Mai più complici

Donne “normali” e molestie

Simonetta Robiony
Scritto da

Non solo attrici o aspiranti tali. Né solo modelle, accompagnatrici, segretarie. Le molestie maschili colpiscono, almeno una volta nella vita, tutte le donne. O quasi tutte. Il caso del produttore Weinstein  a Hollywood e quello del regista Brizzi da noi hanno svelato un segreto che segreto non era e non è: la molestia sessuale, lieve o grave, persecutoria o momentanea, violenta o subdola è stata ed è talmente diffusa da non essere presa in considerazione neanche dalle statistiche. Non la molestia sul lavoro che poi diventa ricatto o almeno soggezione. No, su quella l’Istat nel 2016, solo nel 2016 però, uno studio l’ha fatto stabilendo che il 9% delle  lavoratrici l’ha subita una o più volte, anche se pochissime denunciano alla forze dell’ordine perché è difficile dimostrala e quasi sempre, quando il caso esplode, la conclusione è che la donna viene allontanata dall’ufficio con un una buona-uscita economica, mentre l’uomo resta al suo posto nonostante sia noto che il molestatore è un disturbatore seriale. Solo lo 0,7 delle molestate ha infatti sporto denuncia. Le molestie che riguardano tutte, o quasi tutte, le donne sono atti o frasi che restano  nella testa della molestata. Spesso facendole male. Perché  ci sente  colpevoli, complici, sporche, provocatrici, incapaci, deboli. L’uomo che molesta, in società come sono le nostre, anche nei civilissimi paesi del nord Europa, è certo dell’impunità perché sa di muoversi un mondo tuttora patriarcale, costruito a misura dei suoi istinti e dei suoi desideri, un mondo in cui la donna conta tuttora meno. E lo sa anche la donna molestata che si adegua. A stabilire cosa è molestia e cosa no, però, si è finalmente capito che può essere solo la molestata: lo stesso gesto da una può esser preso come uno scherzo pesante su cui non soffermarsi, da una altra come un sopruso che ne ferisce la dignità. Guardare dentro questo buco nero delle molestie non è, dunque, un passatempo pruriginoso buono per articoli di giornali o trasmissioni televisive. È dargli la parola, nominarlo, farlo essere, metterlo sotto la luce, tirarlo fuori allo scoperto per arrivare domani  a farlo sparire. Basta con le molestie è il segno di una presa di coscienza collettiva che riguarda le donne ma dovrebbe riguardare anche gli uomini per  arrivare a stabilire rapporti più equi tra i sessi. Non rinunciando al corteggiamento, alla seduzione, al piacere di guardarsi ed essere guardate, al gioco che uomini e donne fanno per arrivare a conoscersi.

Senza alcuna pretesa statistica abbiamo sentito un gruppetto di donne dai trenta ai settanta anni, donne di buoni studi e buone famiglie, cresciute e vissute in un ambiente apparentemente protetto che avrebbe dovuto evitare qualunque esperienza sgradevole, donne normali  che non si sono mai trovate nella condizione di perdere o peggio non avere un lavoro se non accettavano di rendere un favore sessuale, ma che ricordano molto bene il fastidio, lo schifo, il disagio provato quella volta in cui sono state molestate senza motivo. Con qualche eccezione determinata, forse, dal carattere della donna, dal non aver paura, dalla condizione di poter in cui erano in quel  momento e che il maschio non aveva percepito. Non c’è tra queste donne l’immigrata che chiede un lavoro da cameriera e si sente dire :”Sì, se vieni a letto con me” e neanche l’imprenditrice di  azienda che si sente dire dal direttore di banca cui chiede un prestito: “Sì, ma ne parliamo quando viene a cena con me”. Colpiscono due o tre cose. La prima è che molte sono state sessualmente turbate da comportamenti scorretti  subiti da bambine da parte di uomini adulti, a volte molto conosciuti, azioni mai confessate ai genitori ma restate  indelebili nei loro ricordi, comportamenti che loro stesse definiscono molestie e non atti di pedofilia. La seconda cosa è che tutte non contano neppure le volte in cui sono state importunate su un autobus affollato o comunque in una situazione affollata: il cinema le più anziane, quando si entrava a spettacolo iniziato e si poteva stare in piedi pressati tra la gente, la discoteca le più giovani, quando si è in tanti e la vicinanza permette di toccare in maniera inopportuna seni e sederi. Il mondo non è ancora cambiato ma una buona notizia c’è. I giovani uomini si mostrano più capaci di rapportarsi in maniera corretta con le giovani donne, più di quanto facessero i loro padri, magari pronti all’inchino ma anche ad approfittare di un angolo buio per allungare le mani.

