Donne e governo Maternità

Riprendiamoci la politica

Annamaria Riviello
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Il movimento delle donne nella sua forma di massa nasce nel corso del ‘900 dal seno delle grandi democrazie occidentali. Democrazie che, soprattutto in Europa, erano caratterizzate oltre che da istituzioni elette a suffragio universale anche dall’esistenza di grandi partiti, di sindacati e altri corpi intermedi, nonché istituzioni di garanzia. Un sistema complesso. Il femminismo degli anni ‘70 scoprì ben presto che queste istituzioni erano lo sviluppo del patto settecentesco tra fratelli, un patto cioè senza le donne. Ma fu consapevolezza di poche che oltre tutto non si impegnarono a farla diventare consapevolezza di tutte/i. Le donne, perciò, entrarono in massa nelle Istituzioni rappresentative e negli altri organi previsti, ma a loro insaputa vi entrarono come cittadini neutri. Basti pensare alla questione decisiva della maternità; oggi uno dei valori sociali sempre meno rilevanti. Per contrastare la denatalità, in Italia cospicua, le forze politiche hanno cercato di intervenire, ma con poca convinzione e senza risultati.

Ci sono due modi per dare valore alla maternità. Uno tendenzialmente oscurantista, che sfocia nella esaltazione del ruolo della madre entro la famiglia tradizionale, cui dare un po’ di sostegno economico, ma che lascia intatto il meccanismo di riproduzione sociale lasciando in sostanza le donne “libere di starsene a casa”. Operazione decisamente di destra. Ma c’è un altro modo: molte donne ripensano alla maternità come scelta di libertà: la libertà femminile. Questa è una istanza del tutto inedita che allude a un’umanità fondata sulla relazione e quindi consapevole dei suoi limiti. Prendere atto di questo nuovo pensiero è impegnativo; le forze democratiche costituzionali e la sinistra non lo hanno neppure tentato.

 

Occorre ripensare la società, mettendo al suo centro donne e uomini nella loro interezza di corpo-mente. Occorre togliere il primato al valore della produttività come disponibilità totale al mercato. Occorre battere la mercificazione -favorita dalle nuove tecnologie- dei desideri e della vita. Non si tratta di demonizzare il benefico sviluppo della scienza, ma di impedire che il progresso tecnologico divenga il pensiero totalizzante del nostro tempo. Il nuovo totem. Sono questi i limiti e le nuove opportunità della democrazia di cui comunque siamo figlie e che oggi appare sotto scacco. Se guardiamo all’Italia dobbiamo dire che si è rotto l’equilibrio che l’ha retta sotto l’egida della Costituzione. Una Costituzione cui dettero vita cattolici democratici, socialisti, comunisti italiani e pensiero liberale.

Davvero siamo al cambiamento. Siede al governo un partito di destra che, sterzando, ha dato una svolta alla sua storia e parla ora una lingua nuova. Quel “prima gli italiani”, che la Lega e il suo leader ripetono come un mantra, apre la strada a un nazionalismo inedito per la Repubblica. Una concezione che comporta la perdita di ogni eredità liberale e prevede una società fondata sul primato del popolo-stirpe che la Repubblica costituzionale non aveva mai conosciuto. Siede al governo anche il Movimento Cinquestelle che è riuscito a convogliare contro una fantomatica “classe politica” ogni risentimento di chi sta peggio per la caduta del welfare, causata dallo sviluppo selvaggio del neoliberismo e del conseguente indebolimento dello Stato Nazionale, artefice della società del benessere. Il movimento 5S ha al suo interno le più diverse tendenze, unite però saldamente dalla fede nella democrazia digitale. Pochi eletti scelgono i rappresentanti del Popolo con un clic.

Il cambiamento è profondo ed è ben interpretato da una folta schiera di uomini, nel senso stretto di maschi. Le donne, se ci sono, sono in terza fila e piuttosto afone. Il femminismo, concentrato nella elaborazione di un pensiero nuovo, aveva cercato invano di mettere in guardia le classi politiche dominanti. Ma sono state Cassandre inascoltate. Ora credo si debba passare ad altra fase. Siamo comunque figlie  della democrazia sotto attacco in tutto il mondo, rischiamo di scomparire con la sua crisi. La politica ci riguarda, parliamone apertamente. Nessuna forza politica si è davvero confrontata con la rivoluzione femminista.

Molto meno si parla del brusco processo di respingimento, sia esso cosciente o istintivo, che le donne subiscono all'…

Pubblicato da Se Non Ora Quando – Libere su Mercoledì 8 agosto 2018

Ora, il ritorno alla grande di falangi di uomini forti, dovunque nel mondo e da noi, ci impedisce di tacere ancora. Non possiamo permettere che le nostre conquiste siano spazzate via dal nuovo bisogno d’ordine. Come si vede, la storia non è scritta una volta per sempre, non è scontato che vi siano “sorti magnifiche e progressive” in ogni tempo. È necessaria una visione, una idea di società che raccolga il meglio della storia democratica, che interpreti la profonda mutazione del corpo sociale, ne colga le sofferenze e apra una prospettiva forte che ne permetta il riscatto. Si tratta di riprendere il coraggio di lottare contro le vere ragioni dell’iniquità sociale; non tanto dunque la proclamata politica versus economia, quanto una politica che si opponga a un capitalismo di rapina che ha rotto argini e travolto regole. Le donne devono fare la loro parte. Riprendiamoci la politica.

 

Chi ha scritto questo post

Annamaria Riviello

Annamaria Riviello

Nata nel Sud d’Italia, in Basilicata da cui sono partita per poi sempre tornare, ho avuto modo di vedere e partecipare nella mia ormai lunga vita alle tante conquiste delle donne. Ho insegnato, fatto politica e mi sono anche cimentata nella ricerca e nella scrittura. Ho avuto quattro figli. Sono convinta che una società che sappia accettare la libertà femminile sia una società migliore ma che tocca ancora alle donne far valere la differenza non più separate dagli uomini e dalla società, ma in costante, autorevole e possibile dialogo.

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