Care libere Molestie

Scrivendo di molestie

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Le Libere si interrogano sul tema delle molestie: cosa c’è dietro certi comportamenti maschili? Perchè proprio ora le donne denunciano in tutto l’Occidente? Succede perche le donne hanno vinto almeno una tappa della loro battaglia? Verso cosa indirizzare ora il nostro impegno? Su questo abbiamo aperto un discorso tra noi. Ne pubblichiamo i contenuti per rendere trasparenti i nostri pensieri e perché possano essere da stimolo per un dialogo anche con chi ci segue.

 

Roma, 7 dicembre 2017, 9:10 AM

Care Libere, la realtà è sorprendente sempre. Fra i nostri temi quello delle molestie non ci era mai apparso il più rilevante. Non siamo però noi a dettare l’agenda alla realtà. È lei a dettarla a noi e questa volta ce l’ha apparecchiata così: decine, poi centinaia, poi migliaia di donne in tutto l’Occidente hanno cominciato a denunciare le molestie subite nel corso della loro vita. È andata così. A noi spetta solo il compito di capire perché. 
Per ora possiamo solo constatare che, in questo tornante della loro storia, le donne hanno deciso, a quanto pare, non di cominciare (ci mancherebbe) ma di proseguire la loro battaglia, investendo i luoghi  lavoro. I luoghi, cioè, in cui sono state ospiti quasi sempre solo tollerate e spesso subalternizzate nella forma: sì, ti agevolo se sei carina con me. Perché, ricordalo sempre, questo non è il tuo posto; è il mio posto. Tutto ciò è andato avanti per così tanto tempo da portarci a una sorta di assuefazione. Poi, repentinamente, qualcosa è accaduto: è crollata una diga. Ed è crollata a causa di un movimento tellurico profondo: le donne hanno rotto il silenzio. Hanno cominciato le dive? E che fa? Ora parlano anche le impiegate…

Significa questo che abbiamo vinto la nostra battaglia? E quando mai? È solo un momento di quella che è stata chiamata la rivoluzione più lunga. Un momento che va però registrato e rivendicato. Perché se un movimento tellurico ha fatto emergere un fenomeno così rilevante, non accada che un’ondata lo cancelli facendone smarrire il senso. Ebbene, noi diciamo che siamo al posto nostro a casa e nel lavoro e vorremmo migliorare casa e lavoro e vorremmo che i nostri compagni dell’avventura umana se ne convincessero. Forse, chissà, accettandoci reciprocamente potremmo persino, raddoppiando e facendo convergere gli sforzi, rendere migliore il mondo.

Licia


 

Roma, 8 dicembre 2017, 17:48

Care Libere, condivido solo a metà le considerazioni di Licia. Sono d’accordo a ritenere un fatto storico la valanga di denunce di migliaia di donne che hanno svelato quel che accade sui set, negli uffici, nei negozi, nei partiti, nei parlamenti, in ogni luogo di lavoro, prestigioso o umile che sia. Ho invece qualche perplessità sulla specifica natura di queste molestie. La limitazione al lavoro mi pare tagliare fuori le molestie che le donne subiscono nei luoghi pubblici, dagli autobus ai cinema alle strade. Ora comincio a intravedere qualcosa di molto serio nel suo discorso. Le molestie sul lavoro non mirano fondamentalmente a soddisfare un desiderio sessuale, rapinoso quanto si vuole, ma a esibire ed esercitare il potere maschile, a ricordare alla donna di turno che lei sta entrando o è entrata in uno spazio pensato e costruito solo per gli uomini, e che lei avrebbe dovuto stare in un altro luogo, quello erotico-domestico specificamente dedicato a soddisfare i bisogni e i desideri umani. Con la molestia (anche solo verbale) viene rimessa al suo posto, perché capisca che anche in questo spazio è innanzitutto “sesso” e che se vuole ottenere il lavoro o fare carriera deve pagare pegno, deve accettare che sul lavoro è innanzitutto oggetto sessuale. Ecco questo giro di pensieri mi porta a considerazioni generali, forse infondate chissà. Mi pare cioè che questo discorso possa funzionare se è diffuso nel senso comune il principio della distinzione, propria della modernità, tra attività lavorativa volta alla produzione e sfera erotica/riproduttiva. L’etica capitalistica del lavoro impone questa distinzione (vedi il puritanesimo, l’americanismo e fordismo) tra piacere e lavoro alla cui disciplina i maschi si sono piegati. Ma l’ingresso delle donne provoca uno choc: ma come l’incarnazione del sesso, del piacere pretende di stare e agire alla pari nella sfera del lavoro/sacrificio! La molestia appare il modo con cui questa “anomalia” viene ricondotta alla sua “normalità”. Si apre qui l’enorme capitolo della complicità femminile…

Francesca I.

