MAI PIÙ COMPLICI

Ripensando alla strage di Cisterna

Cisterna di Latina (LT), nel giorno dei funerali di Alessia e Martina [Ph. Comune di Cisterna di Latina]
Simonetta Robiony
Scritto da

 

Era una strage premeditata, la sua, diversa dai tanti altri femminicidi che il nostro paese è costretto ogni anno a contare con numeri sempre uguali, numeri che a differenza degli altri omicidi ostinatamente non calano.

 

La strage di Cisterna di Latina non è solo un femminicidio. Va oltre. E il dolore e l’orrore nostro per queste morti ogni giorno che passa si fa più grande, allargandosi come una pozza che un getto d’acqua continua a riempire. Perché chi ha scaricato tre colpi di pistola sulla moglie che voleva la separazione è un carabiniere che poi si è sparato, un uomo preposto per il suo ruolo alla nostra difesa. Perché l’uomo ha colpito e ucciso le due figlie ragazzine, una ancora nel sonno, l’altra appena risvegliata dallo sparo. Perché la donna, pur ridotta in fin di vita, si è salvata e niente è peggio per una madre che risvegliarsi e apprendere che le sue figlie non ci sono più.

Perché negli ultimi mesi la donna aveva provato a chiedere aiuto in molti modi: prima a un avvocato donna come lei, poi alle forze dell’ordine con un esposto contro il marito violento, ai suoi superiori nella caserma dei Carabinieri dove prestava servizio, all’ospedale dove era stata ricoverata perché lo stato d’ansia in cui era le dava palpitazioni al cuore, a un centro che avrebbe dovuto provvedere a incontri protetti tra il padre e le figlie che non volevano più vederlo terrorizzate dai suoi scatti di rabbia. Non è servito a niente. Ma forse niente avrebbe potuto fermare la furia cieca che si era impossessata di questo uomo incapace di accettare la separazione da una moglie considerata di sua proprietà, come può esserlo un oggetto qualsiasi, meno di un cane che si rispetta anche quando non ubbidisce ai comandi. È evidente, questo, da tutto ciò che le indagini stanno scoprendo. Che i Carabinieri lo avevano già sottoposto a una visita medica trovandolo perfettamente sano di mente, pochi mesi fa, quando aveva chiesto di alloggiare in caserma perché si stava separando. Che a nessuno dei suoi superiori era parso opportuno togliergli l’arma di servizio, nonostante fosse noto che stava vivendo una crisi familiare profonda. Che aveva scritto un testamento lasciando non solo il denaro per il funerale suo e quello delle sue figlie, ma anche un assegno per l’amante con cui da tempo aveva una relazione. Era una strage premeditata, la sua, diversa dai tanti altri femminicidi che il nostro paese è costretto ogni anno a contare con numeri sempre uguali, numeri che a differenza degli altri omicidi ostinatamente non calano.

Quello che fa ancora più impressione, però, è sapere che l’esposto scritto da questa donna contro il marito sarebbe potuto bastare per attivare una serie di provvedimenti che avrebbero tentato di proteggere lei e le piccole figlie. Lo ha spiegato a noi Donatella Ferranti, una magistrata eletta nel PD per due legislature e adesso prossima a tornare al suo posto in magistratura; una parlamentare a lungo presidente della Commissione giustizia della Camera che molto si è spesa per l’approvazione di leggi contro il femminicidio e per la tutela delle donne da ogni forma di violenza e prevaricazione maschile. Tutti i giornali, le radio e le televisioni hanno sostenuto il contrario. La donna non aveva voluto sporgere una denuncia contro il marito per non danneggiarne la carriera nei Carabinieri: era il padre delle sue figlie, lo aveva amato molto per molti anni, un assegno per il mantenimento delle ragazzine le sarebbe servito. La denuncia non c’era e senza denuncia contro quest’uomo non si poteva agire. Nient’affatto ha sostenuto l’onorevole Ferranti, si poteva agire. Era ed è previsto dalla legge. Si poteva inoltrare l’esposto alla magistratura, ottenere un ammonimento a suo carico dal questore, se disatteso avere un secondo provvedimento per atti persecutori perseguibili d’ufficio, e via via arrivare al braccialetto elettronico per lui e l’accoglienza in una casa protetta per lei e le bambine. Si sarebbero salvate questa donna e le sue figlie? Non è detto, ma molte cose da fare c’erano.

Sarebbe bastato andare a Latina, il capoluogo di Cisterna, e rivolgersi al nucleo specializzato della Polizia come dei Carabinieri, un gruppo di esperti a vari livelli capaci di discernere i primi segni di una tragedia in arrivo e, quindi, di offrire strumenti di difesa alle donne perseguitate da maschi violenti e ossessivi. Le leggi ci sono. Manca un regolamento che segnali un percorso obbligato. Tutto viene affidato al buon cuore e alla sensibilità individuale di chi accoglie per primo le parole di una donna disperata. Ma non si può pretendere che ogni appartenente alle forze dell’ordine sia un abile psicologo. Possibile che occorra più tempo per fare un regolamento che per fare una legge? Eppure, sono molte ormai le donne uccise dai loro uomini anche dopo aver fatto una denuncia o addirittura più di una. Non un esposto che pure sarebbe bastato ma addirittura una denuncia. Cosa si aspetta? È un interrogativo che non ha una risposta.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

1 Comment

  • […] La strage di Cisterna di Latina non è solo un femminicidio. Va oltre. E il dolore e l’orrore nostro per queste morti ogni giorno che passa si fa più grande, allargandosi come una pozza che un getto d’acqua continua a riempire. Perché chi ha scaricato tre colpi di pistola sulla moglie che voleva la separazione è un carabiniere che poi si è sparato, un uomo preposto per il suo ruolo alla nostra difesa. Perché l’uomo ha colpito e ucciso le due figlie ragazzine, una ancora nel sonno, l’altra appena risvegliata dallo sparo. Perché la donna, pur ridotta in fin di vita, si è salvata e niente è peggio per una madre che risvegliarsi e apprendere che le sue figlie non ci sono più… Continua su cheliberta […]

Commenta

Questo Sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza. Proseguendo nella navigazione acconsentirai al loro utilizzo. Scopri di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi