INTERVISTE MAI PIÙ COMPLICI

DONATELLA FERRANTI: Cisterna, segnali non colti

Simonetta Robiony
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La furia del carabiniere di Cisterna che con l’arma di ordinanza ha ridotto in fin di vita la moglie Antonietta, ha ucciso le due figlie ragazzine e poi si è suicidato soltanto perché non accettava la fine del suo matrimonio, ha lasciato Donatella Ferranti, ex presidente della Commissione Giustizia della Camera, magistrato eletto con i DS che dopo due legislature tornerà al suo lavoro in magistratura, addolorata e sconcertata anche perché molto si era impegnata per l’approvazione della legge contro il femminicidio e questa strage familiare può apparirle una sconfitta.

 

Questa tragedia è un esempio classico dell’incapacità di cogliere i segnali da parte di chi invece avrebbe dovuto capire. Mi ha molto infastidito leggere che questa donna ha avuto la colpa di fare solo un esposto alle forze dell’ordine per denunciare il clima di violenza e paura in cui suo marito stava facendo vivere lei e le figlie, come se un esposto fosse un atto inutile e servisse soltanto la denuncia per attivare una serie di tutele in suo favore. Non è così.

Perché, cosa sarebbe dovuto accadere?

Se ci fosse stata sufficiente sensibilità si sarebbe potuto intervenire in altro modo. Non voglio dire che la tragedia sarebbe stata evitata di sicuro, perché questo carabiniere aveva dimostrato di essere preda di una lucida follia, non solo nascondendo ai suoi superiori e alla commissione sanitaria a cui aveva dovuto rispondere di esser capace di mentire, ma anche perché risulta che aveva perfino lasciato soldi e disposizioni per il funerale suo e della sua famiglia, quindi  era determinato a compiere la strage. Ma la donna si era rivolta a destra e a manca, non era stata passiva, aveva tentato di farsi aiutare, forse non usando tutti gli strumenti  giusti, ma certo l’allarme lo aveva lanciato. L’uomo che più volte le aveva messo le mani addosso avrebbe potuto ricevere un ammonimento dal questore per poi passare eventualmente ad altri provvedimenti quali l’interdizione ad avvicinarsi alla moglie e persino l’uso del braccialetto elettronico: dopo un ammonimento se gli atti persecutori  continuano la persona diventa perseguibile d’ufficio.

Invece, nonostante Antonietta abbia fatto un esposto, si sia recata nella caserma dove lui lavorava per spiegare che suo marito era diventato intollerabilmente violento, sia stata ricoverata in ospedale per disturbi cardiaci provocati dalla sua ansia, abbia tentato di avviare colloqui protetti per le sue figlie che non volevano più vedere il padre, non è successo niente.

È mancata ogni capacità di intuire la tragedia che poteva verificarsi. Le misure coercitive ci sono, ma se non vengono messe in pratica restano lettera morta. Intanto, sarebbe stato opportuno mettere in rete i molti passi fatti da questa donna, per restituire un quadro complessivo di ciò che stava avvenendo. Infine, se l’Arma dei carabinieri avesse letto il referto ospedaliero, probabilmente, avrebbe tolto a Luigi Capasso  la pistola di ordinanza. Ma da noi ciò che avviene in ospedale non risulta ai servizi sociali e quello che fanno i servizi sociali non viene allegato all’esposto. Finisce così che nessuno si prende carico personalmente di seguire una donna che sente di essere in pericolo e chiede aiuto.

Come si fa, però, a pretendere che tutti i poliziotti e tutti i carabinieri italiani abbiano la sensibilità di comprendere l’allarme lanciato da una donna?

Infatti non si può pretenderlo. Però si può pretendere che seguano un percorso stabilito. Non è una questione di leggi carenti o fatte male, è una questione di regolamenti, di circolari. Per le indagini sui reati finanziari o su quelli di mafia ci sono nuclei di forze dell’ordine specializzati: anche per le vittime di violenza c’è almeno uno sportello in ogni grande città. Voglio sperare ci sia pure a Latina. Chi ha ricevuto l’esposto avrebbe dovuto indirizzare questa povera donna al nucleo specialistico dove avrebbero potuto ascoltarla, aiutarla e fornirle tutte le indicazioni per offrirle sicurezza, perfino il patrocinio gratuito di un legale, l’aiuto di uno psicologo, il ricovero temporaneo in una casa-famiglia. Questo deve diventare un atto automatico, altrimenti dal femminicidio non ne usciamo. La repressione non basta. Serve la prevenzione. Non possiamo aspettare che venga superata quella cultura maschilista che non riconosce l’autonomia e la libertà della donna, anzi che considera la propria compagna come un bene in suo possesso: occorre troppo tempo per questo cambiamento. Dobbiamo arrivare all’applicazione automatica di un percorso prestabilito, che esiste ma a cui ancora oggi non si fa ricorso.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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