 


 

Roma, 9 dicembre 2017, 10:31

Care Libere, a dispetto di quanto ci dicono le inchieste ufficiali, credo che le molestie siano una realtà diffusissima, al punto che non è verosimile che qualcuna non la incontri, prima o dopo. Il punto è semmai che non tutte le sanno identificare come tali. Per questo è decisivo che se ne parli tanto ora. La specificità della molestia nello spazio lavorativo è dovuta mi sembra alla sua assoluta emblematicità. Quello che infatti gli uomini più o meno consapevolmente vogliono trasmettere alle donne è il fatto che loro in quel mondo sono abusive, ci stanno ‘a pigione’, come si dice. Si tratta di un concetto che non mi stanco di ripetere alle giovani donne perché non esserne consapevoli è molto pericoloso, tende a riprodurre la profonda sensazione che sia tu il problema, a farti sentire inadeguata. 

Perché lo fanno, seppure inconsciamente? Ci sono tante ragioni diverse e anche contraddittorie. Io credo perché non vogliono né possono prendere sul serio la donna che entra nel ‘loro’ spazio, non la credono in grado di farlo. Ma anche, e sempre di più, perché se ne sentono minacciati. E non solo perché le donne sono sempre più brave e competitive. Anche perché in quello spazio sono abituati a gestire la loro sessualità sul piano della sublimazione omosessuale, in un rispecchiamento reciproco che conoscono, delicato e non privo di problemi, ma almeno senza il diretto coinvolgimento del corpo. L’apparire delle donne mette in pericolo questo equilibrio, espone la loro vulnerabilità, può accendere il desiderio. Allora le donne vanno ‘messe a posto’ e comunque la vulnerabilità va rovesciata in esercizio del potere, in quella specifica competizione tra uomini che era stata lasciata comodamente fuori da quello spazio e che ora invece torna a complicare loro la vita. Ma talora anche a giocarla anche lì con piacere, o a prendersi una rivincita su chi è comunque più debole.

Serena

 


 

Roma, 9 dicembre 2017, 11:33

#NiUnaMenos in Argentina, #PrimeiroAssedio in Brasile, #YoTambien e #AMiTambien in Messico, #AnaKamen in Medio Oriente, #BalanceTonPorc in Francia, #QuellaVoltaChe in Italia, #MeToo negli Stati Uniti. Sono gli hastag che denunciano le molestie che le donne subiscono nel corso della vita. Sono milioni di donne e a noi, come dice Licia, spetta capire. Ora la protesta investe i luoghi di lavoro e i luoghi della vita fuori casa (i fastidi di cui le donne sono oggetto sui mezzi pubblici ne sono l’emblema). Perché adesso, perché così, perché in questa misura? Fino ad oggi il nostro pensiero è andato alla violenza domestica, allo stalking, al maschio prevaricatore che ha in tasca le chiavi di casa. Spostare il centro del ragionamento richiede una riflessione.

Guardavo ieri la campagna televisiva sulla violenza di genere: una donna parla con un’amica e nasconde la realtà dei fatti raccontando una rosea realtà familiare che non esiste. Non vuole accusare il partner, le fa troppo male, ci sono in gioco affetti, consuetudini, anni passati insieme. Pensavo anche ad un dibattito in una scuola, qualche tempo fa: una ragazza minuta con il viso delicato e capelli lunghi fino alla vita diceva che in un rapporto affettivo la violenza “ci sta”, per costruire una relazione bisogna farci i conti, non si lascia un fidanzato per qualche scatto di intemperanza. A me è venuto in mente un’altro caso, in una scuola a Centocelle, di una studentessa a cui il fidanzato in una discussione aveva rotto il braccio. Il fatto era stato preceduto da altri episodi di violenza, ma lei non ne aveva parlato in famiglia. Quando la violenza si intreccia con l’amore è difficile rompere il muro dell’omertà e della vergogna.

