MAI PIÙ COMPLICI

La vera Dottoressa Giò è Vittoria Doretti

Fabrizia Giuliani
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La scorsa domenica la “Dottoressa Giò” – serie in onda in prima serata su Canale 5 – raccontava la necessità di attrezzare in modo adeguato gli ospedali per il contrasto alla violenza. Barbara D’Urso che interpreta la protagonista, presentava un progetto mirato, con tanto di personale specializzato, in grado di riconoscere i segni per tempo e sostenere le donne che raccontano e denunciano. Se l’ospedale, il primo luogo che le donne incontrano, non è un presidio in grado di sostenere chi sceglie di uscire dalla violenza, come si può pensare di fare una seria azione di contrasto, si chiede la Dottoressa Giò, e noi con lei?

Vittoria Doretti, ideatrice di Codice Rosa

Questo racconto, anche se forse non tutti lo sanno, ricalca una storia vera: quella del Codice Rosa, ideato dalla Dott.ssa Vittoria Doretti, anestesista a Grosseto, quasi 10 anni fa. Il lavoro di Doretti, premiato ovunque in Italia e riconosciuto eccellenza europea, si è imposto come modello regionale. Qualunque ospedale della Toscana ha un percorso ad hoc per le vittime di abusi e maltrattamenti agendo in sinergia con procure, forze, dell’ordine e centri antiviolenza. Il progetto ha dato risultati notevoli, ha reso le istituzioni forti perché coese e le ha schierate a sostegno delle donne.

Codice Rosa è una procedura che finalmente impegna nella difesa delle persone vulnerabili le strutture dello Stato che non può più girare la testa altrove dinanzi alla violenza consumata dentro le mura domestiche (Francesca Izzo in “La verità su Codice Rosa”)

Dal 2016 è stato adottato a livello legislativo anche sul piano nazionale, ma ancora si fatica a vederne una realizzazione omogenea e diffusa, specie nelle aree dove più ce ne sarebbe bisogno. Non è una disparità accettabile, non dovrebbe essere necessario scomodare la Costituzione per spiegare perché la vita delle donne debba essere tutelata, allo stesso modo, ovunque. Si può fare.

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La Tv dunque ha “visto” ciò che ancora le istituzioni stentano a riconoscere: per combattere la violenza contro le donne servono istituzioni forti. Le Nazioni Unite nell’ultimo monitoraggio degli obiettivi dello sviluppo sostenibile, affermano che sono una condizione per vincere. Può sembrare ovvio, ma non lo è se si tiene conto del fatto che sono stati necessari decenni di battaglie delle donne perché questo fenomeno fosse riconosciuto esplicitamente come lesione dei diritti umani, ossia perché la vita delle donne fosse riconosciuta come un valore in sé.

La strada è lunga: nonostante i passi avanti fatti sul piano culturale e legislativo, le statistiche – e prima ancora la nostra esperienza quotidiana – ci confermano in modo impietoso come la violenza fatichi moltissimo ad emergere: solo l’11% delle donne denuncia e solo per la metà degli iscritti in procura si avvia un’azione penale (fonte Istat). Dire che servono istituzioni forti, significa affermare che servono istituzioni dalla parte delle donne. Capaci di sostenerle nel percorso di denuncia, di garantire protezione adeguata a loro e ai bambini, capaci di perseguire i colpevoli.

 

Chi ha scritto questo post

Fabrizia Giuliani

Fabrizia Giuliani

Sono nata a Roma, dove vivo con mio marito Claudio e i nostri figli, Antonio ed Ella. PhD, insegno filosofia del linguaggio e studi di genere alla Sapienza di Roma, dove coordino, con Serena Sapegno, il Laboratorio di Studi Femministi. Ho tenuto corsi di semiotica e linguistica in diverse università italiane, sono stata Fulbright Scholar a Harvard, e presso l'Università per Stranieri di Siena ho avuto l’incarico di Consigliera per le politiche delle pari opportunità. I miei lavori si sono concentrati sulla produzione del significato delle lingue storico - naturali e sulle modalità con le quali i sistemi simbolici danno conto della differenza tra i sessi. Sono coinvolta nella teoria e nella politica delle donne dai primi anni universitari, ho contribuito alla fondazione di DiNuovo e poi dell'avventura rivoluzionaria di Se non ora quando. Nel 2013 sono stata eletta deputata nelle liste del PD, dove lavoro in Commissione Giustizia.

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