DONNE NEI MEDIA MAI PIÙ COMPLICI

Adrian (Celentano) e l’impegno dei media contro la violenza sulle donne

Simonetta Robiony
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Fino a una decina di anni fa il termine femminicidio non circolava affatto, né nel linguaggio quotidiano, né ancor di più in quello televisivo. Si parlava genericamente di omicidio, ignorando che la morte di una donna, uccisa per mano di un uomo a cui era legata da vincoli affettivi, un uomo come un fidanzato, un marito, un padre, fosse qualcosa di speciale, perché la vittima aveva la sola colpa di voler bene al suo assassino, ma di non essere più disposta a sopportare le sue continue prevaricazioni, fisiche e psicologiche.

Oggi non solo se ne parla, ma la televisione affronta l’argomento sempre più spesso, tanto che proprio in questi giorni la violenza contro le donne è finita all’interno di due popolarissime fiction, entrambe su Canale 5: “Adrian”, il cartone animato su Adriano Celentano, la nostra rock-star più famosa e più longeva, che ha da poco compiuto gli 80 anni, in partenza lunedì prossimo; e “La dottoressa Giò”, la vecchia serie con Barbara D’Urso nei panni di una ginecologa, ormai la ginecologa più nota dell’Italia intera, che è tornata il 13 gennaio dopo dieci anni di assenza.

La dottoressa Giò e Adrian contro la violenza sulle donne

“Adrian”, in onda per nove puntate in prima serata, è un progetto pensato molti anni fa da Celentano e la moglie Claudia Mori e realizzato con cura e pazienza dal disegnatore Milo Manara, su un testo di Cerami e sulle musiche di Nicola Piovani. Tutti nomi di prima grandezza che dovrebbero presagire un successone. Al centro del racconto la vita di Adrian e le idee di Celentano, uomo dal forte magnetismo, pacifista ed ecologista, rivoluzionario e credente, che ha voluto ambientare la vicenda nel 2068, cento anni dopo il famoso Sessantotto: una epoca, sostiene lui, in cui sarà stato attuato un profondo mutamento etico e culturale grazie alle donne e al loro pensiero. L’amore tra l’uomo e la donna è il filo che si dipana per l’intero cartone: amore visto come gioco anche erotico e come complicità, anche alleanza, ma mai, nel modo più assoluto, come prevaricazione, sadismo, umiliazione, patriarcato e peggio ancora violenza.

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Diverso, più tradizionale, lo stile della fiction “La dottoressa Giò”. Giò, ormai diventata un primario, è tornata al lavoro in ospedale dopo che un marito l’aveva accusata per la morte della moglie, uccisa invece dall’uomo e dai suoi continui maltrattamenti. In questi otto nuovi episodi, ciascuno su un caso particolare, Barbara D’Urso insegue un unico sogno: realizzare un centro anti-violenza dove le donne possano trovare la forza per ribellarsi a chi le opprime.

È singolare che due fiction molto attese dal pubblico, in onda nel medesimo periodo, girino intorno a questo stesso discorso: la violenza contro le donne. È la prova di quanto questo tipo di reato appaia ai nostri occhi come il più inaccettabile: non è un furto, un omicidio casuale o un’abile truffa. È un condizionamento culturale che vede l’uomo padrone della sua donna e la donna schiava di questa oppressione scambiata per amore e come tale il reato va combattuto ed eliminato.

Dal cinema alla Tv, l’attenzione costante e la ricerca di un nuovo linguaggio

Il cinema da molto tempo ha raccontato queste storie: da “Thelma e Louise” con la Sarandon e la Davis; a “A letto col nemico” con Julia Roberts; dal turco “Mustag” su cinque sorelle oppresse da una famiglia retrograda, all’americano “Il colore viola” di Spielberg su una ragazza violata dal padre; da “Sotto accusa” con Jodie Foster su un processo per uno stupro di gruppo a “Primo amore” di Garrone, dove il fidanzato impone alla sua ragazza di diventare sempre più magra spingendola all’anoressia.