Ma sul lavoro è diverso. Non ci sono affetti in gioco, non ci sono retaggi antichi né modi di essere che si perdono nella memoria, non ci sono modelli profondi che possano condizionare e far chiudere gli occhi. Questo perché dai luoghi del lavoro, prestigiosi od umili che siano, come dice Francesca I, le donne sono state sempre escluse. Niente consuetudine, niente radicamento di modi di essere. Per fare un esempio: una donna può ricordarsi di sua nonna che costruiva una facciata di rispettabilità ad un marito scapestrato e a volte pure manesco, ma di norma quella nonna non lavorava fuori casa e quindi non ha lasciato in eredità modelli di comportamento a cui rifarsi. Per cui, secondo me, uscire dal silenzio sulle molestie nel luogo di lavoro è più facile. Paradossalmente, proprio il lungo doloroso approfondimento che è stato fatto in questi anni sulla violenza domestica ha portato a riflettere su sessismo, esercizio del potere, predominio maschile nell’ambito importantissimo del lavoro. Ma come, siamo più studiose, più preparate, più formate degli uomini, siamo più laureate, e ci trattano come “le ragazze” della redazione del giornale di cui parlava Simonetta all’ultima riunione?

Uscire dal silenzio sulle molestie nei luoghi di lavoro, in realtà, un rischio grosso lo ha, ed è il posto di lavoro stesso. C’è la paura di perderlo. Ma a questo può servire la presa di coscienza che nasce da un movimento come #MeToo. Ad esempio in Francia si sta pensando di introdurre il reato di “disprezzo sessista” e di aumentare il sostegno a chi subisce violenze (prendo la notizia su Internazionale). E certamente la protesta sul piano del lavoro non può non essere a livello planetario, ovunque le donne lavorino. Globalizzazione ed internazionalizzazione portano a questo. Insomma, c’è da riflettere e pensare.

Rita


 

Roma, 9 dicembre 2017, 12:46

Care tutte, non so dire se l’onda lunga sulle molestie sessuali che sta attraversando il mondo occidentale sarà il presupposto di un radicale cambiamento. So solo che molto dipenderà anche dalla lettura che le donne sapranno darne. Nel merito penso anch’io che la lunga rivoluzione delle donne ha portato a una libertà femminile realizzata nei termini di pura “apertura” di un sistema (la democrazia, lo Stato, il mercato, i tempi di vita,…) costruiti e organizzati da uomini a dimensione loro. La potenza maschile oggi certo non aspira più al “superuomo” ma mantiene intatta, attraverso la sessualità, la volontà di assoggettamento della donna. Penso inoltre che tutto questo non deve impedirci di capire che la libertà femminile per comodità, in particolare delle donne che dovevano inserirsi nei luoghi pensati e organizzati dagli uomini, è stata spesso scambiata con la “sicurezza”.

Francesca M.

 


 

Roma, 9 dicembre 2017, 13:20

Care Libere, due elementi sono per voi salienti per raccontare le molestie: l’entrata delle donne nel mondo del lavoro che era privo di corpo e di sesso causa una turbativa, una confusione che prima non c’era. Le donne sono ancora viste come abusive nel mondo del lavoro e dunque va ribadito il potere degli uomini su di loro esportandolo dal privato in cui il corpo e il sesso esistono. Mi viene da dire questo: quando esco all’ora di pranzo da casa, vedo gruppi di impiegati, uomini e donne, con il portafoglio in mano che vanno a mangiare insieme. Ridono e scherzano. Sento tra loro un rapporto di complicità molto forte, direi anche un legame sensuale e divertito che il lavoro crea. Nei set, lavorando insieme al film, si creano e si disfano sempre flirt e storie d’amore.

Il lavoro tra uomini e donne crea nei fatti desiderio e complicità. È un fatto nuovo, perché prima le donne non c’erano, come l’amore in parità, e ancora non ha modi e tradizioni codificate. E spesso, quando il potere è nelle mani degli uomini, questa complicità sensuale viene vissuta all’antica, con la sopraffazione e la molestia appunto. Ma secondo me non si tratta di togliere la seduzione che si crea sul lavoro tra uomini e donne, perché le donne lavorano portandosi dietro il loro corpo e animano di desiderio un ambiente che prima era di soli uomini, forse si tratta di trasformare quella seduzione in un rapporto paritario e accettato da entrambi, di trasformarlo, come con tanta fatica cerchiamo di trasformare l’amore tra pari, la relazione, la procreazione.

