BATTAGLIE LA RECENSIONE PARI E DIFFERENTI

The Post: anche per Spielberg «Time’s Up»?

Meryl Streep nei panni di Katharine Graham in una scena tratta dal film The post (2018), di Steven Spielberg
Marta Maiorano
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The Post è un film in cui vengono raccontati gli eventi che portarono alla pubblicazione dei cosiddetti Pentagon Papers, documenti di una ricerca del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America da cui si evince che, durante ben quattro mandati presidenziali, la guerra nel Vietnam era stata portata avanti nonostante il sicuro insuccesso delle operazioni militari. Nel 1971 tali documenti, sottratti dall’analista militare Daniel Ellsberg (Matthew Rhys), vengono in parte inviati al The New York Times, che ne studia segretamente il contenuto per tre mesi per poi pubblicarne un estratto sulla prima pagina del quotidiano. Il Washington Post, quotidiano locale di medie dimensioni (allora in competizione diretta con il Washington Star) diretto da Ben Bradlee (Tom Hanks) e pubblicato nel distretto di Washington D.C., entra in possesso dei documenti e decide di pubblicarli nonostante il divieto imposto dal governo Nixon al Times. L’editrice del Post è KatharineKayGraham (Meryl Streep), che ha ereditato il giornale che era stato prima del padre e poi del marito, morto suicida nel 1963. Graham dovrà scegliere se pubblicare o meno i Papers, rischiando così la chiusura del quotidiano (appena quotato in borsa) ma anche un procedimento penale per aver rivelato documenti governativi top-secret. Si tratta di un momento di svolta nella storia americana: la scelta di pubblicare i Papers da parte di Graham e Bradlee aprirà la strada, l’anno successivo, per l’inchiesta Watergate, che porterà alla vittoria del Premio Pulitzer per il quotidiano e, soprattutto, alle dimissioni di Nixon da presidente.

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La storia dello scandalo Watergate è nota a tutti, come è nota la trasposizione di Alan J. Pakula, Tutti gli uomini del presidente, film del 1976 in cui Dustin Hoffmann e Robert Redford interpretavano Woodward e Bernstein, i due instancabili giornalisti del Washington Post che hanno richiamato l’inchiesta all’attenzione del mondo intero. Forse però chi ha visto il film di Pakula si ricorderà che Katherine Graham lì non compariva neppure in un fotogramma (c’era invece Ben Bradlee, interpretato da Jason Roboards): era stata epurata dal film proprio la figura chiave dell’editrice del giornale, una damnatio memoriae del cinema compiuta senza che nessuno, nemmeno Graham stessa, si lamentasse della colpevole assenza. È quindi come se con The Post – che funge, in un certo senso, da prequel al film di Pakula – avessero voluto restituire alla storia e imprimere sulla memoria della pellicola una sua protagonista dimenticata.

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Perché The Post è un film femminista

The Post è un film sulla libertà di stampa nell’era di Nixon (e, per traslato, in quella di Trump); è un affresco sulla condizione delle donne negli anni ’70; è un romanzo di formazione sulla legittimazione del potere e sulla ricerca della propria autostima ma è, anche, un’ammenda del cinema per tutte le donne della storia assenti dai film, le cui vite sono state obliterate da quella spietata macchina da soldi che è Hollywood, con la complicità di sceneggiatori e registi (tra cui lo stesso Spielberg) ma anche, come si dirà più avanti, di cape e produttrici donne.

Ma com’è questo The Post? È certamente un film del “nuovo Spielberg”, che si inserisce cioè in una nuova linea narrativa che il regista sembra aver adottato a partire da Lincoln, in cui vengono recepite alcune tendenze documentaristiche emerse dal cinema indipendente d’inchiesta degli ultimi anni. È dunque un racconto più naturalistico e meno ritmato, più informativo e meno emotivo, quando invece il lavoro sul pathos e sull’emozione della scena era stato uno dei tratti di maggior riconoscibilità (oltre che di affezione di pubblico e critica) dell’opera spielberghiana. Gli afecionados del vecchio Spielberg stenteranno quindi a riconoscerlo nelle scelte narrative, mentre lo riconosceranno sicuramente nelle mirabili e impareggiabili scelte di regia (e ovviamente di fotografia e montaggio dei fedelissimi premi Oscar Janusz Kamiński e Michael Kahn, cui si aggiunge anche Sarah Broshar). Questo Spielberg più “distanziatore” potrà però anche interessare lo spettatore vecchio e nuovo e chiamare ad una nuova modalità di fruizione della sua opera, meno infusa di quel sentimento e di quell’azione che facevano piegare o sobbalzare il suo spettatore sulla poltrona, ma più incentrata su una rete connettiva di eventi che regista e spettatore sono ora chiamati a snocciolare insieme compostamente (inutile dire che Spielberg eccelle in entrambe le modalità narrative).

