Aborto

Abortire a Potenza

Flickr Commons, Basilicata Turistica, Potenza - Monte Reale
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Annamaria Riviello
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Ci sono notizie ben documentate di una forte difficoltà a far funzionare il servizio di interruzione di gravidanza presso l’Ospedale S. Carlo di Potenza che si aggiungono a difficoltà presenti in altri ospedali della regione. Sono passati 40 anni dall’approvazione della legge 194 che lo prevede. Prima di allora il movimento delle donne nelle sue varie forme, i diversi gruppi femministi, l’Udi, avevano da tempo espresso la necessità di fare uscire dalla clandestinità una pratica che spesso avveniva in condizione di pericolo per la salute delle donne.

L’inchiesta di qualche tempo fa di un quotidiano della regione Basilicata

 

La legge sospinta dai radicali avrebbe avuto un itinerario difficile in Parlamento, fortemente ostacolata da quella parte della Democrazia Cristiana più vicina alle gerarchie cattoliche. Alla fine ci fu una mediazione alta tra i gruppi. Si riconobbe la possibilità per il personale medico e paramedico di fare obiezione di coscienza. La legge non istituisce un diritto d’aborto ma consente nei primi tre mesi di gravidanza di interromperla se la donna per ragioni di salute psichica o fisica, ma anche di ristrettezze economiche, lo richiede. Che l’ultima parola spetti alla donna, dopo essersi confrontata con i medici, è una conquista delle donne dei movimenti e dei partiti. Questi ultimi avevano, infatti, previsto che fossero i medici a decidere. Insisto su aspetti che oggi potrebbero sembrare superati perché è necessario che si sappia bene di cosa si sta parlando sia per chi la difende che per chi la ostacola e/o vorrebbe abrogarla.

Le donne che l’hanno voluta, dopo aver ottenuto la nascita di consultori che potessero fare informazione contraccettiva, avevano due scopi principali: tutelare la salute di quelle che si sentivano costrette a intervenire, e ridurre con l’informazione il numero degli aborti. Ricordo la speranza di donne che non avevano mai ricevuto una qualche informazione – contadine, braccianti, casalinghe – di liberarsi di un dramma che ben conoscevano. Infatti, gli aborti sono diminuiti. Questa è la legge.

Succede, però, che l’incontro fruttuoso in Parlamento tra PCI, PSI, PRI e gli altri partiti laici, e il partito della Democrazia Cristiana è andato oltre e contro lo spirito con cui era stato pensato. L’obiezione è diventato lo schermo dietro il quale si difendono privati interessi del personale sanitario, anche perché chi pratica l’interruzione essendo abbastanza solo è costretto a fare solo quello e credo che per chi dovrebbe curare sia abbastanza deprimente. È l’organizzazione del lavoro ospedaliero che dovrebbe impedirlo. Si teme persino che il dato del forte calo di interventi abortivi possa essere inficiato da un rinnovato ricorso alla clandestinità. Una vicenda deprimente.

Se vogliamo, non solo adempiere al dettato di una legge, ribadita da un referendum che oltre il 68% dei cittadini votanti ha difeso, ma anche continuare nell’opera di informazione che ci consenta una vera riduzione di un evento che, è bene dirlo, in ogni caso a livello conscio o inconscio è un’esperienza difficile per ogni donna, bisogna attrezzarsi di conseguenza. La Regione, seguendo l’esempio della Regione Lazio, in caso di mancanza di medici potrebbe varare concorsi per soli non obiettori e nello stesso tempo avviare una verifica sui consultori per capire se hanno personale adeguato per una seria informazione preventiva.

Diamo un segno come realtà regionale. Sarà forse un modo per essere citati non più come l’unico Consiglio Regionale senza rappresentanza femminile ma anche come quello che ha cura della salute delle donne che vivono in questa regione. In un’inchiesta svolta dalla Libera Università delle donne, associazione di cui faccio parte, risulta che molte delle donne intervistate amano questa regione, nonostante le tante difficoltà e un diffuso sentimento di solitudine se non di abbandono. È bene che chi si occupa della cosa pubblica ne tenga conto.

Chi ha scritto questo post

Annamaria Riviello

Annamaria Riviello

Nata nel Sud d’Italia, in Basilicata da cui sono partita per poi sempre tornare, ho avuto modo di vedere e partecipare nella mia ormai lunga vita alle tante conquiste delle donne. Ho insegnato, fatto politica e mi sono anche cimentata nella ricerca e nella scrittura. Ho avuto quattro figli. Sono convinta che una società che sappia accettare la libertà femminile sia una società migliore ma che tocca ancora alle donne far valere la differenza non più separate dagli uomini e dalla società, ma in costante, autorevole e possibile dialogo.

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