Cristina

 


 

Roma, 9 dicembre 2017, 13:25

Care, una premessa al mio pensiero: sempre con le donne e dalla loro parte! Per prima cosa, credo che la nostra analisi debba svilupparsi nell’ambito delle molestie sul lavoro perché un campo più limitato ci consente di non affrontare questioni che molto hanno a che vedere con l’inconscio collettivo e con l’istinto; penso che un’indagine dal punto di vista psicanalitico sarebbe molto interessante ma forse non è il caso per noi di affrontarla, almeno ora. Mentre l’approccio concreto e anche storico che propongono Licia e Francesca mi convince molto. Poi, devo ammettere che non ho avuto nella mia esperienza di studio all’università né di lavoro al Ministero dell’Economia mai nessun episodio di molestie. Né alcuna delle mie amiche o colleghe, anche intime, in tanti anni mi ha mai riferito fatti del genere. Vi ho già raccontato in riunione dell’unico episodio di quel funzionario che guardava video porno al computer dell’ufficio e che su mia denuncia è stato immediatamente allontanato. Ciò non significa ovviamente che la realtà sia diversa e che pudore e vergogna impediscano a molte di essere sincere. Per quanto mi riguarda devo confessarvi che nella mia vita lavorativa e di studio ho visto con mio grave disappunto diverse colleghe usare le proprie arti seduttive verso i capi o professori maschi  per ottenere vantaggi in termini di carriera e/o di voti agli esami, e ciò a danno di altre donne (come me ad esempio…) che avevano un comportamento serio e un approccio più “neutro”, ma anche a danno di uomini. Quindi, la storia della denuncia delle molestie è importante e segna un passo avanti per tutte le donne, ma ci sono molte sfaccettature di cui tenere conto.

Antonella

 


 

Roma, 9 dicembre 2017, 16:23

Care Libere, mi dispiace non essere riuscita a raggiugervi, ovviamente seguo e ricordo l’avvio della discussione nelle settimane scorse. Vi mando i miei pensieri:

Le cose cambiano: si è rotto un muro, è saltato un equilibrio malato, grazie al coraggio e alla forza raggiunta da tante. Questo è un dato e un bene, ma vuol dire ora conflitto, scontro con reazioni e controreazioni ad ogni livello. Chez nous, in Italia, non è che vada proprio benissimo. Serve che si dia un racconto nostro un’analisi, una visione. Dobbiamo starci e parlarne, se no il quadro lo fanno altri.

Non è questione di donne ma del rapporto tra uomini e donne: questo è decisivo da capire. La domanda è: si può stare insieme accettando la differenza sessuale e la tensione che porta con sé e immette nel rapporto? Si può stare insieme  – in casa al lavoro per strada- senza sopraffazione e senza neutralizzazione della differenza sessuale? Le molestie parlano di una reazione alla nostra libertà e alla nostra presenza. La risposta è dunque un equilibrio diverso, dove entrambi possiamo abitare il mondo in ogni luogo -privato e pubblico-  paritariamente, con la stessa signoria ma con corpi e sessi diversi? Si può accettare, questo il punto, la vulnerabilità a cui ti espone il rapporto con l’altra e l’altro?

Saltano privato e pubblico: condivido le cose che avete scritto tutte, anche la questione relativa alla natura molestie sul lavoro. Per questo penso che la cosa vada impostata a partire dal rapporto tra i sessi. Ovunque ma soprattutto da noi in Italia o in altri luoghi dove l’emancipazione è stata più difficile, più ostacolata, lo ‘scambio’ sesso/potere o anche solo sesso/accesso al lavoro, alla carriera – a cose acquisite per diritto, è stato una pratica frequente. Investe dunque anche noi – le donne – questo discorso e il suo rifiuto, a ogni livello.

Fabrizia


 

Roma, 9 dicembre 2017, 18:34

Care Libere, ciò che è accaduto in questo periodo e il modo in cui il tema delle molestie è stato affrontato, soprattutto qui in Italia mi ha fatto pensare che uno degli aspetti da mettere in discussione, sono d’accordo con Cristina, è l’idea di sessualità che hanno gli uomini e le stesse donne. Sono convinta che anche in questo ambito è il concetto di parità che stenta a prendere corpo. Condivido l’analisi di Francesca: la molestia sessuale sul luogo di lavoro esprime a pieno l’idea di riconduzione alla subalternità. La donna oggetto sessuale.
Credo che l’immaginario collettivo sia ancora pregno di questa idea, anche quello femminile… mi spiego così le reazioni discordanti alle condanne delle molestie, la realtà dicotomica Sante/Puttane che fuorvia dal vero nodo delle molestie che sta solo nel consenso.

Penso che faccia ancora fatica ad affermarsi il passaggio concettuale da donna oggetto del desiderio a donna Soggetto che desidera; a volte mi sembra che la “rivendicazione” di una piena libertà sessuale (una parità anche in quell’ambito) sia destabilizzante e non solo per gli uomini. Il riconoscimento della soggettività delle donne anche nella sfera sessuale sicuramente ridefinisce la relazione e ne ritraccia i confini… e forse su questo c’è ancora da riflettere tanto.

