Parliamone

Abbiamo ancora tempo per la rivoluzione?

Hilde Merini
Scritto da

Negli ultimi due giorni mi è capitato di leggere articoli diversi che in maniera totalmente casuale mi parlavano di uno stesso dramma. Queste parole arrivano dal profondo e dalla pancia, e parlano di politica e attivismo, e della vita in-dignitosa che viviamo. Scorrendo la pagina Fb di Lea Melandri mi sono imbattuta nel pezzo: “Una vita dominata dal lavoro vale la pena di essere vissuta?”. Ovviamente la risposta è no, neanche a pensarci.

"… è il processo attraverso il quale gli esseri umani vengono trasformati in puri e semplici lavoratori. In questo…

Pubblicato da Lea Melandri su lunedì 16 aprile 2018

Il lavoro totale è già qui, soprattutto per i precari del mondo intellettuale e accademico. Non perché, come si potrebbe immaginare, l’attività intellettuale per sua natura richiede una mole di tempo titanica, di ragionamento, di pensiero, di sforzo di compressione. Non si estingue nel tempo che passi in biblioteca a leggere, ma ti torna a trovare in sogno, sull’autobus, nei bar. Il lavoro totale accademico si è già impossessato delle nostre vite perché i ritmi di produzione di paper, libri, tesine, convegni, pensieri, articoli, a cui siamo sottoposte e a cui ci chiedono di attenerci, ci rubano già buona parte del nostro tempo. L’asticella della mole di parole da scrivere è già molto alta, e sta in una strana relazione incestuosa con la nostra abilità di pensatrici, produttrici di sapere. Il nuovo lavoro intellettuale si calcola a peso, e a velocità. Una riduzione della ricerca accademica, come ben si sa, di qualità squallida. Una riduzione dell’Università a grande Impresa Culturale, già da diversi decenni. Avvolte dal lavoro totale, senza più margini di profitto, di stipendio, di guadagno di nessun tipo. Dilaniate dalla competizione, dall’ansia di essere le più brave in un mondo di bravissime, le più formate in un mondo di formatissime, le più agguerrite.

Il lavoro totale investe ogni ambito della nostra vita, investe il tempo per le rivoluzioni, per le letture personali, investe il tempo libero stesso (a cui abbiamo detto praticamente addio). Non sono più i tempi della macchina, l’industrial, a scandire il rumore di sottofondo della nostra schiavitù produttiva, ma quello delle playlist su Spotify o su Youtube, un miscuglio di musica capace di isolarci ed essere concentrati sempre. Nel mondo del “lavoro totale”, inoltre non c’è il tempo della noia, ma nemmeno della malattia, o dell’incapacità momentanea ad essere prestanti. Universitaria: esami tesine orali da fare, in un corri corri da Hunger Games. Non c’è più spazio per la fatica, il fallimento (e gli psicologi si allarmano inascoltati). La standardizzazione della performance intellettuale tutta e subito, ora e veloce, bravissimi e velocissimi. E una marea di suicidi che investe lo stivale, tra giovani ricercatori e giovanissimi laureandi.

Di seguito il trailer di “Hai preso le pillole”, documentario originale Netflix, di Alison Klayman, in onda in questi giorni: in un mondo ipercompetitivo, farmaci come l’Adderall regalano a studenti, atleti e informatici prestazioni superiori in tempi ridotti. Ma a quale costo?

Il lavoro non finisce mai, ma si distribuisce sottilmente su ogni momento della nostra vita. Il motto “work hard, party hard” degli yuppies è andato in pensione. Il senso del momento produttivo è stato irrimediabilmente sgretolato e l’acme del divertimento, d’altro canto, non si raggiunge mai. Il desiderio è quello di sostare in una fluttuante stasi di torpore indotto musicalmente.

Il tempo produttivo non finisce mai. Se il tuo luogo di lavoro diventa la tua casa, anche la tua camera da letto è il luogo deputato alla tua produttività, e le 8 ore di lavoro tradizionali si squagliano in un infinito orario lavorativo, intervallato dalla vita vera, in un continuum di attività a cottimo e ansia da prestazione.

Io li frego sul ritmo. Son riuscito a tirar su 25 mila parole di paper. Ma pedalare eh, pedalare. Perchè io mi concentro, sono concentrato. Io ho una tecnica per concentrarmi, lei lo sa. Mi fisso col cervello. Penso a un culo. [Elio Petri, La classe operaia va in paradiso, 1971, citazione modificata]

Lavora, senza tante storie. Sono abbastanza brava? Sarò abbastanza brava? Sono abbastanza brava? Sarò abbastanza brava? Sono abbastanza brava? Sarò abbastanza brava? Sono abbastanza brava? Leggo tante di quelle cose al giorno che non mi ricordo nemmeno più dove le ho lette. Scrivo tante di quelle cose ogni giorno, che si assomigliano un po’ tutte alla fine. Ma la curva produttiva è su, e si vola. Troverò il tempo per la liberazione della donna? Al massimo la monetizzo. Troverò il tempo per fare le riunioni con i collettivi, per scrivere qualcosa che dia senso alla mia vita, per vedermi un documentario solo per piacere? Quanto tempo posso investire al mese nel politico? Ce l’ho questo tempo? Ma quale autocoscienza, qui possiamo permetterci solo note vocali. In locazioni spartane e condivise. Ecco devo fermarmi, devo andare a scrivere una roba.

 

Chi ha scritto questo post

Hilde Merini

Hilde Merini

Nata e cresciuta in Ciociaria, mi sono laureata un anno fa in Lettere all’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Vivo a Venezia, dove frequento la magistrale in Antropologia culturale. Sono una nomade dal comportamento anarchico. Salto da una città all’altra, e da un libro ad un altro. Alcuni punti fermi: l’amore per le scienze sociali, la letteratura, gli animali tutti e il femminismo.

Commenta

Questo Sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza. Proseguendo nella navigazione acconsentirai al loro utilizzo. Scopri di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi