AFFIDO CONDIVISO

Riforma Pillon, l’opinione dell’esperto: irrealizzabile e pericolosa

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Il senatore leghista Simone Pillon propone di modificare con un decreto legge l’affido dei figli dei separati: in nome della parità dei diritti tra padre e madre, i bambini dovrebbero trascorrere metà del tempo con un genitore e metà con l’altro per poter permettere a entrambi di dare loro affetto, educazione, abitudini. Con questa riforma scomparirebbe anche l’assegno per il mantenimento dei figli che nella maggioranza dei casi i padri sono obbligati a versare alla madre che si occupa della loro crescita: se tutto è diviso a metà sarà la madre a provvedere con i suoi guadagni al benessere dei bambini. Il senatore Pillon è un avvocato cassazionista bresciano, figura di spicco del movimento ultra-cattolico che ha dato vita al Family day; un uomo contrario all’aborto, alle unioni omosessuali e in qualche misura perfino al divorzio tanto da immaginare una nuova forma di matrimonio, un patto detto all’americana “convenant marriage” nel quale i coniugi si impegnano alla indissolubilità del vincolo che mai nessuno potrebbe sciogliere anche se l’unione sentimentale fallisse. La proposta di modificare in questo senso l’affido dei figli ha suscitato molte perplessità tra avvocati, psicologi, pedagogisti: l’idea del bambino la cui vita viene divisa a metà affinché anche i padri possano crescerli impegnando lo stesso tempo e le stesse risorse di una madre appare non solo irrealizzabile ma perfino pericolosa per l’equilibrio di un bambino. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Giorgio Robiony, esperto di diritto di famiglia.

 

Cosa c’è che non va, avvocato, in questa proposta che all’apparenza mette sullo stesso piano padri e madri nell’accudimento dei figli e sembra un passo avanti nell’equiparazione tra uomini e donne?

La riforma si muove sulla linea dell’affido condiviso che è quello che oggi i giudici applicano quasi sempre, ma a mio avviso, e a giudizio di molti psicologi, ignora l’interesse di un bambino, il vero soggetto di qualunque norma che riguardi la sua crescita. Prevedere per i figli minori un doppio domicilio, una doppia cameretta, una doppia alimentazione, un andare e venire durante l’anno tra la casa della mamma e quella del papà non gli farebbe affatto bene: un bambino infatti ha bisogno di stabilità. Cambiare casa e abitudini è destabilizzante per chiunque, figuriamoci per un minore! L’affido condiviso, voluto nel 2006, apre molte vie per un accordo valido tra padre e madre, un accordo che non esclude né l’una né l’altro.

Nel suo lavoro si sono mai verificati casi simili a quello che ipotizza il senatore Pillon?

Una sola volta, ma era una coppia molto ricca e nient’affatto rancorosa. I due ex coniugi divisero a metà il loro vasto appartamento permettendo in tal modo ai loro figli di andare e venire dalla abitazione dell’uno e dell’altra poste sullo stesso pianerottolo. I figli in quel caso mantenevano la stessa scuola, potevano frequentare gli stessi amichetti, portavano avanti e indietro i loro libri e i loro giocattoli, risentivano il meno possibile della separazione tra il papà e la mamma. Questa è una situazione ideale, ma come riprodurla per la collettività?

La realtà, sostiene lei, è diversa.

Diversissima. Spesso i genitori abitano in case molto distanti, a volte addirittura in città diverse: vi pare logico che ogni volta si faccia un trasloco? Servirebbe un camion per spostare tutto ciò di cui ha bisogno un bambino per crescere, oppure occorrerebbe moltiplicare ogni cosa: doppi letti, libri, giocattoli, vestiti, piatti, bicchieri e altro con una enorme spesa. Ma soprattutto con il risultato che i bambini non godrebbero più di quella stabilità necessaria alla loro crescita. I figli non sono valigie. I figli sono il soggetto della regolamentazione dell’affido. Il principio della bi-genitorialità non può andare in questa direzione. Per un magistrato diventerebbe obbligatorio dare all’uno e all’altro genitore i figli dai 12 ai 15 giorni al mese trasformandoli in pacchi postali.

