ABORTO AFFIDO CONDIVISO

Da Verona un segnale che preoccupa

Annamaria Riviello
Scritto da

 

Dietro la mozione di Verona, la proposta Pillon, le esternazioni del ministro Fontana, si intravede un progetto di richiamo all’ordine patriarcale perfetto per ogni oscurantismo.

 

Il consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione antiabortista ed ha definito quella comunità una “città a favore della vita”. Non si può non condividere. Del resto lo stesso si può dire del recente progetto di legge del senatore leghista Simone Pillon sull’affido condiviso dei figli dei genitori separati, il cui scopo dovrebbe essere quello di consentire a bambini e ragazzi di coppie in crisi di non perdere la necessaria presenza della figura materna e paterna. Se invece si esaminano con un minimo di attenzione entrambi gli eventi, si vede che manca un elemento essenziale per chi legifera: l’attenzione alle persone, alla loro vita e la conoscenza approfondita di quello che tratta. Si sbandierano pregiudizi e le chiamano idee. Nel caso del Pillon, i figli sarebbero sottoposti a una vita senza un centro; una condivisione perfetta è come la madre cattiva che si presentò dal re Salomone e che pur di avere il figlio consente di dividerlo in due, l’effetto psicologico del via vai proposto nel decreto è questo.

Perseguire l’idea di condivisione della crescita e dell’accudimento dei figli è sacrosanto, ma è sbagliato,…

Pubblicato da Se Non Ora Quando – Libere su Mercoledì 12 settembre 2018

Tornando a Verona l’impressione è che i sostenitori della mozione non abbiano letto la legge 194 che recita come suo titolo “Norme per la tutela sociale della maternità e sulla interruzione volontaria di gravidanza.” Quella legge è il frutto di un sapiente e paziente lavoro di mediazione tra le diverse culture politiche presenti in Parlamento, ma è stata approvata anche perché sospinta da un grande movimento di donne. Sconfiggere l’aborto era appunto l’obiettivo perché l’aborto clandestino era grandemente praticato ed in condizioni terribili, a volte letali. Si trattava di tutelare la salute delle donne e di avere fiducia in loro. Negli anni che hanno preceduto la legge, mi è accaduto di parlare con donne, nella mia regione, in Basilicata, che stremate dalla fatica avevano abortito un numero impressionante di volte. Si trattava di combattere tutto questo attraverso la presa in carico del problema da parte dello Stato, la tutela sociale per quanto riguarda la salute, ma soprattutto di permettere che questo dolore emergesse e fosse la donna ad assumersi la responsabilità di qualcosa che la riguarda intimamente. La donna diventa soggetto morale perché solo la libertà con il suo carico di responsabilità lo consente. In Italia, insomma, non esiste diritto d’aborto: esiste la possibilità di ricorrervi entro certi limiti di tempo e a certe condizioni.

Coloro che sono a favore della Vita sono pregati di guardare alle vite delle donne e degli uomini, di avere la capacità di condividerne problemi e difficoltà, così si difende la vita. Ma l’Italia è attraversata da una specie di furore. Ceti medi impoveriti e una gran parte della popolazione che ha visto diminuire paurosamente le sicurezze che aveva. Il restringimento della protezione sociale, soprattutto nella tutela della salute. Il diminuito potere d’acquisto dei salari; la disoccupazione endemica nel suo Mezzogiorno, insieme con la certezza dell’arricchimento di alcuni e la ferita della disuguaglianza abissale con quelli, frutto avvelenato di un liberismo senza regole con il quale sono sembrate o conniventi, o deboli le classi dirigenti al potere; il cosiddetto establishment ha consentito che la voglia di cambiamento si rovesciasse su homines novi o almeno apparentemente tali. Ma questi invece di governare il rancore appaiono coltivarlo e anzi accrescerlo. Succede allora che si vada avanti a colpi d’ascia e di Twitter, che questo comporti scelte illiberali perché escludono l’esercizio della mediazione e dell’ascolto di opinioni diverse Quando tutto questo accade le prime colpite sono le donne, non tanto sul piano sociale ma su quello simbolico, laddove si erano delineate le loro libertà. Dietro la mozione di Verona, la proposta Pillon, le esternazioni del ministro Fontana, si intravede un progetto di richiamo all’ordine patriarcale perfetto per ogni oscurantismo. Ritengo doveroso che le donne impediscano che la deriva sia completa, che anni di lotte nostre, delle nostre sorelle e madri, siano travolte insieme alla democrazia nella sua forma compiuta. Abbiamo oggi un compito ulteriore: riprenderci la politica, ora, insieme.

Chi ha scritto questo post

Annamaria Riviello

Annamaria Riviello

Nata nel Sud d’Italia, in Basilicata da cui sono partita per poi sempre tornare, ho avuto modo di vedere e partecipare nella mia ormai lunga vita alle tante conquiste delle donne. Ho insegnato, fatto politica e mi sono anche cimentata nella ricerca e nella scrittura. Ho avuto quattro figli. Sono convinta che una società che sappia accettare la libertà femminile sia una società migliore ma che tocca ancora alle donne far valere la differenza non più separate dagli uomini e dalla società, ma in costante, autorevole e possibile dialogo.

Commenta

Questo Sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza. Proseguendo nella navigazione acconsentirai al loro utilizzo. Scopri di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi