamente: sul corpo delle donne si fa politica di fatto. I casi di violenza vengono strumentalizzati per discorsi politici, e i mezzi di comunicazione sono spesso veicolo di questa strumentalizzazione. Per es. quando gli autori della violenza sono i migranti, il rischio di strumentalizzazione è dietro l’angolo. E poi anche il punto 8, perché ci dice come andare avanti, indica il percorso che si può fare.

Cosa vi attendete ora?

Abbiamo creato uno strumento, ora dobbiamo impegnarci ancora di più a cambiare il tipo di linguaggio che si usa. Qualcosa abbiamo già fatto, non stiamo partendo da zero. Appunto è dal 2008 che l’elaborazione è iniziata, poi con la nascita di Gi.U.Li.A, alla fine del 2011, ovviamente ha avuto una accelerazione e adesso c’è un movimento. Un movimento di giornalisti e di giornaliste per la correttezza dell’informazione, per la qualità dell’informazione, quindi anche per il rispetto delle donne, stando attenti, quando si narra la violenza subita, a non renderle vittime per la seconda volta, perché questo è l’intento di questo manifesto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chi ha scritto questo post

Cecilia Sabelli

Cecilia Sabelli

Nasco a Roma, nello stesso anno in cui un Papa abbraccia il suo attentatore, un militare sovietico evita la guerra nucleare e una nota azienda informatica rilascia la prima versione di Word. Tutte anticipazioni sul mio futuro. Non diventerò Pontefice e non sventerò guerre, ma mi dedicherò all'arte dello scrivere imparando tanto nelle redazioni di Radio Vaticana, e di servizi esteri di agenzie stampa come l'AdnKronos. Giovane e donna, vivo, mi interrogo e scrivo di entrambi le condizioni. Mi sono affidata a Se non ora quando-Libere per trovare risposte: voglio capire come capitalizzare i risultati delle lotte che altre hanno fatto o stanno facendo per la mia libertà. Come reagire a una natura che mi impone dei tempi e a una società che sfrutta la scienza perché io li ignori pur di essere produttiva. Per ricambiare sono diventata autrice e web-editor del sito del gruppo. Finite le domande volerò in Brasile per parlare la lingua in cui ho avuto l’immenso piacere di discutere la mia tesi di laurea.

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