Il nostro 8 marzo Interviste

Il nostro 8 marzo con le ‘figlie del padre’

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“Mio padre è stato fondamentale nella mia vita, era un uomo di un altro mondo, a lui è dedicato questo libro perché è stato capace, pur essendo io una figlia femmina, di prendermi molto sul serio, di rispettarmi molto profondamente anche se ero diversissima da lui e quindi glielo devo”. Così Maria Serena Sapegno, autrice di ‘‘Figlie del padre. Passione e autorità nella letteratura occidentale”, edito da Feltrinelli, invitata nel salotto letterario di “Quante Storie”, su Rai3, da Corrado Augias, spiega a fine trasmissione la ragione della dedica contenuta nelle prime pagine del suo ultimo libro. Ma per capire il valore delle sue parole e il fascino di questo saggio sul legame padre-figlia, che, come ricorda il conduttore, “è un rapporto complicatissimo da molti punti di vista, simbolico, psicologico, psicoanalitico, sessuale, etc.”, può essere utile riportare il contenuto di questa appassionante intervista dall’inizio. Festeggiamo così il nostro 8 marzo, con un testo che a partire dalle voci dei padri e delle figlie offerte con generosità dalla nostra letteratura e anche dalla Bibbia, esplora da punti di vista inediti temi di rilievo, come il rapporto con il Potere, quello patriarcale, al centro di molte delle nostre riflessioni degli ultimi anni e soprattutto di questi giorni.

Gentile professoressa, ha scritto un libro nel quale esemplifica in maniera conturbante la difficoltà di individuare il rapporto tra le figlie femmine e il padre…

Si tratta di un tema molto complesso perchè è un rapporto che parla di amore, di passione, di conflitto, ma anche di potere, rappresenta una figura del potere, quello patriarcale. Perché nella famiglia nella nostra civiltà, da moltissimo tempo, il padre ha tutto il potere e la figlia nessun potere; mentre altri membri della famiglia hanno diverse gradazioni di potere, la figlia invece è proprio l’emblema della mancanza di esso. E dunque questo rapporto si presta molto bene, nelle trasformazioni che la letteratura racconta nel tempo, a declinare i cambiamenti del rapporto con il potere in quanto tale.

Facciamo subito un esempio di rapporto oppressivo e di rapporto problematico.

C’è l’imbarazzo della scelta, ma non credo si possa dividere così nettamente. Un caso in cui il padre opprime, però in un rapporto molto complesso, lo offre Boccaccio nella famosa novella di Tancredi e Ghismunda. Tancredi è un principe che ha molte difficoltà a lasciare andare la figlia. Questo è uno degli aspetti più importanti del rapporto padre-figlia, cioè questo sottofondo di possessività molto forte per cui Tancredi ci viene raccontato da Boccaccio come eccessivo. Lui non va oltre, non entra per es. come fa Ovidio nella sua descrizione precisa di un rapporto incestuoso che pure è uno degli aspetti di questo rapporto, lui si limita ad accennare a questo eccesso di possessività e controllo. E Ghismunda si ribella, in nome della sua autonomia e anche nel fastidio che esprime verso questo modo paterno, viene massacrata, finendo per suicidarsi poiché il padre ha ucciso il suo amante. Similmente a quanto troviamo in Shakespeare nel famoso caso di Cordelia. Nel Re Lear, Cornelia si ribella al padre che lei ama molto ma lui vuole eccedere. Si vede anche qui quanto l’eccesso di potere non è solo verso la figlia, ma è un’idea di potere che è eccessiva e che infatti viene criticata da Shakespeare.

Non è proprio al centro del suo libro bellissimo, ma lo rasenta: nella cerimonia nunziale è uso che la sposa entri in municipio, in Chiesa, in Sinagoga, al braccio del padre che la consegna al marito. Cioè, la donna passa dalla potestà paterna a quella maritale…

La nostra società, dicono gli antropologi, si basa su questo, sullo ‘scambio delle donne’. Il tabù dell’incesto è proprio questo: l’obbligo per il padre di cedere la figlia che è di sua proprietà, di cederla fuori. Per questo è il tabù,  perché questo consente la società civile, l’apertura della famiglia, della tribù ad una dimensione più ampia.