Per il ruolo della protagonista del film, Katharine Graham, la scelta è ricaduta sull’attrice premio Oscar Meryl Streep, che ha scelto di interpretare l’editrice del Post in maniera singolare. Kay Graham è una donna insicura, bloccata: non aveva mai pensato di poter diventare la proprietaria di un quotidiano e, ora che lo è diventata, non è convinta di meritarlo davvero, né di essere in grado di gestirlo. La vediamo comparire in scena al decimo minuto del film: è distesa su un letto ricoperto di fogli; si risveglia di scatto, riemergendo dalla mole di carte che precipitano a terra; gli occhiali ancora aperti le ricadono sul petto. C’è uno stacco di montaggio, e scopriamo che quelle carte sparse sul letto sono gli appunti preparati per l’incontro in cui dovrà esporre al consiglio i dati relativi all’imminente quotazione in borsa del quotidiano. Tutto è pronto e, come una scolara prima dell’interrogazione, Kay ripassa con l’amico Fritz Beebe (Tracy Letts) e gli chiede: «puoi rifarmi le domande ancora una volta?». Sì, è decisamente preparata, ma è ancora agitata.

Meryl Streep nel ruolo di Katharine Graham [dal sito Indiewire.com]

Eccola di nuovo, Kay: ora parla con Ben Bradlee, il direttore del suo giornale, in un ristorante. Fa cadere sbadatamente una sedia prima di arrivare al tavolo, infine si siede e parla con lui. Lei è il suo capo, ma in realtà il capo sembra lui: non appena Kay prova a fargli una timida osservazione, lui la interrompe subito. «Non sconfinare» le dice («Katharine, keep your finger out of my eye» nella versione originale). Segue un silenzio imbarazzato cui lei cerca di porre fine riprendendo le fila del discorso precedente. Passano i minuti del film, e dopo un po’ rivediamo Kay arrivare in quel consiglio per il quale tanto si era preparata. Poggia sul tavolo la gran messe di documenti studiati, ma gli altri non hanno portato nulla, quindi lei quasi se ne vergogna e li nasconde sotto il tavolo. Le viene in soccorso l’amico, anche lui venuto in consiglio con quelli che chiama i «compiti per casa»: a quel punto lei si sente finalmente in diritto di rimetterli sul tavolo. Incomincia la riunione e si discute dei dati. Katharine è circondata da uomini, vorrebbe parlare ma la sua voce è fioca e non riesce proprio a farsi sentire. Allora è di nuovo l’amico che deve intercedere per lei e prestarle la sua voce, leggendo i suoi appunti sotto al “banco”. Quella di Fritz sembra certo una voce più autorevole, più pertinente, più sonora, più decisa della sua. Una volta che Fritz Beebe ha terminato, Meryl Streep-Kay sorride, ma è un sorriso velato di una certa amarezza di insoddisfazione.

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Con questi primi tre ritratti “scolastici” – la notte prima degli esami; il colloquio con quel professore tanto stimato ma che ti pietrifica; l’esame-interrogazione, con il compagno di banco che viene in tuo soccorso – già siamo portati ad empatizzare con questa Kay, perché la conosciamo bene. È la studentessa che si prepara e studia più di tutti, ma poi quando arriva il momento della performance si inceppa: purtroppo lo studio e la preparazione non sono bastati a infonderle quella maggior sicurezza in cui tanto sperava.

Meryl Streep dà corpo a Kay giocando con questa sua goffaggine scolastica in maniera carica e teatrale, recitando dunque per addizioni, in contrapposizione ad un Tom Hanks che ci consegna invece un Ben Bradlee più asciutto e televisivo. Bisogna ammettere che l’insieme funziona, ma è interessante riflettere sul fatto che, per immaginare questa donna, sembra sia stato necessario aggiungerle una maggiore corporeità, una specie di intenzionalità figurativa e di movimento. È come se Streep abbia ricercato una sorta di riappropriazione corporea quasi manieristica per riuscire a dare vita a questa donna inizialmente “svociata”.