Economista, ministeriale, sessantenne, sposata con figli. “Mai avuto un ricatto sessuale sul lavoro, mai una vera molestia da adulta. Ricordo, però, che da bambina, una volta, ero alle elementari e prendevo una specie di scuola-bus, fui costretta a salire su un autobus cittadino molto affollato e là un uomo prese a masturbarsi attaccandosi a me.  Anche se non capivo, sentii un odore di sporcizia che mi rimase a lungo nel naso tanto che raccontai il fatto alla maestra, ma quel giorno noi bambini giravamo un Carosello per il formaggino Mio e mi distrassi subito. Con i ragazzi, crescendo, per carattere ho sempre avuto un atteggiamento cameratesco che mi ha protetto senza impedirmi di avere i miei corteggiatori, solo un giorno, salita su una automobile che avevo fermato insieme a una amica per un auto-stop, mi accorsi che il conducente ci stava provando: mi fece schifo”.

Scrittrice, quaranta anni, una convivenza lunga, niente bambini. “Avrò avuto undici, massimo dodici anni. C’era un ragazzo che mi pareva molto più grande di me e mi piaceva: poteva avere cinque anni più di me. Ero in vacanza in campagna, mi chiese di accompagnarlo a fare una passeggiata. Ci andai senza sospettare niente: con gli amici lo facevo. Arrivati in un posto isolato mi sbattè contro un muro, mi slacciò il reggiseno, si aprì i pantaloni e si fece una “sega”.  Non avevo mai visto un “pisello”. Ero sconvolta. Ma più ancora mi  impressionò quello che mi diceva: “Vai, vai a raccontarlo! Non ti crederà nessuno che non ci stavi. Ci sei venuta con i tuoi piedi con me. Si vede che lo volevi”. Non l’ho mai raccontato a mia madre, neanche adesso. Ero piccola, giocavo con le Barbie, non mi truccano neanche gli occhi. Quel  fatto mi ha bloccato a lungo. Mi sono sentita ricattata e il ricatto è intollerabile. Naturalmente non tutti i maschi sono come quello.  Al Villaggio Globale, dove ero andata a ballare per Capodanno, mentre uscivo un po’ brilla dal bagno, un tizio tentò di violentarmi, ma un mio amico che mi aveva seguita per non lasciarmi sola, mi strappò con forza da quell’uomo e mi portò via, impedendo che la serata finisse in una tragedia: ero paralizzata e incosciente, lui mi ha salvato”.

#MeToo, la campagna contro le molestie sessuali diventa virale. Lanciata dall’attrice Alyssa Milano su Twitter, in poche ore è stata condivisa da quasi mezzo milione di utenti. Un invito alle donne a non tacere sugli abusi subiti: “Non si tratta di un raro episodio. E’ una cultura malata. Uomini come Harvey Weinstein si trovano a ogni angolo”. Ma la controparte maschile fa mea culpa e in rete esplode l’hashtag #ihave, per confessare gli abusi commessi.

