LUCI ROSSE SUCCEDE

Francia, Corte costituzionale respinge ricorsi, la prostituzione non è un lavoro

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Prostituzione: la penalizzazione dei clienti giudicata conforme dalla Corte costituzionale
Traduzione di Silvia Cataldi (interprete e traduttrice) da LeMonde.it del 01/02/2019

 

 

L’interdizione all’acquisto di un atto sessuale, comunemente chiamata “penalizzazione del cliente”, è davvero in contrasto con i diritti garantiti dalla Costituzione? La questione di incostituzionalità, sollevata dalle associazioni che si occupano di prostituzione e diritti delle donne, tra cui Médecins du monde, lo STRASS (Syndicat du Travail Sexuel) e diversi “lavoratori del sesso”, era stata sottoposta alla Corte costituzionale a novembre. Nella sentenza, pronunciata ieri, i giudici hanno risposto negativamente alle contestazioni, giudicando “conformi alla Costituzione” le disposizioni della legge “il cui obiettivo è rinforzare la lotta contro il sistema della prostituzione e accompagnare i soggetti che si prostituiscono”.

I giudici della Corte si sono soffermati in particolare sull’accusa di violazione della libertà personale mossa dai ricorrenti: “scegliendo di penalizzare gli acquirenti di prestazioni sessuali – e dunque privando la pratica della tratta e dello sfruttamento della prostituzione delle sue fonti di guadagno-, il legislatore intende lottare contro l’esercizio di tali attività criminali, basate sulla coercizione e sull’oppressione dell’essere umano. Vuole inoltre garantire la salvaguardia della dignità umana contro tali forme di oppressione, e perseguire l’obiettivo di valore costituzionale della tutela dell’ordine pubblico e di prevenzione delle infrazioni”.

In tal senso, avendo il legislatore sostenuto che “i soggetti che si prostituiscono sono in maggioranza vittime dello sfruttamento della prostituzione e della tratta”, la Corte non ravvede alcun divario tra “tale obiettivo di valore costituzionale di salvaguardia dell’ordine pubblico e prevenzione delle infrazioni, e la tutela della dignità umana e della libertà personale”.

Soddisfatte del giudizio della Corte le associazioni abolizioniste. “È molto importante in linea di principio rifiutare costituzionalmente un mercato della prostituzione e l’esistenza di un diritto costituzionale ad acquistare un atto sessuale che è per definizione il frutto di un rapporto di violenza”, ha commentato Cédric Uzan-Sarano, avvocato dell’Amicale du Nid, che assieme ad altre associazioni, come il Mouvement du Nid e la Coalition pour l’abolition de la prostitution, è intervenuta in difesa delle disposizioni della legge.

Condizioni di lavoro umilianti

Martedì 22 gennaio, durante l’udienza della Corte, almeno 17 avvocati si sono succeduti davanti ai giudici, rappresentando gli interessi inconciliabili delle due parti. Da un lato, quella dei ricorrenti, che hanno denunciato una “legge morale” attraverso la voce dell’avvocato Patrice Spinosi, denunciando un’”infantilizzazione dei soggetti prostituiti” ormai privati del “diritto di disporre del proprio corpo”. Oltre alla libertà personale, i ricorrenti hanno poi segnalato la violazione, a loro parere: della libertà d’impresa, del rispetto della privacy e del principio di necessità e proporzionalità della pena. In risposta a tali accuse, i giudici costituzionali hanno dichiarato che le disposizioni contestate non erano “manifestamente non proporzionate”.

Un’ulteriore linea di frattura, al di là del rispetto dei diritti costituzionali, è stata espressa durante l’udienza anche riguardo le condizioni di lavoro delle prostitute. Médecins du monde ha infatti sostenuto che la penalizzazione dei clienti ha causato un degrado delle loro condizioni lavorative, costringendole a esercitare in luoghi più isolati, e riducendo le loro possibilità di negoziazione con i clienti, fatto che, secondo l’ONG, porta a pratiche pericolose dal punto di vista sanitario, come il consenso a rapporti sessuali non protetti. Altra contestazione respinta dai giudici costituzionali, secondo i quali il loro ruolo “non è quello di sostituirsi al legislatore”, anche per quanto concerne “le conseguenze sanitarie delle disposizioni contestate per i soggetti che si prostituiscono”.

 

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Siamo donne diverse per età, vita professionale e storie politiche. Molte di noi hanno fondato il grande movimento nato il 13 febbraio 2011 da un appello che si concludeva con le parole Se Non Ora Quando? Che libertà è il luogo dal quale lanciare alla società, alla politica e alla cultura la nostra nuova proposta: RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ!

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