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Dietro il non voto delle donne

Annamaria Riviello
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In un editoriale del  Corriere della Sera dello scorso 6 Aprile, Maurizio Ferrera analizza l’entità e la qualità dell’astensione nel voto del 4 Marzo. Avvalendosi di una indagine su un campione di elettori, svolta poco prima del voto (Pastel 2018) scopre che due terzi degli astensionisti sono donne. Copiando l’appellativo che il giornalista usa nel suo articolo dovremmo chiamarle le smarrite.

Mi viene in mente per contrasto il clima che accompagnò nel lontano 1946 il voto delle donne. Accorsero alle urne numerosissime, diversamente da come si era temuto. Anna Banti, scrittrice ed intellettuale raffinata ricorda, in suo scritto autobiografico, la trepidazione con cui si recò felice a votare al seggio, in questo non dissimile dalle tante donne di ogni condizione. Le donne, prima del regime fascista che aveva pensato bene di togliere il voto a tutti, avevano già chiesto di poter votare e per ben venti volte questa richiesta era stata respinta con motivazioni abbastanza offensive ed edulcorate dall’esaltazione del ruolo della donna nella famiglia. Si dovette aspettare la fine di una guerra spaventosa e la nascita della Repubblica per avere questo diritto che segna l’inizio della loro piena cittadinanza.

Nel corso dei decenni tutto è cambiato; il voto è stato prima considerato come obbligo civile, poi percepito come dovere civico, infine come scelta. Si dice che non bisogna drammatizzare perché in tutte le democrazie molti non votano, rassegnarsi a perdere l’opinione di tante cittadine e cittadini senza indagarne le ragioni è però profondamente sbagliato. Perché, circa sette milioni di donne non hanno votato? Concordo con l’autore dell’articolo, la crisi stringente del welfare ha fatto di nuovo della famiglia il perno della vita associata e dentro la famiglia le donne. Troppe-i giovani, se penso al Mezzogiorno, sono aiutati dalla pensione delle nonne e dei  nonni, la precarietà di molto lavoro fa si che la famiglia sia il primo riferimento per continuare a vivere. Queste donne che non hanno votato non sono meno istruite degli uomini, appartengono certo in gran parte al nutrito gruppo delle casalinghe, ma casalinghe per forza, in realtà disoccupate. Semplicemente quindi hanno pensato che nulla di interessante per la loro vita poteva venire dal voto. Su questo malessere ancora più profondo di chi pensa di aver dato un voto per cambiare tutto, è necessario ripiegarsi, non si possono liquidare questi sette milioni di voti femminili mancati con superficialità, come un incidente della democrazia. Far delle famiglie l’unico legame sociale che conta, significa impedire a una Nazione uno sviluppo civile e moderno di cui le donne oggi sarebbero perfettamente in grado di  essere protagoniste se solo si offrissero le condizione per partecipare.

Fra quelli che sono stati chiamati smarriti mi ha colpito una testimonianza raccolta per caso di un mio amico artista: “la mia astensione è stato un non voto responsabile, non ho tempo né interesse a occuparmi di politica, se voglio tagliarmi i capelli vado dal barbiere, se devo votare non voglio farlo come molti, per l’ultimo slogan o perché quel tizio mi è simpatico.”

Questa paradossale spiegazione contiene una sua verità, come formarsi una opinione meditata? Siamo una democrazia che sta perdendo o ha già perso la forza dei corpi intermedi. Non solo il lavoro è parcellizzato ma anche la società. Sono poco presenti sindacato e partiti politici. La nostra Costituzione detta che i partiti politici hanno la funzione di concorrere con metodo democratico a determinare la vita politica nazionale. Luoghi in cui si discute e si sceglie. C’è quindi una verità in quello che dice il mio originale amico, stiamo diventando sempre più una democrazia plebiscitaria, si, si e no, no, Anche questo ci mandano a dire quegli undici e mezzo milioni di voti che non hanno voluto esprimersi.

Chi ha scritto questo post

Annamaria Riviello

Annamaria Riviello

Nata nel Sud d’Italia, in Basilicata da cui sono partita per poi sempre tornare, ho avuto modo di vedere e partecipare nella mia ormai lunga vita alle tante conquiste delle donne. Ho insegnato, fatto politica e mi sono anche cimentata nella ricerca e nella scrittura. Ho avuto quattro figli. Sono convinta che una società che sappia accettare la libertà femminile sia una società migliore ma che tocca ancora alle donne far valere la differenza non più separate dagli uomini e dalla società, ma in costante, autorevole e possibile dialogo.

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