Dirigente comunale, un figlio, dei nipoti, oggi in pensione. “Prendere l’autobus  a Roma da ragazza era un incubo: i maschi, specie se anziani, si incollavano addosso mentre io cercavo di sfuggire cambiando posto, spingendo, andando avanti. A diciotto anni ho preso la patente e la mia vita è cambiata: ero autonoma, libera, protetta. All’epoca mia le ragazze con una automobile erano pochissime: io ero una privilegiata. Quando ho cominciato a lavorare e con la mia auto portavo tre quattro colleghi maschi nei paesi intorno a Roma per fare dei sopralluoghi le bambine del paese si fermavano guardarmi stupefatta: una donna alla guida e gli uomini dietro! Non ho mai sofferto per le molestie maschili. Eppure avevo uno che mi seguiva per strada tutti i giorni e un altro che voleva darmi a forza una rosa: mi sembravano stranezze, non altro. Mi hanno infastidito di più alcuni atteggiamenti maschili. Il commento in ufficio sul mio tailleur nuovo oppure il ganascino che mi facevano gli uomini nei mesi in cui mi sono spostata in carrozzina per un incidente. Per me questi sono segni di mancanza di rispetto per una donna. Non ero una bambolina da ammirare per i miei vestiti prima né un bambino da coccolare quando ero paralizzata in carrozzina. Ero una donna. E mi sono sempre sentita una donna amata e desiderata. Quegli atteggiamenti mi hanno umiliata profondamente”.

Esperta di computer, trenta anni, senza figli, molto attiva. “Ricatti no, quelli non li ho mai avuti. Però qualche fastidio sì, magari una manata sul sedere in discoteca o uno che ti vede e mima un atto sessuale, perfino uno che d’estate mi sollevò il vestitino leggero e mi toccò la mutandina. Più fastidio me lo dava il mio allenatore di palla a volo che ogni tanto mi chiudeva con lui nello spogliatoio e mi chiedeva: “Hai paura eh? Paura a star sola con me”. Forse giocava, ma io mi sentivo una sua vittima. Come mi sentivo prigioniera quando dovevo andare a lavorare a casa di un  uomo che cercava ogni occasione buona per sfiorarmi il seno. Mi mettevo i maglioni pesanti, non mi levavo la giacca, mai una gonna ma pantaloni larghi, eppure quella situazione mi faceva sentire in colpa. Anche per questo difendo Asia Argento che ha denunciato le molestie subite vent’anni fa e difendo tutte le ragazze che sono rimaste zitte senza ribellarsi. No, non capisco proprio le donne che le accusano di complicità con i loro molestatori. È un reato essere sprovvedute? Salire in una camera d’albergo? Andare a un appuntamento di lavoro in una casa? No. Il reato è molestare. Dovrebbero rifletterci i maschi, cercare di guardarsi dentro, capire perché certe volte ci considerano oggetti di loro possesso: ma i maschi non lo fanno. O almeno a me non pare che abbiano voglia di farlo”.

Esperta di questioni femminili, attiva in politica, niente figli, sessanta anni. “Sono cresciuta all’estero in un paese dove le donne erano più rispettate che in Italia. Da ragazza, sugli autobus da noi era un inferno. Una volta, esasperata, ne presi uno per la cravatta come volessi  strangolarlo. Fu una scena grottesca. Io sono bassina, lui era un omone: io mi appesi al suo collo. Poi ho imparato a prendere le cose con ironia e a difendere me, ma soprattutto le tante donne che venivano a raccontarmi gli episodi di violenza e soprusi di cui erano vittime. A qualche uomo ho creato un danno, ma lo meritava. Non sono una rimasta turbata dal patriarcato sociale all’origine delle molestie. Molestie originate dalla subalternità femminile non ancora sconfitta. Ma non ho una soluzione buona per ogni situazione. Si deve vedere il contesto. A volte è giusto ribellarsi e denunciare, altre volte è inopportuno. Perfino il nostro parlamento non è esente da problemi di sfruttamento e ricatti. Si sa, molti assistenti parlamentari, spesso donne, sono senza un contratto: le copre l’omertà collettiva, una sorta di pudore inconfessabile per cui si protegge il parlamentare che sbaglia e il proprio partito. Mah. A me sembra sia arrivato il momento di parlare ad alta voce di queste cose. La dignità della persona umana non può essere messa in discussione, uomo o donna che sia. Donna, soprattutto”.

