FECONDAZIONE RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ

Madri sempre più tardi

Simonetta Robiony
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In assoluto il numero non è alto: nel 2015, sembrerebbe che si siano verificate nel mondo occidentale 295 nascite di bambini da madri sopra i 50 anni. È la tendenza che spaventa: nel 2001 erano state solo 84, e prima ancora il caso di una donna ultra-cinquantenne che partoriva un figlio finiva sui giornali. Cos’è successo? Forse, per citare solo le italiane, le mamme più vecchie d’Europa, è l’esempio di star come Gianna Nannini e Carmen Russo che hanno avuto il loro primo e unico bambino dopo i 50 anni ad averle convinte a osare, nonostante da noi la legge preveda una soglia per la gravidanza assistita, che va dai 41 anni in Umbria, fino ai 50 in Sardegna, mentre in altre regioni sono i medici a decidere caso per caso.

Gianna Nannini incinta di otto mesi della figlia Penelope Jane sulla copertina di 'Io e te', il suo diciassettesimo album pubblicato l'11 gennaio 2011

Gianna Nannini incinta di otto mesi della figlia Penelope Jane sulla copertina di ‘Io e te’, il suo diciassettesimo album pubblicato l’11 gennaio 2011

Oppure è un desiderio di onnipotenza quello di sfidare i meccanismi naturali, accettando qualsiasi limitazione e sacrificio pur di avere un figlio quando non si potrebbe più, un figlio vissuto come un’ardua conquista, un dono inaspettato, la massima felicità raggiungibile. Certo è che per avere un figlio quando è arrivata l’età della menopausa occorre un intervento medico. Nella maggioranza dei casi si ricorre a un ovulo di una giovane donna donatrice, secondo una pratica che comporta mediatori e spese: senza soldi non si diventa madri, tenuto conto che, dopo i 40 anni, a restare incinta per via naturale è solo il 5%. Ma c’è anche una novità. Se una donna vuole trasferire il suo patrimonio genetico al nascituro oggi può farlo. Si estrae il suo patrimonio genetico e lo si immette nel citoplasma ricavato dall’ovulo di una giovane donatrice. È una tecnica molto costosa e complicata ma qualcuna vi ha fatto ricorso.

Il guaio è che questa sfida non ha limiti. In India, dove è alto il numero di donne povere che vendono i loro ovuli, al Centre de Hisar, nello stato di Hryana, pare ci siano state nascite anche da donne di settant’anni. Eppure, i rischi ci sono e non sono pochi. La donna che decide di avere un figlio quando dovrebbe cominciare a pensare di diventare nonna si espone a diabete, ipertensione, trombosi e a un parto prematuro effettuato col cesareo. E anche il figlio corre pericoli: nato prima dei nove mesi è fisicamente più fragile quindi si ammala più spesso, ma anche psicologicamente più fragile, perchè cresce nel terrore che la mamma possa morire e restare solo.

Così, dinanzi al fatto che i condizionamenti culturali, economici, sociali rendono sempre più difficile fare bambini si ricorre alla tecnica con l’intento neppure tanto nascosto di separare “produzione” di esseri umani e maternità. Ecco, mi chiedo vi chiedo ci piace questa immagine del futuro? Eppure, nell’idea ed esperienza della maternità, finalmente libera e non più destino, emergono aspetti come il limite, la responsabilità verso l’altro, la relazione, tutti aspetti di cui le nostre società hanno un urgente bisogno. [da “Libertà è dare pieno riconoscimento alla maternità” del 11 ottobre 2016, di Francesca Izzo]

In Italia, che è da tempo in crisi di natalità, l’Istituto Superiore di Sanità ha calcolato che ogni 100 parti, 1,2 neonati sono frutto di una fecondazione assistita, la più semplice tra tutte queste nuove tecniche, perchè, dice l’Istat, l’età media delle partorienti è ormai intorno quasi ai 32 anni, un’età da primipara attempata. Alcune donne, poche, ma in Italia paradossalmente il numero è in crescita, con la nascita del bambino decidono di rinunciare al lavoro. La maggior parte, e sono circa il 60%, va avanti tra fatica e strazi: i nidi pubblici sono pochi, i privati costano e comunque non coprono l’intero orario lavorativo, i nonni sono stanchi, le sorelle zitelle non esistono più, lo Stato offre sussidi insufficienti, mamme e bambini si separano ogni giorno tra strilli e lacrime.

