Aborto

Responsabilità e libertà grazie al femminismo

Annamaria Riviello
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Concordo appieno con le argomentazioni usate da Francesca Marinaro nel trattare il tema dell’aborto. Le donne italiane non usano l’interruzione di gravidanza come contraccettivo e sono in continua diminuzione quelle che vi fanno ricorso. È quello che avevano sperato tutte le donne che si erano impegnate per la legge 194 che rende possibile, in certe condizioni, interrompere la gravidanza. Certo, è possibile che, per tante diverse ragioni, si possa accedere all’aborto con una qualche disinvoltura e considerarlo un diritto: in tempi in cui si teorizza la possibilità dell’ “acquisto” di un figlio tramite maternità surrogata ci si abitua a considerare ogni evento legato alla riproduzione a disposizione assoluta del desiderio dell’individuo adulto che tutto può. Se invece vogliamo davvero superare e cancellare dalla pratica delle donne anche questa antica servitù dobbiamo ripiegarci con attenzione su questa complessa vicenda.

Le donne hanno sempre abortito clandestinamente e a loro rischio e pericolo. Ricordo i miei dialoghi con le contadine delle campagne lucane, molto provate da figli e aborti. Ci raccontavamo le nostre storie così diverse ed io potevo allora parlare della possibilità di una legge che mettesse in sicurezza la loro salute e aggiungevo che quella era una battaglia politica. Mi ascoltavano un po’ dubbiose ma contente. Fu, infatti, il movimento delle donne a rendere l’aborto un atto di responsabilità e di libertà.

Anzi è proprio di lì, da questa drammatica esperienza femminile che nasce la libertà delle donne che nel limite trova la sua forza e la sua misura. Non il limite costituito dall’altro e dalla autorità della legge che pure c’è, ma un limite intrinseco all’atto dello scegliere perché esso è in te. Da subito la vita umana è tale, un embrione non è un agglomerato indistinto di cellule, non c’è bisogno di manifesti orroristici  per saperlo, ma è talmente intrecciato al corpo-psiche della donna che solo lei può sapere se è in grado, se ha le condizioni per consentire che una promessa divenga realtà, che la vita si faccia persona.

Non è una discussione tra principi astratti, è un dramma nel senso primario della parola, una scena tutta interiore. Altro che diritto di aborto.

Il femminismo che in parte dissentiva dalla legge non voleva consentire che lo Stato si introducesse in questo intimo dialogo. La parte di femminismo che volle la legge ritenne invece fosse importante iscrivere nei codici una libertà nuova, convinta inoltre che il salto di qualità fosse proprio nel coinvolgimento delle Istituzioni pubbliche nella tutela della salute femminile. Si sancisce con la 194 la fine di un apartheid nelle stanze delle donne nel sangue e nel dolore, ma solo la conoscenza del reale processo abortivo spingerà a una sempre maggiore e appropriata educazione contraccettiva e consentirà alle nuove generazioni delle donne di tutto il mondo di rifuggire da un’ esperienza sempre difficile, sempre odiosa.

 

Chi ha scritto questo post

Annamaria Riviello

Annamaria Riviello

Nata nel Sud d’Italia, in Basilicata da cui sono partita per poi sempre tornare, ho avuto modo di vedere e partecipare nella mia ormai lunga vita alle tante conquiste delle donne. Ho insegnato, fatto politica e mi sono anche cimentata nella ricerca e nella scrittura. Ho avuto quattro figli. Sono convinta che una società che sappia accettare la libertà femminile sia una società migliore ma che tocca ancora alle donne far valere la differenza non più separate dagli uomini e dalla società, ma in costante, autorevole e possibile dialogo.

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