Silvia


 

Roma, 12 dicembre 2017, 10:20

Care Libere, io non ho mai pensato, avvertito, sentito di essere stata molestata sul luogo di lavoro o a causa del mio lavoro. Eppure di cose me ne sono capitate, compresi tre intervistati, tre, illustri o meno illustri signori, tutti più anziani di me e tutti aldi là di ogni tentazione, che mi hanno aggredita mentre facevo le mie domande, chiedendomi di far sesso con loro. Ma io mi sono sentita talmente sicura di me e del mio ruolo da essermi sempre considerata sicura, forte, tutelata, tanto da provare per loro solo molto imbarazzo e dispiacere: nessuna vergogna per me, senso di colpa o turbamento. Ho vissuto dentro le redazioni di giornali da quando avevo 20 anni. A quel tempo le donne giornaliste erano una assoluta minoranza. Ovvio, i commenti ad alta voce su me e su quelle poche donne che entravano in redazione, ovvio il loro linguaggio goliardicamente sessuato, ovvio stare ai loro scherzi, anche molto pesanti. Per molti anni sono stata alla redazione romana de La Stampa, uno dei migliori quotidiani italiani, piena di colleghi intelligenti e capaci, ma maschi, molto maschi. Mi sono abituata. Per loro una donna è prima di ogni cosa un corpo. Un corpo da commentare, ammirare, desiderare oppure deridere, schernire, disprezzare. Poi viene il resto. Mi sono abituata anche al fatto che solo dopo i miei 50-60 anni hanno smesso di chiamare me e la collega “le ragazze dello spettacolo”, e mai, mai, anche quando eravamo presentate a estranei, “le giornaliste dello spettacolo”. Ho accettato, in quanto donna, che, nonostante all’università fossi iscritta a filosofia, il primo lavoro me lo diedero perché mi occupassi di moda, e la moda, si sa, è affare femminile. I maschi continuano a ignorare che la moda è un affare che produce miliardi, aiuta le nostre esportazioni, diffonde la nostra cultura. Sarebbe cosa seria, ma i maschi non lo vogliono capire. Ho accettato senza stupirmi che, quando il vicedirettore de La Stampa mi presentò alla redazione di Torino come neo-assunta dicesse: “Ecco una giovane donna, finalmente ci dirà se abbiamo messo la cravatta giusta o quella sbagliata”. E allora avevo già 15 anni di lavoro alle spalle. M’è parso naturale che mi prendessero per il settore spettacolo perché per i maschi, il cinema, la tv, la danza, il teatro, la musica sono considerati di secondo piano, tanto da dare al lavoro che io e le altre donne facevamo, e facciamo, la definizione di “colore”, come se raccontare fatti, problemi, persone che esercitano un lavoro creativo e sono modelli di comportamento per un gran numero di persone, sia solo una nota sfiziosa aggiunta al giornale. I critici no, quelli sono uomini, ma sono professorini, e il tono con cui i giornalisti li chiamano non esprime grande stima. È solo adesso che sto riflettendo sul fenomeno delle molestie sul lavoro che mi rendo conto di esser stata per tutta la mia vita immersa in un universo maschile, quello che domina tuttora qualunque ambiente lavorativo. Meno di 50 anni fa, certo, ma ancora molto. Eppure, l’antropologa Ida Magli che è stata la mia insegnante all’università me lo aveva spiegato. La cultura, in senso antropologico, è come l’aria che respiriamo. E l’aria la respiriamo tutti, uomini e donne. Se il mondo è gerarchicamente costruito a misura dei maschi, anche noi femmine inconsciamente lo condividiamo. La rivolta contro le molestie sessuali che sta attraversando la nostra società è il segno che cominciamo ad accorgerci che non basta dire no alla violenza: botte, umiliazioni, stupri e quant’altro. Diciamo no anche a un clima, un’atmosfera, un’aria. Ma per uscirne e respirare un’aria diversa dobbiamo essere in due: noi donne che diciamo basta, e gli uomini che devono dire basta con noi.

Simonetta

 


 

Chi ha scritto questo post

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Siamo donne diverse per età, vita professionale e storie politiche. Molte di noi hanno fondato il grande movimento nato il 13 febbraio 2011 da un appello che si concludeva con le parole Se Non Ora Quando? Che libertà è il luogo dal quale lanciare alla società, alla politica e alla cultura la nostra nuova proposta: RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ!

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