Julia Roberts in “A letto con il nemico”

La televisione si è adeguata. E la fiction è stata in prima linea, ricevendo spesso però alcune accuse: situazioni banalizzate, personaggi stereotipati, linguaggio sentimentale, ovvietà da evitare. Soprattutto quando la storia è inventata, meno quando è ispirata dalla cronaca. Un difetto che non è stato trovato nella serie “L’amica geniale” di Saverio Costanzo, appena andata in onda sulla Rai, dove la scena delle molestie subite dalla giovanissima protagonista è resa con un senso di inquietante ambivalenza. Anche la serie “Mai per amore”, prodotta e voluta da Claudia Mori che, come suo marito Adriano Celentano, si batte perchè la donna non sia più subalterna, ha evitato questi rischi: d’altra parte era affidata per la regia a Liliana Cavani, Margarethe von Trotta e al figlio di Gillo Pontecorvo Marco.

"Da lì noi veniamo, da un mondo dove era impensabile spendere nell’istruzione di una bambina intelligente e dotata, se…

Pubblicato da Se Non Ora Quando – Libere su Giovedì 29 novembre 2018

Si cerca, quindi, un nuovo linguaggio. Anche nei talk quotidiani che nel pomeriggio tengono compagnia a un pubblico prevalentemente femminile: le donne sono sempre invitate a reagire, denunciare, ribellarsi, non subire, aiutate in questo non solo dal clima cambiato, ma dalle nuove norme di legge contro lo stalking e la violenza votate sotto il governo Renzi. Succede a “La vita in diretta”, su Raiuno, con Francesca Fialdini e Tiberio Timperi quando c’è un caso di cronaca che suscita particolare orrore. Succede su Canale 5 a “Pomeriggio cinque”, condotto da Barbara D’Urso, la stakanovista della Tv, presente pure la domenica, una star del piccolo schermo mai sazia di incontri, interviste, scoop, spiritosaggini, volgarità, che però, come è chiaro anche da “La dottoressa Giò”, sulla violenza contro le donne non molla mai l’attenzione.

Succede, ovviamente, in tutti i programmi di informazione, dal mattino presto a notte inoltrata, quando si deve dare la notizia di un femminicidio. E più casualmente, a “I fatti vostri” con Magalli su Raidue come a “Mattino cinque” su Canale 5 con Federica Panicucci. Non a “Verissimo”, al sabato, con Silvia Toffanin dedicato, invece, ai pettegolezzi sul mondo dello spettacolo e a nient’altro; mentre sì a “Quarto grado” con Nuzzi, la sera su Rete4, e sì allo storico “Chi l’ha visto?” in cui Federica Sciarelli non abbandona mai un caso di donna scomparsa, spesso uccisa dal suo partner.

Basta orrore, basta lacrime, basta vittimismo: più informazione.

Come accade nella fiction, a volte, la spettacolarizzazione di un racconto prende il sopravvento sulla realtà e allora quello che dovrebbe essere un messaggio educativo si trasforma in una narrazione morbosa che stuzzica il voyerismo. Ma tutti adesso sono più attenti a non cadere in queste trappole. Perfino “Amore criminale”, il programma di Matilde D’Errico, in onda dal 2007 su Raitre la sera, il primo ad aver affrontato il tema della violenza contro le donne, quest’anno, con la conduzione della Pivetti, ha dovuto cambiare un po’ la sua faccia.

Veronica Pivetti in “Amore Criminale”

Basta orrore, basta lacrime, basta vittimismo: più informazione. La Commissione parlamentare sul femminicidio ne aveva chiesto la chiusura, perchè mostrare la donna come la parte debole della coppia non incoraggiava l’autostima, l’indipendenza, la capacità di opporsi, la voglia di denunciare: è rimasto, ma rinnovato. Di fronte alle 117 donne uccise nel 2017 non ci si nasconde più ricordandoci che da noi il delitto d’onore è stato abrogato solo nel 1981, ma ci si indigna come si fosse in un corteo dietro un unico striscione: “Basta! Adesso basta!”.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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