LUCI ROSSE

I diversi volti della prostituzione

Simonetta Robiony
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Sorprende che ancora si possa dire: ‘vendo il mio corpo’. Come se corpo e anima, sensi e psiche, vagina e testa fossero divisibili. La scienza ci ha insegnato che questo dualismo non esiste: Io sono il mio corpo, la mia testa è il mio laboratorio chimico-fisico attraverso il quale vengono elaborate le mie sensazioni, i miei pensieri, i miei sentimenti. L’analisi compiuta dal femminismo lo ha sperimentato. L’amore, il più forte dei sentimenti, produce mutazioni misurabili e se l’amore può essere misurato anche il resto può esserlo. Gli studi sono in corso, vero, ma il dualismo è arrivato alla fine. Come si può dire, quindi: ‘Io vendo solo il mio corpo’. È per questa ragione che vendersi per le donne, ma anche per gli uomini ovviamente, è un atto contrario alla nostra umanità e la prostituzione, pur essendo definita il mestiere più antico del mondo, non ha mai goduto di particolare stima e considerazione. Ma quante e quanti sono disposti a fare proprio questo convincimento? E quanti anni ci vorranno perché tutti condividano, fin nel più profondo, questo pensiero? Cento anni? Più di cento? E dove, poi? Da noi, nei paesi avanzati dell’Occidente, o anche altrove, nei paesi islamici, nell’Africa tribale, nell’Oriente che lentamente sta uscendo dalla arretratezza? Non lo sappiamo. Quello che vediamo, oggi, è tutt’altro.

È una prostituzione diffusa sotto i nostri occhi: sulle strade delle nostre città di giorno come di notte, nei siti internet che propongono incontri sessuali di ogni genere, nella cronaca quotidiana di violenze proposte e riproposte dai media. Donne che si vendono. Spesso straniere, spesso dalla pelle scura, ricattate, spaventate, ignoranti, maltrattate, schiave. Sono le vittime della tratta, la faccia più nera dell’emigrazione. E la tratta va combattuta in tutti i modi. Non c’è molto da aggiungere. Ma non c’è solo la tratta ad alimentare la prostituzione.

Ci sono anche donne informate, preparate, sveglie, con buoni studi e buone famiglie alle spalle che scelgono di prostituirsi convinte da una società mercantile o che loro giudicano tale. Se tutto è mercato perché non vendersi? Cosa fare delle donne che scambiano la libertà conquistata con il diritto a mercificarsi per bisogno, per ribellismo, per fare velocemente molti soldi e garantirsi un futuro sereno? Queste ‘lavoratrici del sesso’, ma vale lo stesso per i maschi e per i trans, andrebbero in qualche modo tutelate offrendo loro la possibilità di consociarsi, gestirsi in case autonome, controllare la loro salute, dividere i guadagni, condurre una esistenza meno pericolosa per loro e per i loro clienti sottraendosi allo sfruttamento dei protettori. In una parola la prostituzione, così come la conosciamo, andrebbe regolamentata. Per un tempo transitorio, se fosse possibile. Forme e norme sarebbero da stabilirsi con consultazioni equilibrate che rispondano alle esigenze di chi esercita questa attività. Vietare non è mai servito a molto se non a spingere sempre di più nella clandestinità. E la clandestinità favorisce crimini e delitti.

Ci sono poi altre forme ancora di prostituzione, più sfuggenti, più contemporanee, più nuove. Sono le ragazzine che scelgono di vendersi ogni tanto, in cambio di un vestito firmato, di una serata in un locale costoso, di un fine settimana in un hotel di lusso. A loro dovrebbero pensarci le famiglie, le madri e i padri che non vedono, e non vogliono vedere, gli armadi riempirsi di oggetti che non sanno chi ha comprato, non vedono le assenze a scuola che non hanno giustificato, non vedono i rientri a casa all’alba che non hanno permesso. Ma questa, più che prostituzione, è scemenza adolescenziale, mancanza di schemi culturali, fascino del consumismo più alla moda, un problema che, se preso in tempo, le giovanissime possono superare velocemente.

Una soluzione futuribile e paradossale alla prostituzione la sta sperimentando adesso il Giappone col proporre una alternativa triste ma efficace al commercio dei corpi umani: offrire agli uomini che non conoscono la bellezza di un rapporto paritario bambole-robot ispirate a ogni modello possibile di femminilità. L’avanzare della robotizzazione è arrivata, dunque, anche in questo settore. È una risposta tecnologica alla irrisolta questione della prostituzione. È una cosa buona? Chissà.

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Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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