Due lauree ma oggi fa catering e straordinari dolci al cioccolato, due figli, un marito con molti anni di più, tra i quaranta e i cinquanta. “Non fu una vera molestia ma il ricordo ce l’ho ancora in testa. Avevo cinque anni. Ero in vacanza. Tornavo a casa in bicicletta. Faceva molto caldo. Entrata nell’androne fresco e buio, un uomo balzò fuori da un angolo e mi mostrò il suo pisello. In famiglia mi capitava di vedere nudo mio fratello e mio padre, ma quella scena mi spaventò per l’apparizione imprevista e la sua fuga immediata più che per la nudità.  Sono cresciuta in mezzo ai maschi: non ne ho mai avuto paura. Quando il padre di una mia amica mi sfiorò il seno in maniera inopportuna mi dispiacqui per la mia amica e quando, mentre facevo lezioni di francese a una coppia, il marito mi “fece piedino”, restai male soprattutto per la moglie che era seduta al suo fianco. Per me queste molestie maschili sono gesti  di profonda maleducazione, frutto di una cultura sbagliata, ma “normare”  le molestie è complicato. Il limite lo metterei  nel turbamento che provoca: se un atto ti sconvolge è giusto denunciarlo. Sono madre di due figli maschi ragazzi e, pur avendoli educati  al rispetto della femminilità, ogni tanto oggi li vedo impauriti. Il travisamento di un gesto li spaventa: le ragazze possono inventarsi  una molestia che non c’è mai stata. Dove possono arrivare con una ragazza?, mi chiedono. Quale è il confine tra l’attrazione e il sopruso? Non è facile stabilirlo”.

Funzionaria  di un ente pubblico, separata  senza figli, molti nipoti, settanta anni. “Non sono mai stata molestata, neanche sull’autobus. Da grande, per una grave crisi depressiva, sono finita in analisi:  pensavo di essere la più brutta tra tutte le donne, tanto che, quando andavo al lavoro, mi ripetevo: “Comportati come se fossi molto affascinante, magari  gli altri non si accorgeranno della tua bruttezza”. Fu proprio durante questa mia terapia che mi vennero in mente un paio di episodi vissuti da ragazza. Durante l’estate ero dai miei parenti  in un paese dell’Italia meridionale. Mi ero fermata per strada a parlare con un compagno di scuola quando arrivò un garzone della società  dei miei nonni per comunicarmi che la nonna mi voleva subito a casa. In paese il controllo su di me era totale. Una altra volta, mentre tornavo a casa, vidi la nonna che mi guardava dal balcone:  bussai al portone, entrai ed ebbi uno schiaffo. “Nonna perché? Cosa ho fatto?”.  “Ti ho vista. C’ era uno che ti seguiva”. “Ma io che colpa ne ho?”. “Una vera signora non si fa mai seguire”. Mia nonna, ma anche mia madre, mi hanno dato una educazione sessualmente repressiva: mi hanno messo addosso un burka interiore che suscitava negli uomini nei miei riguardi l’ istinto di protezione e tenerezza. Questo per fortuna non mi ha impedito né di avere numerosi corteggiatori né di non esprimere giudizi di condanna verso le donne che avevano costumi più liberi. E oggi che sono una vecchia signora sto dalla parte di tutte quelle che protestano per esser state molestate anche dieci , venti  o trenta anni fa. È finita l’epoca del “vis grata puellae” degli antichi romani. L’uomo ha il diritto di chiedere alla donna se vuol fare l’amore, ma lei il diritto di dire di sì o di no”.

Produttrice di filmati pubblicitari, due mariti, quattro figli, molti nipoti, una sessantina di anni e un temperamento determinato. “Mai  avuto fastidi dai maschi, né da bambina, né da adolescente, né da adulta. Qualche strusciamento sull’autobus, sì , quello sì, ma basta. Forse perché sono sempre stata in coppia:  fin da ragazzina avevo i miei filarini che mi proteggevano e poi  mi sono sposata prestissimo. NeI  lavoro il mio ruolo di produttrice è un ruolo dominante: sono io che dico sì oppure dico no. È chiaro che gli uomini davanti a me non osano mostrarsi scorretti. Questo mi convince ancora di più che il problema delle molestie nasce da uno dis-equlibrio di potere: gli uomini tuttora ne hanno molto di più delle donne. Sarebbe arrivato il momento di  attuare una sostanziale parità”.

Dipendente della regione, cinquanta anni,  molti nipoti, nessun figlio. “Fastidi dai maschi ne ho avuti solo da bambina. C’era il padre di una mia amichetta che, mentre giocavo a nascondino, approfittava di me toccandomi nelle parti intime. Sfuggirgli era difficile, anche se ero veloce come la luce. Non mi vergognavo ma non ne ho mai parlato: temevo che mia madre mi avrebbe impedito di andare a giocare in cortile con gli altri bambini. Più tardi, già adolescente, fui braccata su un treno in un corridoio proprio dal controllore: sfuggii  al suo abbraccio ma anche stavolta non dissi niente perché non volevo creare problemi alla cuginetta piccola che stavo accompagnando. Nessuno dei due episodi mi ha provocato sensi di colpa, però: sono una donnina molto minuta ma ho un carattere fortissimo. Purtroppo non tutte le ragazze ce l’hanno e a loro va la mia totale solidarietà”.

Sposata con figli, un lavoro intellettuale, un paio di legislature in parlamento, sessanta anni. “Mio padre  era sindaco di un paese, eppure c’era il padrone di un negozio che, appena poteva, mi molestava mettendomi le mani nelle mutandine. Avevo quattro, cinque anni: era una Italia orribile allora, che proteggeva poco l’infanzia. Quello che più mi turbò ,però, avvenne verso i miei nove anni: fui chiamata da un negoziante nel suo magazzino e quando fui dentro lui chiuse porte e serrande e mi propose di farmi alcune fotografie. Io accettai e mi misi in posa: ero atterrita ma anche attratta da quel momento di seduzione che stavo vivendo. Sapevo che non avrei dovuto farlo ma non riuscivo a resistere alla tentazione: l’ambiguità di quella molestia mi ha tormentato a lungo, restandomi in testa come una matrice. Nonostante tutto ciò, sono stata una ragazza vivace con molte storie d’amore e mi sconcerta che tuttora, in Italia e nel mondo, tante donne subiscano molestie. Non solo se, come Asia Argento, la posta in gioco è un film da Oscar e quindi conviene accettare e tacere, ma anche se la posta in gioco è un lavoro in un supermercato. Perché c’è una disparità di forze: l’uomo ha più potere e se ne avvale sulla donna come se esistesse uno “ius ad molestiam”. Ma anche perché il gioco della seduzione è complicato: noi donne vogliamo piacere, gli uomini vogliono possederci. Dovremmo imparare a conoscere i confini della seduzione, rompendo una omertà che fa solo male”.

Giornalista con marito, figli, nipoti, settanta anni. “Ho conosciuto le molestie maschili solo da adulta, già moglie, già madre e già col mio lavoro, un lavoro che offre, per sua natura, un ruolo di potere: io faccio le domande, tu sei qua, davanti a me, e rispondi. Deve esser per questo che gli uomini che mi son saltati addosso durante una intervista mi hanno suscitato sentimenti di  pietà o di ridicolo. Il primo era un famosissimo e vecchissimo corrispondente da New York che mi braccò su un divano; il secondo uno scarsamente noto scrittore col quale eseguimmo una corsa intorno al tavolo della sua camera da pranzo, io avanti e lui indietro come in una comica degli anni del muto; il terzo un attore molto popolare che mi buttò sul suo lettone nella casa-studio dove ero andata a incontrarlo. Tutti e tre il giorno successivo si scusarono. Nessuno spavento per me ma molto stupore. Avrei potuto rovinarli raccontando l’acceduto: non l’ho fatto. Forse ho sbagliato perché son certa che siano stati molestatori seriali, ma, al momento, questo pensiero non mi venne e adesso è tardi: non ci sono più”.