Nessuno, però, sembra mettere un freno a questa tendenza. Anzi. Più un paese si industrializza, più cresce il suo benessere, più donne cominciano a lavorare, più si decide di spostare in avanti il momento della procreazione. Seguendo l’esempio di alcune aziende statunitensi della Silicon Valley, anche in Cina dove la politica del figlio unico ha già provocato danni irreparabili, alcune aziende molto avanzate invitano le dipendenti a congelare i loro ovuli, a spese della società, per poterle avere più produttive sul lavoro, senza quella noiosa interruzione costituita dalla gravidanza, l’allattamento, le assenze per malattia nella prima infanzia del figlio. Ma questo è un paradosso, un’insensatezza, una follia.

Nonostante il presidente degli Usa, Trump, è sempre più diffusa, infatti, una coscienza ecologica; i ragazzi vengono cresciuti nel rispetto della natura, si cercano frutta e verdura a chilometro zero, si mangia meno carne e, se si può, si vuole quella di animali tenuti al pascolo, si riducono gli insetticidi, si teme lo scioglimento dei ghiacciai perenni, si cercano fonti alternative per l’energia, si fa in modo di non disperdere l’acqua. Questo almeno si inizia a fare nei paesi più sviluppati. Poco o niente, invece, si fa per riportare la maternità e la paternità a quella che sarebbe l’età prevista dalla natura, come se non fosse una violenza imporre ritmi biologici forzati agli esseri umani in nome del benessere e della produzione. Anzi. Invece di adattare l’organizzazione sociale a un ritorno alla naturalità delle nascite, si studiano tecniche per procrastinare questa data nel tempo: a dopo, a dopo, ancora a dopo, quando sarai vecchio e non ci servirai più.

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Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

1 Comment

  • L’influenza dell’ambiente culturale è il motore di questa tendenza, è evidente: la gioventù si è allungata oltre il suo limite biologico e il corpo è obbligato a seguire i ruoli anche oltre le sue possibilità. Come una macchina, il corpo è sempre più piegato ai capricci culturali del nostro tempo e del nostro mondo: si rifanno nasi, seni, fianchi, si sostituiscono articolazioni, si cancellano flussi mestruali, si inibiscono ovulazioni, si congelano ovuli, si rimpiazzano ormoni. E tutto perchè il lavoro, l’estetica, lo stile di vita vengono prima. Guarda caso però la quasi totalità di queste operazioni meccaniche sul corpo avviene sul corpo delle donne. Nulla accade al corpo maschile perchè gli venga impedito di inseminare, per esempio. E nulla accade per fare in modo che la donna possa procreare secondo i suoi ritmi. Il femminismo ha una dose di responsabilità in questo ambiente culturale avverso e disumano: ha scambiato la meccanica dei corpi per libertà, per affrancamento da quella che Simone De Beauvoir chiamava la “schiavitù della specie” delle donne. Se le donne possono scegliere se diventare madri o no e quando farlo, sembra essere il ragionamento, allora sono libere. Anche a costo di mutare la propria biologia con anni di pillole ormonali, anche a costo di infierire sul corpo con interventi, stimolazioni, sostituzioni. Ma la vera libertà non sta nello scegliere di aderire ai modelli sociali postindustriali patriarcali e alienanti, la vera libertà sta nel lasciare che il corpo scelga se e quando partorire. Ci vorranno generazioni prima che quella tendenza alla cultura naturale e biologia arrivi a far capire questo concetto di libertà alle donne. Nel frattempo, per non essere schiave della specie sono schiave della società.

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