Mai più complici

Cara Deneuve, cancellare il corpo è un errore

Ph. Margherita Bertolazzi
Fabrizia Giuliani
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Non è la negazione, la fuga o il travestimento la via per l’empowerment, ma l’esserci e dire la verità. Questo rende possibile l’alba di un tempo nuovo…

 

Era nell’aria da un po’ la contestazione al #metoo, serpeggiava in editoriali e interviste, ma con la lettera pubblicata da Le Monde la reazione al movimento che si batte contro la ‘normalità’ delle molestie ha fatto un salto di qualità. Non si erano ancora spenti gli echi del potente discorso di Oprah Winfrey, che nel gran mare di vestiti neri della notte dei Golden Globe ha dichiarato in modo assai credibile “Time’s Up”, il tempo degli abusi è finito, che le agenzie battevano la notizia della lettera firmata anche da Catherine Deneuve contro l’ondata neopuritana e illiberale.

Ora, difendere la libertà di importunare o il carattere naturalmente offensivo di ogni pulsione sessuale non è certo una novità, nemmeno nella forma provocatoria scelta dalle autrici della lettera. Non c’è più nessun borghese benpensante da stupire, verrebbe da dire, e se c’è, è ben contento di tenersi stretto il privilegio di commenti e gesti rivolti a donne che non li chiedono né li condividono, come ieri Berlusconi non ha mancato di sottolineare. Ma il punto non è la novità del testo firmato da Deneuve e altre, il punto sono le idee sulle quali fa leva la critica, anzi l’accusa al #metoo che un manifesto autoproclamatosi ‘femminista’ porta avanti. Illuminante a proposito, l’intervista che una delle autrici della lettera, Catherine Millet, ha rilasciato a Stefano Montefiori sul Corriere della Sera.

Dalle sue parole si comprende come il punto nodale non sono le molestie o gli abusi di potere, e nemmeno la libertà, l’aspetto essenziale nel rapporto tra i sessi è la forza. Essere femministe vuol dire essenzialmente affrancarsi dal marchio di debolezza di cui le donne sono segnate, ne consegue che anche solo il nominare le ferite che le molestie e persino violenze possono arrecare è un errore, perché porta a restare intrappolate nella condizione, fatale, di vittime. Per riuscirci, ecco il punto, bisogna separare nettamente le nozioni di persona e di corpo: prendere le distanze dal corpo è essenziale per le donne che così relegano alla sola dimensione fisica ferite e sofferenze inflitte dalla violenza. Millet evoca addirittura S. Agostino per ricordare come uno stupro non offenda l’anima, se la nostra soggettività sceglie di non consentirlo. La forza è in questa volontaristica scelta di recidere i legami con il corpo e si può fare, basta volerlo.

Ora, se si restasse, neutralmente, sul pieno della storia delle idee si potrebbe parlare di neocartesianesimo mai tramontato, di una reazione al superamento del dualismo mente/corpo realizzato dalle conquiste novecentesche, che su terreni diversi – della psicoanalisi, alle scienze del linguaggio e della mente – hanno dimostrato come non esista una mente, o se si preferisce, un Io senza corpo, al riparo dal tempo, dall’ambiente e soprattutto dall’interazione con gli altri; che ogni nostra parola, idea, pensiero non è mai figlia di una mente immateriale, ma nasce un unico impasto di ciò che chiamiamo mente e corpo e dalla storia che lo segna. Siamo il nostro corpo, occorre farsene una ragione.

Se è necessario ricordare questi aspetti, sappiamo però che il terreno di questa discussione, è la politica, non la filosofia. E allora cos’è la forza? La negazione della vulnerabilità e della violenza che può investirla? Può essere questa la risposta di chi si riconosce nel pensiero elaborato dalle donne? Io penso di no. Quel pensiero nasce sulla critica dell’idea che la libertà coincida con la rimozione dal corpo inteso come limite, mortalità, le cui cure vanno lasciate alle donne. Come ha mostrato in modo analitico Francesca Izzo, nel suo ultimo lavoro, le ragioni della subalternità femminile, di una diseguaglianza con la quale ancora oggi facciamo i conti e di una libertà da conquistare ancora pienamente, affondano le loro radici in questa distinzione funzionale.

Se Simone De Beauvoir scriveva a metà del secolo scorso ‘Donne non si nasce, si diventa’ pensando che uno e solo uno poteva essere il destino proprio di chi nasce donna, e che dunque la strada della libertà passava per la negazione/rimozione di un corpo che inchiodava alla minorità, perchè legato al ceppo, come scrisse vent’anni dopo Ursula Le Guyn, della gravidanza e della procreazione, il femminismo della differenza ha rovesciato le carte affermando, non a caso, Our bodies ourselves, siamo il nostro corpo, la nostra libertà non passa per un’uguaglianza che coincide con la sua cancellazione. Grazie a questa prospettiva, in larga parte del mondo le donne hanno conquistato diritti e cittadinanza, a cominciare dal molto corporeo terreno della sessualità e della riproduzione. C’è tantissima strada da fare ancora, come vediamo, ma questo non vuol dire in alcun modo tornare indietro ad una mimesi di modelli, peraltro in via di archiviazione anche da parte maschile, come questo dibattito sta mostrando.

Confondere le vittime con il vittimismo è un errore grave. Rimuovere le prime equivale a cancellare crimini e soprattutto responsabilità. La forza reale, quella mostrata da Winfrey e ben registrata in ogni dove, è al contrario nel riconoscere la vulnerabilità, le ferite, non avere timore di nominare chi le ha inferte, rompendo finalmente complicità millenarie. Non è la negazione, la fuga o il travestimento la via per l’empowerment, ma l’esserci e dire la verità. Questo rende possibile l’alba di un tempo nuovo al quale dobbiamo lavorare tutti.

Chi ha scritto questo post

Fabrizia Giuliani

Fabrizia Giuliani

Sono nata a Roma, dove vivo con mio marito Claudio e i nostri figli, Antonio ed Ella. PhD, insegno filosofia del linguaggio e studi di genere alla Sapienza di Roma, dove coordino, con Serena Sapegno, il Laboratorio di Studi Femministi. Ho tenuto corsi di semiotica e linguistica in diverse università italiane, sono stata Fulbright Scholar a Harvard, e presso l'Università per Stranieri di Siena ho avuto l’incarico di Consigliera per le politiche delle pari opportunità. I miei lavori si sono concentrati sulla produzione del significato delle lingue storico - naturali e sulle modalità con le quali i sistemi simbolici danno conto della differenza tra i sessi. Sono coinvolta nella teoria e nella politica delle donne dai primi anni universitari, ho contribuito alla fondazione di DiNuovo e poi dell'avventura rivoluzionaria di Se non ora quando. Nel 2013 sono stata eletta deputata nelle liste del PD, dove lavoro in Commissione Giustizia.

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