Impiegata di concetto, trent’anni, determinata e autonoma. “Nessuna molestia da bambina. O almeno non ne ho ricordo. Forse un vicino di casa molto amico dei miei ogni tanto mi teneva troppo vicino a sé. E nessuna molestia dai coetanei: a scuola eravamo tutte femmine e coi ragazzi si usciva in gruppo. Anche all’università niente.  Si sapeva che un professore, durante l’esame, guardava il seno delle ragazze: chi non voleva farselo guardare si metteva un maglione accollato. Sul lavoro, una volta soltanto, sono stata importunata in automobile dal collega alla guida il quale per sfiorarmi il seno pagava l’autostrada abbassando il mio finestrino e non il suo. Ne ho parlato al mio capo: è stato imbarazzante ma m’è parso giusto informarlo. Il sessismo, comunque, non è finito. Vero che i giovani sono più corretti degli anziani, ma le battute e le allusioni continuano. Alcuni lo fanno per mantenersi fedeli alla tradizione, altri perché spaventati dalla nuova autonomia femminile. Faticano a capirci. L’immagine della donna appare ai maschi frammentata tra la mamma degli spot per le merendine e la spregiudicata diva dei siti porno.  Metterle insieme queste due facce appare difficile”.

Docente universitaria, tra i cinquanta e i sessanta, con figlio adulto e marito. “Da bambina sono stata crocifissa: eravamo tanti fratelli e già a sei anni uscivo da sola. Ero  tormentata in autobus, al cinema, in mezzo alla folla: mani maschili a go-go. Non capivo. Non riuscivo a verbalizzare. Ero agghiacciata. Neanche a mia sorella l’ho detto. Una volta, poi, un esibizionista mi si fece davanti col suo pene in erezione:  ne ignoravo l’esistenza. Provai una vergogna indicibile anche se non sapevo neppure cosa fosse il pene . Solo quando ho cominciato a praticare il femminismo ho trovato il coraggio di parlare. Trovare le parole per dire le cose è un atto fondamentale. Nominare le violenze fu una meravigliosa sensazione liberatoria. “Le mani le tenga in tasca”, esclamavo ad alta voce in autobus, e quello farfugliava mentre si apprestava a scendere. Bellissimo! Sul lavoro è stata una altra cosa. Nel mondo accademico è più sottile la violenza che subisce una donna. Gli uomini, che ancora oggi solo al comando, ti molestano considerandoti come un bambino o una bambolina: non ti riconoscono la pari dignità, ma non c’è il “do ut des” esplicito. Le studentesse se si sentono molestate da un docente possono rivolgersi a una commissione etica, ma a noi colleghe appare inopportuno raccontare di esser state infastidite. Eppure succede. Magari esci a cena con un tuo collega, ti mostri gentile e, a fine cena, lui ti bacia sulla bocca. A me è successo. Un bacio non è un gesto volgare ma  è inopportuno. Però io ho sempre reagito con garbo, mai con un no secco: un po’ perché non so essere scortese, un po’ per non sentirmi dire che quel bacio lo desideravo anche io. È una sensazione spiacevolissima: il potere maschile, tanto quello intellettuale quanto quello del denaro, spesso ci mortifica: vorremmo esser viste come persone, invece non lo siamo”.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

1 Comment

Commenta

Questo Sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza. Proseguendo nella navigazione acconsentirai al loro utilizzo. Scopri di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi