MAI PIÙ COMPLICI PAPA FRANCESCO PARI E DIFFERENTI

Femminicidio: Francesco volta pagina

Made by Bogdan Solomenco [CC0], via Wikimedia Commons
Made by Bogdan Solomenco [CC0], via Wikimedia Commons
Claudia Marsulli
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«La plaga», la piaga: così papa Francesco parla del femminicidio in occasione della sua visita a Trujillo. Un malore sociale da estirpare, dunque. Ciò che sorprende non è tanto che la massima autorità ecclesiastica inviti a lottare contro la violenza, ma che prenda atto della non neutralità di questa specifica forma di violenza, che non ha nulla della tragica casualità.

Non è passato molto tempo dalla campagna #metoo che ha imperversato sui social e dalla tempesta di rivelazioni riguardo alle violenze subite dalle donne che lavorano nel mondo dello spettacolo, un mondo la cui lontananza rispetto al nostro si va decostruendo. Sorprende, dunque, che Catherine Deneuve difenda la «libertà di importunarci» degli uomini come loro diritto naturalizzato e che Francesco parli senza mezzi termini di femminicidio.

Le parole del papa sono volte a colpire il muro di silenzio che sempre promette di erigersi intorno alla violenza di genere. Torna, difatti, più volte sull’importanza di uscire dal silenzio e sul valore della testimonianza.

Nel contesto della recente temperie mediatica sul tema della violenza di genere, c’è da chiedersi quanto sia spontanea questa (tardiva) presa di coscienza da parte della Chiesa cattolica. Ma personalmente non credo che indagarne i motivi sia il vero punto della questione; penso, invece, alla potenza di una parola. Per altro discussa, ridicolizzata e strumentalizzata da un tipo di retorica che ancora dipinge “mostri” e al contempo guarda di sottecchi donne che non salva mai completamente dal sospetto. Penso alle donne, cristiane e non, vittime di violenza che finalmente vedono riconosciuta la loro sofferenza e soprattutto l’importanza politica della loro testimonianza.

La Chiesa cattolica, almeno nelle sue posizioni ufficiali, è stata storicamente sorda nei confronti delle istanze femminili. E quando ha parlato alle donne è stato per proporre modelli d’identificazione che veicolassero la medesima minorità su cui si fonda la sua gerarchia; in breve, quando la Chiesa cattolica non ci ha ignorate, forse ha finito per fare di noi le nostre stesse carceriere. Ma per noi non è possibile ignorare lei.

Tuttavia, cogliendo le parole del suo rappresentante, credo sia importante abbattere il silenzio anche su questo tipo di violenza. Più di tutto, mi sembra importante accompagnare la denuncia col recupero di tutte quelle esperienze femminili che all’interno della Chiesa hanno fatto della loro differenza uno strumento di lotta.

Da Caterina da Siena ad Angela Merici, a Teresa d’Avila e Sor Juana, Paola Antonia Negri, Arcangela Tarabotti fino al Novecento con Simone Weil, Edith Stein e ai nostri giorni con Teresa Forcades e, fra le altre, le teologhe italiane Ivana Ceresa e Adriana Zarri abbiamo avuto esempi di come un impegno all’interno del cristianesimo delle donne e per le donne sia stato possibile.

Quando la cultura letteraria era una prerogativa maschile e l’unico mezzo per accedervi era da dietro la grata del convento, Caterina da Siena e Teresa d’Avila hanno scritto, parlato in pubblico, e mantenuto rapporti epistolari con le più alte personalità ecclesiastiche per dare avvio a opere di fondazione basate sul reciproco amore tra donne. Nel ‘600 messicano Sor Juana confutò una teologia discriminante in trattazioni intelligentissime che sono rimaste celebri, come la Respuesta a Sor Filotea, e indirizzò all’arroganza maschile più di un componimento. Le filosofe Simone Weil e Edith Stein hanno calato la propria fede in un’esperienza sociale programmaticamente votata alla visibilizzazione della marginalità, dalla vita di fabbrica (Weil), alla comunità ebraica durante l’hitlerismo (Stein). Ivana Ceresa ha fondato nel 1997 l’Ordine della sororità: comunità aperta a donne «provenienti da ogni stato di vita cristiana, laiche sposate o vedove, in uno spirito ecumenico e interculturale, il cui fine è quello di rendere efficace e visibile la presenza delle donne nella Chiesa di Cristo e nelle società umane». Teresa Forcades, infine, è considerata fondatrice di una teologia queer che rilegge e sovverte la teologia classica dell’homo viator e della co-creazione alla luce di un’esigenza di fede che deve «fare i conti con la diversità sessuale, non deve condannarla ma cercare di comprenderla nel modo più profondo possibile» per coglierne la ricchezza.

Transverberazione di santa Teresa d'Avila nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma, nella cappella Cornaro.

Transverberazione di santa Teresa d’Avila nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma, nella cappella Cornaro.

Questi sono solo alcuni esempi delle numerose esperienze che hanno coniugato fede cristiana e fede politica in un’ottica di genere, percorrendo vie istituzionali ed extra-istituzionali in maniera sovversiva e creativa. Fondare una genealogia di donne può abbattere un muro di silenzio di cui noi stesse, altrimenti, ci faremmo complici. Invece, queste donne possono e devono vivere attraverso la nostra consapevolezza politica. Solo così avremo la misura di una speranza che ci fa dire che se la Chiesa ancora non ci parla, lentamente qualcosa sta cambiando…e può cominciare a farlo.

 

Chi ha scritto questo post

Claudia Marsulli

Claudia Marsulli

Sono nata a Roma, dove mi sono laureata in Lettere Moderne. A Madrid ho frequentato un’accademia d’arte e al momento frequento una magistrale in Italianistica, Culture letterarie europee e Scienze linguistiche all’Alma Mater di Bologna. Dal 2013 faccio parte del Laboratorio di Studi Femministi Anna Rita Simeone.

2 Comments

  • cara Caludia leggo che studi a Bologna. se vuoi conoscere e sentire teresa forcades sarà a reggio emilia il 1 febbraio per una conferenza all’interno di un ciclo di conferenze di teologia delle donne. ciao roberta trucco

  • […] La Chiesa cattolica, almeno nelle sue posizioni ufficiali, è stata storicamente sorda nei confronti delle istanze femminili. E quando ha parlato alle donne è stato per proporre modelli d’identificazione che veicolassero la medesima minorità su cui si fonda la sua gerarchia; in breve, quando la Chiesa cattolica non ci ha ignorate, forse ha finito per fare di noi le nostre stesse carceriere. Ma per noi non è possibile ignorare lei… Continua su chelibertà […]

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