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Suore colf, ma quanto c’entra la fede?

Claudia Marsulli
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Pochi giorni fa campeggiava sull’Osservatore Romano la notizia di suore colf a servizio di vescovi e cardinali. Ora, ciò che desta attenzione non è tanto il lavoro delle suore in sé: sappiamo bene che le suore prestano lavoro spesso gratuito o sottopagato, ad esempio nelle molte cliniche private. E fino a pochi anni fa si vedevano anche negli ospedali pubblici. A incuriosirmi sono più che altro le loro testimonianze, alcune delle quali rivelano una condizione di vero e proprio sfruttamento. Si ascoltano pure alcune voci di suore secondo cui questo tipo di servizi personali non rappresenta un problema e che svolgono le loro mansioni in un’ottica, direi, più “vocazionale”, animate da una grande fede. Ma quanto entra realmente la fede in fenomeni come questo?

La vocazione come dono di sé prevede che ci si metta attivamente a servizio del mondo. Essa è un gesto spontaneo e privo d’avarizia, ci si dà intere. Come diceva l’immortale Teresa d’Avila, ci si “entrega”, cioè ci si consegna. Ma allora si diventa vassalle? Apparentemente, questo dono non è molto diverso dal servizio che si presta a un superiore, se pur d’amorevole servizio incondizionato si tratta. Il fatto è che il sacro non ammette particolarismi: schiaccia ogni schiavitù. Mi spiego meglio. La vocazione è un invito all’amore, e per questo la si chiama anche “chiamata”. Corrisponde al movimento adagio del seguire e si accompagna col regalo delle proprie ricchezze e miserie tutte. A chi si dà? La risposta è breve, ma non semplice: a centomila, a nessuno, a uno. Del pegno d’amore si fa dono a un solo Dio, eppure ha centomila facce. E nessuna. Le suore missionarie abbandonano le consorelle, si sradicano dalla propria famiglia e si donano alle facce spersonalizzanti delle moltitudini, perché in tutte quelle facce vive in egual misura l’Uno. Questo è un amore senz’idolatria immune a servilismi di sorta, quand’anche il lavoro che si presta sia il più umile.

Vorrei prima di tutto chiamare le cose con il proprio nome. Il servizio personale non o mal retribuito, a mio giudizio, si chiama sfruttamento: una vocazione molto strana, unilaterale e che non restituisce i centomila e né il nessuno, ma solo il preciso, materiale e perituro singolo. Vocazione che nel migliore dei casi non si eleva alla spersonalizzazione, ma resta pesante sotto la soglia del personale e ha la faccia di un totem. Riconoscere la differenza di questo lavoro ci aiuta a conservare un approccio materialista in grado di accantonare soluzioni troppo trascendenti e forse iper-relativizzanti. Infatti, mi sembra che non dobbiamo perder di vista un altro punto cruciale: le suore che prestano questo preciso servizio di cura provengono, nella maggior parte dei casi, da situazioni di destrutturazione familiare e disagio economico, nei Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo”. Sentono di aver contratto un debito nei confronti della Chiesa cattolica: guai a non estinguerlo. Ma diceva Ungaretti che “la morte si sconta vivendo”; e l’estinzione di un debito dura tutta una vita. Non sembra questa una condizione molto diversa da quella che condividono le donne prese nella rete del lavoro domestico sottopagato, strette nella paura del reimpatrio e assoggettate a condizioni di lavoro ai limiti della legalità. Naturalmente, non si vuole qui aprire un discorso sul lavoro domestico in generale.

Senza voler fare del qualunquismo, bisogna sempre partire dal presupposto che il potere è una rete e non un monolite: di conseguenza le donne, tutte le donne, esercitano un potere contrattuale. Lo sguardo eurocentrico paternalistico e vittimizzante ha già arrecato troppi danni a queste esperienze, di cui è imperativo osservare sempre la pluralità. Il punto è, invece, un altro e cioè renderci conto di quanto il mercato di donne religiose sia simile al mercato delle laiche: qui le istanze dottrinali non entrano affatto.

Basterebbe che le gerarchie maschili considerassero le nostre esperienze di povertà e sottomissione, a volte subite e a volte scelte, per una vera riflessione sul potere. Allora tutto questo potrebbe diventare una ricchezza per tutta la Chiesa (suor Paule, da Osservatore R.).

C’è poi sempre da chiedersi perché solo le donne debbano svolgere queste mansioni. E perché proprio alcune donne, soprattutto. Conosciamo fin troppo bene (o forse no?) il nostro passato coloniale e il nostro presente imperialista per lasciar queste domande senza risposta. Ma allora la Chiesa? Non dovrebbe la Chiesa pretendere la fine dello sfruttamento, delle guerre, della povertà? Sì, almeno in teoria: almeno a parole. Mentre Francesco I parla contro la violenza di genere e si apre alle donne, assistiamo a una Chiesa che ci vuole cameriere personali di vescovi e prelati, in definitiva dei maschi. E mentre loro fanno carriera, noi siamo oggetto di operazioni contrattuali che sono specchio di una Chiesa ancora colonialista, patriarcale e imperialista. Una Chiesa, in definitiva, ancora vacillante nel dare esempi.

 

Chi ha scritto questo post

Claudia Marsulli

Claudia Marsulli

Sono nata a Roma, dove mi sono laureata in Lettere Moderne. A Madrid ho frequentato un’accademia d’arte e al momento frequento una magistrale in Italianistica, Culture letterarie europee e Scienze linguistiche all’Alma Mater di Bologna. Dal 2013 faccio parte del Laboratorio di Studi Femministi Anna Rita Simeone.

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