La voce di Graham alla fine riuscirà a farsi sentire, ma senza troppo vigore. Inscenare il momento di massima liberazione catartica del personaggio caricandolo con una voce potente e sicura, infatti, non sarebbe stato coerente né con il personaggio di Streep né con la storia della vera Kay, che sminuiva sé stessa costantemente. È perciò estremamente intelligente la scelta di rendere il momento di “liberazione” di Kay così autentico (e, proprio per questo, decisamente emozionante). Katharine Graham è al telefono con Bradlee e gli altri consiglieri, ognuno in una stanza attaccato alla cornetta. I movimenti di macchina aggiungono suspense: Kay viene inquadrata dall’alto, come schiacciata dalla responsabilità di quel momento, con la cinepresa che le si avvolge intorno in una specie di spirale. Gli altri, in attesa, vengono invece inquadrati dal basso o in orizzontale, ma sempre a camera ferma. Kay pronuncia un esitante «Ok,.. fa- facciamolo… sì fa…pubblichiamo». Con quelle poche parole al telefono riuscirà a trasmettere coraggio nella sua redazione, aiutata nel compito da un gioco di loquaci silenzi, piuttosto che di urla. Il compito di “urlare”, di fare rumore, spetterà invece alla stampa, alla macchina, al piombo, agli ingranaggi.

La chiave interpretativa di questo momento topico verrà affidata alla voce di tre donne in due scene familiari, intime, che si susseguono l’una dopo l’altra: nella prima Ben Bradlee e la moglie, nella seconda Kay e la figlia.

«Sto rischiando tutto», dirà Bradlee alla moglie. La moglie gli risponderà:

…ma dai Brad, sai benissimo che non rischi molto in realtà […] Tu sei molto coraggioso ma Kay, Kay è in una posizione in cui non avrebbe mai pensato di potersi trovare. Una posizione che molte persone non credono debba ricoprire. E quando ti viene detto ancora e ancora che non sei brava abbastanza, che la tua opinione non conta un granché, quando neanche ti guardano perché per loro non sei nemmeno lì, quando questa è stata la tua realtà per così tanto tempo è difficile che tu non ti auto-convinca che sia davvero così. Quindi prendere questa decisione, rischiare il suo patrimonio e la compagnia che è stata tutta la sua vita… beh, penso che questo sia coraggioso.

A quel punto, sotto quella luce soffusa, Ben capirà davvero la portata del gesto di Katharine, in una scena in cui l’intimità dei gesti della moglie sarà rivelatrice tanto quanto le sue parole. Segue un’altra scena notturna, rischiarata dalla complicità tra due donne sedute in una cameretta da letto: una è la figlia di Kay, che aveva scritto il discorso della madre all’indomani del suicidio del padre, l’altra è la stessa Katharine la quale, per spiegare la difficoltà di parlare a tanti uomini che non avevano per lei alcuna considerazione, citerà una nota frase misogina di Samuel Johnson: «Una donna che predica è come un cane che cammina sulle zampe posteriori: non lo fa bene, ma è comunque incredibile che riesca a farlo.».

Scena tratta dal film The Post (2018)

La spina dorsale di The Post è sicuramente la splendida sceneggiatura della giovanissima Liz Hannah, che è stata affiancata da Josh Singer forse per aggiungere quell’alone di trepidazione da redazione giornalistica che gli valse l’Oscar nel 2016 per Il caso Spotlight (film che, in questo senso, è un po’ un parente stretto di The Post).

Le scelte di regia di Spielberg sono davvero notevoli, in quanto vanno decisamente controcorrente rispetto a quanto ci aspetteremmo da un film del genere, in cui più immediata sarebbe stata la scelta di seguire e braccare la protagonista o lasciarla sola nell’inquadratura per poterne indagare l’intimità e la psiche. Invece Spielberg, maestro nel dipingere con sontuosità ambienti e movimenti, ci mostra sempre Kay nel suo habitat mondano, anche nel momento chiave della scelta di pubblicare i Papers. La sua solitudine, infatti, è una condizione interiore, mentre nella realtà Kay è circondata da una moltitudine perlopiù maschile. Spielberg ci sta forse suggerendo che questa solitudine può risultare ancora più visibile nelle inquadrature larghe e larghissime piuttosto che nei close-up della cinepresa.

The Post è un film maturo e intrigante, raffinato ma non patinato, meditativo ma non cerebrale, seducente ma non seduttivo. Quest’anno Spielberg centra il bersaglio con The Post, che è davvero un film da non perdere.