Mi ha colpito quando racconta la monacazione forzata delle figlie femmine, ma fino a qui siamo alla descrizione del rapporto padronale del pater familias, c’è però il rapporto visto con gli occhi della figlia che è molto più complicato.

Perche la figlia ha bisogno di tante cose insieme che tra loro sono contraddittorie, cioè ha bisogno del sostegno e dell’incoraggiamento del padre. Il padre è una figura importante, è l’autorità che la legittima. Però questa autorità non deve impedirle di diventare autonoma, di spostare la sua attenzione fuori. Quindi, spesso le figlie vengono raccontate, per es, dalle donne ma non solo dalle donne, come soggetto di ribellione. Uno dei romanzi più famosi da questo punto di vista è ‘Cime tempestose’, bellissimo romanzo scritto da una donna, nel quale la fantastica protagonista chiede al padre che nella scena iniziale si offre di portarle un regalo, un frustino. Questa figlia rappresenta la bambina ribelle che si vuole emancipare, ma il padre la accontenta, le va incontro, portandole questo regalo e anche un amico. E da lì comincia la storia…

A un certo punto lei ricorda il dramma Casa di Bambola di Ibsen, rappresentato nel 1879, in cui Nora descrive crudamente la sua ambizione…

Siete stati molto ingiusti nei miei riguardi…Prima il babbo e poi tu […] Io sono stata la tua sposa-bambola come ero stata la bambola-bambina di mio padre. Questo è stato il nostro matrimonio…(Casa di Bambola, 1879)

Un testo epocale, che ha svelato a tutta l’Europa una fortissima contraddizione. Ormai le donne erano forti, cresciute, volevano il proprio spazio. Queste giovani figlie che si ribellano e che però esprimono tutta la contraddittorietà di questa ribellione. A non semplificare ci tengo molto, perché altrimenti non si capisce niente. Lei dice: “io sono stata una bambina, la bambina di mio padre e poi la tua. Ho giocato con le bambole..”. C’è questa richiesta molto frequente da parte del padre che la figlia rimanga in questa condizione di minorità e che quella condizione di minorità rappresenti il suo affetto. Il problema è proprio questo, quella condizione, l’impossibilità di pensare, è una delle forme più importanti del mandato paterno. E qui le donne, invece, cominciano a ribellarsi. Il mandato paterno deve consentire loro di diventare autonome, di pensare in proprio.

Tutte queste storie che lei evoca grazie alla sua sterminata cultura invogliano a proseguire nella lettura. Uno degli strumenti attraverso i quali le donne diventano autonome lei lo ricorda a pagina 71: le donne del ceto medio iniziano a scrivere.

A un certo punto le donne iniziano a scrivere. La scrittura è un elemento fondamentale di questo processo. Intanto, scrivere significa misurarsi con una Tradizione che è paterna, che è la legge del Padre, tutta maschile, in cui loro devono trovare il proprio spazio senza sentirsi, minori, diverse, aliene. E su questo c’è una grandissima riflessione che porta a Virginia Woolf.

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Perché scrive “sono molti i casi in cui le scritture delle donne furono funzionali al rafforzamento della dominazione maschile”?

Le donne crescono e imparano la stessa cultura degli altri, la quale è fortemente patriarcale e misogina, e spesso per essere approvate dal padre, inteso come una figura retorica che può quindi essere anche la Tradizione, queste povere figlie accettano di recitare quello che ci si aspetta da loro. E quindi trasmettono una cultura che le vede subalterne. Questo succede ancora ai nostri giorni di frequente. Ci sono molte donne che pensano che il modo migliore di essere ‘potenti’ sia identificarsi sempre di più con il maschile. Questo è uno dei temi di questo libro.

Un tema che lei però corregge, dicendo che su una dimensione sempre più vasta, “si diffonde l’idea precisa del patriarcato, la storia, la società, la cultura sono state costruite dal punto di vista degli uomini, basati sul dominio maschile” e ovviamente questa consapevolezza diffusa serve da correttivo…

Stiamo parlando del femminismo…

 

Chi ha scritto questo post

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Siamo donne diverse per età, vita professionale e storie politiche. Molte di noi hanno fondato il grande movimento nato il 13 febbraio 2011 da un appello che si concludeva con le parole Se Non Ora Quando? Che libertà è il luogo dal quale lanciare alla società, alla politica e alla cultura la nostra nuova proposta: RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ!

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