Molte madri in Italia, dove il lavoro femminile scarseggia, pur conservando il diritto al loro mantenimento, sono preoccupate dall’idea di perdere il contributo per il mantenimento dei bambini che in maggioranza sono i padri a versare.

E hanno ragione. Come principio astratto va anche bene, ma la vita quotidiana è una altra cosa: pretendere che entrambi facciano tutto e che le condizioni di partenza siano identiche, aumenterebbe la conflittualità. Già l’affido condiviso prevede che sulle scelte importanti si trovi un accordo, ora loro dovrebbero trovarlo anche su se sia meglio mangiare più carne o più verdure, se far frequentare al figlio Franceschino o Sofia, se mettergli i jeans oppure le pantacalze: un inferno! La distinzione di generi esiste, non possiamo abolirla per legge. La madre cresce il figlio per nove mesi nel suo utero, lo partorisce, lo allatta e per i primi tre, quattro anni di vita del bambino è la sua figura di riferimento. Dire che padre e madre sono identici è un errore. La madre impegna alcuni anni in un progetto di vita che si chiama filiazione: perché dovrebbe perdere quel compenso economico che ha meritato allevando il bambino? Non mi parrebbe giusto che un padre possa ritrovarsi un figlio di cinque, sei anni, quindi già cresciuto, e a quel punto non debba più versare niente per il suo mantenimento alla madre che gli ha dedicato anni curandolo, seguendolo, educandolo, dandogli quell’amore e quella sicurezza di cui ha avuto bisogno. Un provvedimento come quello previsto dal senatore Pillon avrebbe un solo risultato: scoraggiare la donna dal chiedere la separazione, creare più famiglie infelici, far crescere i figli in un ambiente malinconico e ostile.

Tra le misure previste da Pillon c’è anche l’obbligatorietà di ricorrere a una mediazione prima di arrivare alla decisione di separarsi.

Praticare una vera mediazione tra un uomo e una donna che hanno deciso di separarsi è una operazione lunga: non basta un colloquio, occorrono almeno sei mesi. Mediare significa adottare una strategia, insegnare l’ascolto, imparare a negoziare. Un incontro non serve a niente. Il dolore e la rabbia vanno curati da persone competenti e di lunga esperienza che da noi ancora non ci sono. E una buona mediazione necessita di almeno tre professionisti, perchè le soluzioni proposte risultino più obiettive. È un metodo costoso di cui dovrebbe farsi carico lo Stato, altrimenti pochissime coppie, e solo quelle molto ricche, potrebbero farvi ricorso. La proposta di Pillon prevede un solo incontro per la mediazione a carico dello Stato. Ma a mediare in questo modo oggi ci pensano già gli avvocati dell’uno e dell’altra e ci pensa il giudice che li invita a riflettere: a che serve un colloquio col mediatore? A me sembra che l’affido condiviso sia più che sufficiente a garantire i diritti dei padri separati. Perfino quando una madre ha l’affido esclusivo il padre può controllare l’andamento scolastico del figlio grazie al registro elettronico che hanno le scuole, può intervenire sulle scelte sanitarie, sui viaggi che il minore è invitato a compiere, sulla religione in cui viene allevato, sulle scelte fondamentali per il suo futuro. Solo se c’è la sospensione della potestà genitoriale è obbligato a tacere. Le ragioni di questa riforma non sono chiare: l’unico motivo recondito che intravedo è invitare le donne a sopportare un partner con cui non vogliono più vivere riportando indietro nel tempo la condizione femminile. Ma quel che è ancora più grave, e lo ripeto, se questa riforma dovesse passare sarebbe un danno per i minori.

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Siamo donne diverse per età, vita professionale e storie politiche. Molte di noi hanno fondato il grande movimento nato il 13 febbraio 2011 da un appello che si concludeva con le parole Se Non Ora Quando? Che libertà è il luogo dal quale lanciare alla società, alla politica e alla cultura la nostra nuova proposta: RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ!

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