MOLESTIE

La Cannes dei movimenti delle donne e l’Italia che tace

FOTO AP Cannes: festival firma patto per la parità di genere. Il direttore del festival Thierry Fremaux firma un impegno scritto.
FOTO AP Cannes: festival firma patto per la parità di genere. Il direttore del festival Thierry Fremaux firma un impegno scritto.
Simonetta Robiony
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La foto delle donne che a Cannes hanno sfilato sulla Croisette chiedendo parità di trattamento con gli uomini le ritrae allegre e sorridenti: “eravamo tutte vicine, complici, ironiche”, dice Alice Rohrwacher, la regista italiana in gara al festival. Erano 82 tra attrici, registe, sceneggiatrici, produttrici, lavoratrici dello spettacolo, tante quante le registe donne che nei settantuno  anni di festival  sono state invitate a parteciparvi contro i 1645 registi maschi.

Le immagini delle attrici di #TimesUp e #dissensocomune che arrivano in questi giorni da Cannes sono davvero potenti,…

Pubblicato da Se Non Ora Quando – Libere su domenica 13 maggio 2018

In testa al corteo Cate Blanchett, la bravissima interprete australiana, Oscar per “Blue Jasmine” di Woody Allen, quest’anno a capo della giuria, una che ha denunciato anche lei di esser stata infastidita da Weinstein, il produttore dalla doppia faccia all’origine dello scandalo mondiale contro le molestie e quindi del movimento #Metoo. A sfilare moltissime francesi, compresa Marion Cotillard, in questo momento l’attrice più amata in Francia. A parlare Agnes Varda, la regista di quasi novanta anni ancora battagliera che ha chiesto ad alta voce parità di trattamento economico per le donne e rispetto per la loro dignità, spesso immotivatamente offesa, ricordando che le donne non sono una minoranza da tutelare, anche se a guardare certi numeri non sembra.

Tra le italiane Claudia Cardinale, fiera delle sue rughe e Jasmine Trinca, ex ragazzina di Nanni Moretti. Ma è tutto il festival di Cannes, quest’anno, ad essere all’insegna delle donne: dal nastrino colorato che molte portano attaccato al vestito, al concorso eccezionalmente aperto a tre film a firma femminile; dall’istituzione di un numero verde anti-molestie, all’impegno della ministra della Cultura francese per trovare strategie comuni adatte a combattere il fenomeno; dal galà di beneficenza contro l’Aids presieduto da venticinque donne, al saluto inaugurale di Cate Blanchett la sera dell’apertura che, rivolgendosi al pubblico, ha esordito con un: “Madame, madame, madame et  monsieur” di buon augurio.

La Francia e il suo cinema non si sono lasciati sfuggire l’occasione: la rivolta mondiale contro le molestie deve diventare una battaglia culturale collettiva e il paese in questo campo non deve essere secondo a nessuno. È vero. Tutto è cominciato negli Stati Uniti. E negli Stati Uniti continua tuttora senza esclusione di colpi: l’ultimo a esser stato costretto alle dimissioni è uno scrittore premio Pulitzer. Ma sono stati costretti ad abbandonare i loro importanti incarichi dirigenti di azienda, giudici, manager pubblici, politici di spicco. È l’intero mondo occidentale a esser attraversato da questo ciclone che sta spazzando via una pratica antica e tollerata: le molestie. Perfino in Svezia, modello ineguagliato di parità di diritti, non ci sarà il premio Nobel alla letteratura per lo scandalo che ha colpito il marito di una delle firme più prestigiose alla testa del premio, accusato di avere per vent’anni disturbato sessualmente giovani aspiranti scrittrici, con la complicità accomodante di molti.

L’Italia per ora tace. Non sembra aver suscitato reazioni il manifesto Dissenso comune, firmato da oltre cento donne che lavorano nel cinema, né quello sottoscritto da un altrettanto numeroso gruppo di giornaliste per invitare le donne comuni a ribellarsi a questa pratica. Denunce clamorose con tanto di nome e cognome del molestatore e quello della molestata da noi non ce ne sono state. Qualche aspirante stellina in tv in principio, appena scoppiato il caso Weinstein. Poi nient’altro, tanto che Asia Argento, una delle prime ad accusare il produttore americano, si è rifiutata di aderire al manifesto delle attrici e compagne proprio perchè  fatto soltanto di parole e buoni propositi: “È un modo per pulirsi la coscienza di fronte a un silenzio assordante”, ha dichiarato. Asia Argento usa parole forti, ma il silenzio c’è e colpisce.

Eppure l’Italia ha avuto, ed ha tuttora, molti gruppi femminili attivi in svariati settori della nostra società e leggi contro la violenza e a tutela delle donne sono state emanate in questi ultimi anni. Parlare di paura è difficile, nonostante il ricatto sessuale sul posto di lavoro sia ancora frequente, specie tra le lavoratrici meno difese: le domestiche, le commesse, le infermiere, le precarie, le studentesse. Piuttosto c’è in Italia, in questo preciso momento, un vasto sentimento di rassegnazione, meno tra gli uomini e più tra le donne che, infatti, alle ultime elezioni politiche sono state in maggior numero ad astenersi, come non riuscissero più a credere in nessuno dei partiti, neanche in quelli più piccoli.

C’è anche dell’altro, però. Il numero molto elevato di femminicidi che sui media ottengono oggi ampio spazio, forse mette in secondo piano il fenomeno delle molestie: di fronte ai corpi straziati di tante donne uccise da fidanzati e mariti che non accettano la loro indipendenza, fa diventare banale, trascurabile l’atto del maschio che cerca di estorcere un palpeggiamento, un bacio non voluto, un contatto fisico indesiderato. Che sarà mai?, sembra essere il pensiero collettivo delle donne che tacciono, sopportano, si nascondono, cambiano abitudini e comportamento, tollerano. La nostra cultura non ci ha insegnato a distinguere con efficacia una pacca amichevole e scherzosa da uno strusciamento provocatorio: a volte facciamo confusione, altre volte sottovalutiamo. Non è che le italiane siano d’accordo a considerare la molestia un male inevitabile. Ma è che di fronte ai molti ostacoli che incontriamo nel nostro percorso verso l’autonomia lavorativa e quella sentimentale, probabilmente, la molestia ci appare trascurabile. Almeno per ora. Fino a quando non si verificherà un caso clamoroso e allora sì, anche noi, faremo le nostre marce, proprio come a Cannes.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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