Steven Spielberg, il regista e il suo rapporto con le donne

Tra tutti i registi della corrente cinematografica che va sotto il nome di “Nuova Hollywood”, Steven Spielberg è sia il più amato dal pubblico mondiale che il più indigesto ad una grossa fetta di critica – specialmente europea – che lo ha rimproverato a più riprese di una certa ruffianeria. Forse il problema risiede principalmente nel suo sentimentalismo, nel suo patriottismo e, da ultimo, nella sua vivida e profonda fiducia nell’essere umano, caratteristiche poco apprezzate in questo vecchio continente un po’ cinico e finanche acrimonioso nei confronti del tanto decantato american dream. Non molte donne, invero, si sono sollevate contro i suoi film, che pure non sono certo lusinghieri nei loro confronti: basterà citare il machismo esasperato del suo iconico archeologo d’azione Indiana Jones. E va ribadito che l’unico altro film prima di The Post ad aver avuto una protagonista di sesso femminile era stato Il colore viola, magnifica – ma decisamente più pacifica – trasposizione cinematografica del romanzo omonimo della vincitrice del Pulitzer Alice Walker.

Intendiamoci, Spielberg è uno dei registi più abili della storia del cinema; ha creato un immaginario del fantastico che è ormai parte integrante della memoria collettiva; ha plasmato moltissimi generi cinematografici per le future generazioni (Lo Squalo ha dato vita al filone “survival in mare aperto”; Indiana Jones ha cambiato per sempre il film d’avventura; Incontri ravvicinati, E.T., A.I. sono ormai pilastri della fantascienza, Schindler’s List è un riferimento obbligato per qualsiasi bio-pic ecc.). Tuttavia, il suo resta pur sempre un immaginario declinato al maschile, che veicola talvolta una misoginia probabilmente inconsapevole e sicuramente sommersa sotto tutti quei buoni sentimenti che trasudano dalle sceneggiature che prende in carico. A sua discolpa, si dirà che Steven Spielberg è figlio della sua epoca, un’epoca in cui altri registi della Nuova Hollywood erano (e sono) ben più sessisti di lui: ne è la prova vivente Eleanor Coppola, moglie di Francis e mamma di Sofia, che ha realizzato nel 2017, alla veneranda età di ottant’anni, il suo primo film, “Parigi può attendere”. L’ha fatto senza l’aiuto del marito, che l’ha praticamente segregata in casa dal giorno successivo al loro matrimonio, perché «si usava così», a maggior ragione per «un cattolico italo-americano». Quello di Eleanor non è stato certo un gran debutto, ma per lei è stato sicuramente il momento di emancipazione di una vita. Ha confessato di aver capito di poter camminare con le sue gambe quando ha visto che sua figlia era riuscita a diventare una regista. Ed è stata proprio Sofia a dirle qualcosa del tipo «fai un film, mamma!», incoraggiandola ad andare fino in fondo.

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In realtà, va detto che tutti i film di Spielberg da E.T. in poi sono stati prodotti da donne. Dal 2001 l’assistente personale di Spielberg è Kristie Macosko Krieger, che è diventata anche la produttrice dei suoi film dal 2012 a oggi, incluso The Post (cioè da Lincoln a Ready Player One, in uscita a marzo 2018). La maggior collaboratrice del regista è stata, notoriamente, Katheleen Kennedy, che ha prodotto o è stata produttrice esecutiva di tutti i suoi film dal 1981 al 2016; con lui ha fondato la Amblin; al mondo è seconda solo allo stesso Spielberg per incassi prodotti ed è attualmente a capo del colosso Lucasfilm (di proprietà Disney), che ogni anno propone un nuovo blockbuster della saga più redditizia di tutti i tempi, “Star Wars”. In una recente intervista proprio per il film The Post, Spielberg ha dichiarato che una 29enne Kennedy aveva rimproverato lui, 35enne, durante le riprese di E.T., reo di aver maltrattato la sua crew. «Questo è un comportamento inaccettabile.», gli disse Kennedy. A Spielberg quel rimbrotto arrivò come un qualcosa che non aveva mai sentito se non «dai professori a scuola o da mia madre, e questo è stato un grande punto di svolta nella mia vita. Sono diventato consapevole perché qualcuno di cui mi fidavo e che rispettavo me l’ha fatto notare». È interessante che questa riflessione sia tornata alla memoria di Spielberg proprio durante la promozione di The Post, un film in cui una donna – che deve il suo potere ad un uomo e si sente dunque perennemente in difetto – trova la sua voce e la fa risuonare in un coro maschile. Anche Kennedy, infatti, “deve” il suo potere a Spielberg: dopo anni nel mondo del cinema e dell’intrattenimento in cui ha ricoperto vari ruoli (anche come operatrice di camera, montatrice e produttrice), Kennedy è stata assunta da Spielberg come sua segretaria, non perché sapesse battere a macchina, ma perché aveva brillanti idee di produzione per i film. È per questo motivo che Spielberg ha infine promosso Kennedy al rango di produttrice e dire che ha fatto bene è davvero un eufemismo: è soprattutto a lei che si deve il successo, oltre che dello stesso Spielberg, del collega premio Oscar Zemeckis (è stata produttrice esecutiva insieme a Spielberg di Chi ha incastrato Roger Rabbit e della fortunata saga di Ritorno al futuro) o di M. Night Shyamalan (di cui ha lanciato la carriera producendo Il sesto senso).

Steven Spielberg e Katheleen Kennedy [dal sito Fortune.com]

Queste due pioniere entrate a far parte della vita di Spielberg, da una parte la Katharine Graham dell’acclamato The Post e dall’altra la sua storica produttrice-tuttofare Kathleen Kennedy, oltre ad una sonora somiglianza onomastica hanno una gran similitudine di spirito, avendo entrambe ricoperto ruoli di potere tradizionalmente maschili in cui sono riuscite non soltanto a farsi valere, ma finanche a modificare profondamente i propri rispettivi ambiti di comando. Katharine Graham ha reso il Washington Post il giornale numero due d’America dopo il New York Times, nonostante la sua diffusione locale, mentre Kathleen Kennedy produce ora la saga di Star Wars, nella quale è riuscita ad introdurre, non senza difficoltà, una protagonista di sesso femminile.

Le similitudini tra queste due personalità vanno oltre, in quanto nessuna delle due ha compreso, inizialmente, quale fosse la direzione che stava prendendo, né come scrollarsi di dosso l’auto-convinzione di essere seconda per natura agli uomini. Graham, in principio, non assumeva reporter donne, perché le donne in redazione potevano solo fare le segretarie o il lavoro di ricerca per i giornalisti; nonostante la sua posizione, Kennedy, finché è stata al fianco di Spielberg, non è stata in grado di introdurre nei suoi film alcun personaggio femminile di rilievo o di assumere sceneggiatrici donne. Dopo essersi svincolate e aver provato a tutti (soprattutto a sé stesse) di poter camminare con le proprie gambe, però, queste due donne hanno assunto quella consapevolezza che ha permesso loro di compiere delle scelte autonome e coraggiose.

Forse non è un caso, allora, che sia stato proprio Spielberg, notoriamente straordinario come regista tanto quanto come talent scout, ad aver preso in mano una storia come quella di The Post. E non è forse un caso che a proporgli di portare sullo schermo questa storia sia stata Amy Pascal, ex capa di Sony e Columbia Pictures e attualmente produttrice: anche lei è stata dapprima segretaria in una Hollywood maschile, per poi divenire una delle prime donne al comando di un grosso studio cinematografico. Si tratta proprio di quella Amy Pascal che un paio d’anni fa era entrata nell’occhio del ciclone per la questione dell’equal pay, cioè della parità di paga tra uomini e donne nell’industria del cinema. A lei spettava la gestione economica di Sony e, dopo un hackeraggio di e-mail, tra le altre cose era venuto fuori che era da imputarsi proprio alla sua direzione il gender pay gap: sua la responsabilità di non corrispondere alle attrici paghe che fossero anche lontanamente paragonabili a quelle dei colleghi maschi. In quell’occasione aveva dichiarato, infelicemente, che il suo compito era di far guadagnare alla major il più possibile e che andava contro i suoi interessi dare alle donne paghe uguali agli uomini. Era, anzi, colpa delle donne stesse se venivano pagate meno: se non volevano quelle paghe potevano semplicemente rifiutarsi e andare via, ma guarda caso nessuna di loro aveva rinunciato per quieto vivere, dichiarò Pascal. Inutile dire che le sue dichiarazioni scatenarono il putiferio, e che molte attrici si indignarono (anche perché molte di loro non sapevano di guadagnare meno persino per ruoli da protagoniste rispetto ad altri uomini del cast assunti in ruoli da non protagonisti).

Ora, per questo The Post parrebbe (ma è tutto ancora da verificare) che Pascal e gli altri produttori abbiano dato a Meryl Streep, la protagonista del film, una paga addirittura superiore a quella di Tom Hanks. Se così fosse, allora The Post sembrerebbe proprio il film della redenzione sia per il “regista che dà ruoli importanti solo ad attori maschi” Spielberg sia per la “donna che dà più soldi ai maschi” Pascal. Un film che dimostrerebbe come la voce di Katharine Graham nello script sia riecheggiata anche nelle loro teste nel 2017 oltre che nella sala della redazione del Post nel lontano 1971.

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