LA RECENSIONE MOLESTIE

Nome di donna

Simonetta Robiony
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Non ci sono eroi in questo film perché davvero la vita non regala alcunché a una donna che decide di denunciare chi l’ha offesa e umiliata: c’è solo il dovere di sporgere una denuncia perché non accada ad altre ciò che è accaduto a sé stessa.

 

Lei, Cristiana Capotondi, è una ragazza sola con un figlia bambina che trova lavoro in una lussuosa casa di riposo per anziani nelle campagne intorno a Milano, grazie alla raccomandazione del parroco. Lui, Valerio Binasco, è il direttore di quell’istituto controllato da un alto prelato che ricava lauti guadagni dalle rette dei suoi ospiti. Tutto andrebbe bene finchè, una sera, il direttore non chiama la giovane donna nel suo studio e cerca di baciarla con violenza. Lei si divincola, lui la lascia andare ma da quel momento comincia una sottile persecuzione: il primo atto è obbligarla a un orario notturno che non può svolgere perché ha la bambina. Nella testa della giovane donna nasce un conflitto: da un lato vorrebbe che l’uomo fosse punito per quel suo gesto volgare, per quel sopruso inaccettabile, dall’altro vorrebbe mantenere quel lavoro che le piace, dove ha trovato tante compagne e una paziente speciale, Adriana Asti, che la sostiene e la incoraggia.

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Comincia così “Nome di donna”, il film di Giordana uscito da noi l’8 marzo, una data simbolica voluta per svelare un male fino ad oggi misconosciuto perfino dall’universo femminile: le molestie. Marco Tullio Giordana, regista serio e consapevole, autore tra i molti titoli di “I cento passi”, “La meglio gioventù”, “Romanzo di una strage”, si è trovato tra le mani il copione di Cristiana Mainardi su questa vicenda di molestie sul luogo di lavoro, prima, molto prima che questo tema deflagrasse in America con lo scandalo Weinstein, il #Metoo e tutte le attrici hollywoodiane rigorosamente in nero durante la serata degli Oscar a rappresentare il lutto collettivo per questa prevaricazione maschile che riguarda ognuna di noi.

Anche in Italia si parla e si è parlato di molestie, perfino nei giorno scorsi, alla consegna dei premi David in diretta su Raiuno, ma, nonostante l’appello delle lavoratrici dello spettacolo, attrici in testa, e quello delle giornaliste italiane, non c’è stata da noi una rivolta delle donne comuni che pure sono le vittime più indifese e più fragili di fronte a ogni tipo di molestia. Giordana, usando al meglio i suoi bravissimi attori, non ha fatto, però, un film di denuncia ma una cronaca dolorosa come le stazioni della via crucis: la decisione di parlare al sindacato, la ricerca dell’appoggio delle compagne di lavoro che le negano ogni aiuto, la scelta di denunciare la molestia subita, la sconfitta in tribunale al primo processo, la ricerca di un nuovo avvocato, Michela Cescon, la collocazione di telecamere nascoste nello studio del direttore che lo riprendono mentre impone un atto sessuale a una collega, la vittoria nel processo d’appello con la condanna del direttore a una lunga pena carceraria.

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Nessun trionfalismo, anzi un tono asciutto, secco, amaro. Giordana non risparmia niente, né la fatica psicologica che lacera l’animo della giovane donna nell’attesa che si compia l’iter processuale, né il dolore e la vergogna che distrugge la famiglia del direttore e colpisce soprattutto sua figlia. Non ci sono eroi in questo film perché davvero la vita non regala alcunché a una donna che decide di denunciare chi l’ha offesa e umiliata: c’è solo il dovere di sporgere una denuncia perché non accada ad altre ciò che è accaduto a sé stessa. Di grande acutezza e intelligenza la scena in cui il direttore di questa casa di riposo chiede alla giovane dipendente di venire da lui con l’uniforme che indossa nella clinica e non con i suoi vestiti di tutti i giorni: la divisa, infatti, ne fa una subordinata, regala a lui il diritto di farne ciò che vuole, lo fa sentire un padrone e rende lei una serva, eccita il suo senso di onnipotenza maschile. Tutto ciò che molte donne, oggi, hanno deciso di non tollerare.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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