LA RECENSIONE

Les dialogues des Carmélites: una storia d’amore

Claudia Marsulli
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Narra l’autogestione, l’autodeterminazione, un sentimento di sorellanza che è prima di tutto rinuncia alle logiche comuni e resistenza alla violenza, di qualsiasi ordine.

 

Brutale delicatezza è quella che pervade per intero Les dialogues des Carmélites di Francis Poulenc, andato in scena al Teatro Comunale di Bologna dall’11 al 16 marzo; l’adattamento della coproduzione franco-belga (Théâtre des Champs-Élysées, Parigi, con Théâtre Royal de La Monnaie, Bruxelles) ha già fatto parlare di sé, motivo soprattutto il toccante finale. Il libretto, ispirato dall’omonimo dramma teatrale di Georges Bernanos, debuttò in prima assoluta al Teatro alla Scala nel 1957. Non scenderemo in dettagli di ordine tecnico-artistico poiché ciò che si vuol fare, ora, è avvicinare con occhio “profano” ma sensibile i contenuti del dramma: i larghi concetti così come i nodi, i nervi scoperti e l’ossatura spirituale. Quali corde della nostra sensibilità continua a toccare?

Les dialogues des Carmélites è prima di tutto un dramma femminile. Attraverso la vicenda personale di Blanche de la Force, giovane donna alle prese con una spiritualità travagliata quanto potente, si mette a tema il martirio durante il contesto sociale del Terrore francese post-rivoluzionario: rivoluzione, questa, che tanto ha cambiato il volto della storia, quanto è stata ipocrita e povera di donne (non si ricorderà mai abbastanza la solitaria denuncia di Olympe de Gouges). Forse da qui l’esigenza, tuttora sentita, di uno sguardo eccentrico e tanto più sincero quanto più liminale, periferico: e quale maggior perifericità di uno sguardo annullato dalla storia? Femminile e per giunta religioso?

Bernanos traeva ispirazione da un fatto realmente accaduto, la condanna di sedici religiose che avevano rifiutato nel 1794 di rinunciare ai loro voti (le martiri di Compiègne). Attento alla dimensione politica della spiritualità –ne “I grandi cimiteri sotto la luna” si scaglia contro i cattolici e il clero complici del franchismo – Bernanos si posiziona con le donne oltre le grate e da lì rilegge, demistificandolo, il grande mito storico della più rimpianta delle rivoluzioni. Come già Manzoni aveva fatto, ne scopre le pieghe, i cortocircuiti, la ferocia e l’arbitrarietà, i miti e i feticci, le psicosi. Ma soprattutto porta in scena la febbre di un assoluto più divino del divino: tutto è da estirpare, tutto da rifare.

La contronarrazione della Rivoluzione, dunque, non può che essere volutamente marginale. E qui si articola come voce corale di un gruppo di carmelitane che vivono prima l’oblio del mondo e poi, ex abrupto, le accuse di sedizione con la conseguente condanna a morte. Indicativo che i loro nomi siano pronunciati dall’ufficiale e solo nel momento della condanna, a segno di una violenza che vuol sezionare ciò che è unito, calpestare l’autodeterminazione nella scelta consapevole della marginalità e rendere eguali solo di fronte alla ghigliottina.

Ma la scelta della morte precede l’imposizione. La vita oltre le grate comincia e procede, solo a tratti interrotta da notizie confuse delle sommosse, delle rappresaglie, dei disordini. Il primo allarme che irrompe ad aprire una frattura nella vita del convento è la persecuzione del sacerdote addetto all’ufficio, nascosto e inizialmente ospitato dalle consorelle (poi fuggito perché troppo pericoloso). L’episodio comincia a far maturare tra le donne l’opzione del martirio come scelta consapevole. Non c’è dramma e non c’è pietismo in questa scelta: solo decisione e una gran sicurezza. Viene da chiedersi il perché di tanta sicurezza e quasi freddezza, sull’orlo di una scelta così problematica. E forse vien quasi da piangere la mancanza di una riflessione più chiaroscurale, più ampia e più critica. Ma il punto è che l’opera mette in scena proprio la sicurezza della fede. Dalla radiosa vitalità di Suor Constance, che trova tutto divertente perché Dio è piacere, alla Santissima Angoscia di Suor Blanche, persa nel travaglio dei suoi fantasmi, l’opera di Bernanos è un preistorico, granitico monumento alla fede. Diceva l’altissima mistica Teresa d’Avila, madre carmelitana: «Vivo sin vivir en mí / y tan alta vida espero, / que muero porque no muero». Non v’è paura della morte per chi vive l’infinito. Così come non c’è quasi margine di dubbio per le monache di Compiègne.

L’unica ansia che le attanaglia è quella di rimanere unite, compatte, insieme fino alla fine dell’amore. Perché altro grande sentimento cui il dramma s’inchina è quello dell’amore. Un amore particolare, fra donne, pulito da invidie e reticenze, sicuro e grandioso. Gli uomini non sono che comparse in questo affresco, sono sempre in marcia e fin troppo loquaci: lanciano slogan come sentenze, consigli come condanne. Le donne, invece, assaporano la quieta dimensione di vicinanza nel silenzio, la retorica quotidiana dei gesti minimi, l’universo di grazia nel curarsi reciproco. Ogni gerarchia è assente, tra di loro, e la nuova madre superiora si sottopone alla via del martirio non per altro che per amore delle consorelle, uniche verso cui senta un vincolo.

Questa storia, dunque, che non può non ricordare quella personale dell’immensa Edith Stein e che porta l’eco delle innumerevoli persecuzioni perpetrate dai protestanti ai danni dei conventi femminili, è una storia politica. Narra l’autogestione, l’autodeterminazione, un sentimento di sorellanza che è prima di tutto rinuncia alle logiche comuni e resistenza alla violenza, di qualsiasi ordine.

Salve Regina da Dialogues des Carmélites

#savethedate#lastminute disponibili per il 16 marzo dalle ore 12.00 in biglietteria.Proponiamo una splendida interpretazione del "Salve Regina", ultima commovente scena di Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc.Interpreti il coro femminile del TCBO insieme alle protagoniste dell’opera. Lo spettacolo, che sta riscuotendo grande successo di pubblico e critica, sarà in scena fino a venerdì 16 Marzo ore 20.00, biglietti ancora disponibili. Dalle ore 12.00 di Venerdì, presso la biglietteria sarà possibile acquistare al prezzo #latsminute. Imperdibile!!!

Pubblicato da Teatro Comunale Bologna su Mercoledì 14 marzo 2018

E la politica degli uomini, quella con la P maiuscola, ne esce a capo chino con il volto vergognoso. Gli strumenti di morte non sono che un’ombra, un rumore di tenaglia, che irrompe a tratti nell’estremo canto del Salve Regina intonato dalle monache. Mentre in schiera una ad una scompaiono e tacciono, l’abbraccio dell’immenso cielo notturno si apre alle loro spalle e le accoglie. Oltre, la vita comincia.

Chi ha scritto questo post

Claudia Marsulli

Claudia Marsulli

Sono nata a Roma, dove mi sono laureata in Lettere Moderne. A Madrid ho frequentato un’accademia d’arte e al momento frequento una magistrale in Italianistica, Culture letterarie europee e Scienze linguistiche all’Alma Mater di Bologna. Dal 2013 faccio parte del Laboratorio di Studi Femministi Anna Rita Simeone.

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