CHE SPETTACOLO LA RECENSIONE

Sofia, il film diversamente femminista di Benm’ Barek

Simonetta Robiony
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Hanno scelto la data dell’8 marzo per presentare in Italia “Sofia”, film della regista marocchina Meryem Benm’ Barek, presentato all’ultimo festival di Cannes nella sezione “Un certain regard”, dove ha vinto il premio per la sceneggiatura, molto applaudito nei festival di mezzo mondo, designato adesso dai critici italiani come Migliore opera dell’anno. Patrocinato da Amnesty, distribuito dalla catena dei cineclub, dopo alcune presentazioni in giro per il nostro paese, sarà in sala dal 14 marzo, contando sul passa-parola del pubblico. La regista che vive tra il Belgio, la Francia e il Marocco, è una ragazza con occhi e pelle chiara più simile a una nord europea che a una marocchina, una ragazza senza intellettualismi ma capace di uno sguardo intenso e profondo sul suo paese che sa osservare con la giusta distanza.

Meryem BENM’BAREK al Festival di Cannes

Sofia è il nome della protagonista: una giovane donna di una famiglia piccolo borghese che non si è accorta di essere incinta in una estrema negazione della sua gravidanza. In Marocco, l’articolo 490 del codice penale punisce, con una pena che va da un mese a un anno di reclusione, le relazioni sessuali fuori dal matrimonio. Ciò nonostante, ogni giorno, 150 donne partoriscono bambini “illegittimi”: alcune li abbandonano, altre ricorrono a nozze riparatrici, altre ancora li crescono da sole. Il problema di Sofia è cosa fare di questa bambina appena nata contro la sua volontà. Ad aiutarla in questo difficile percorso sarà la cugina Lena, studentessa di medicina, figlia della sorella di sua madre e di un francese assai ricco che non si vede mai, ma che ha una grossa influenza sulle fortune dell’ intera famiglia.

Già in questa decisione di mettere al confronto due giovani donne marocchine, diverse per educazione, abitudini e ceto  sociale c’è per intero il senso del film che traccia una sorta di radiografia del Marocco contemporaneo, dove i poveri sono ancora troppo poveri, i ricchi godono di privilegi ingiusti quanto innumerevoli, i piccolo borghesi annaspano in cerca dell’occasione che potrebbe modificare la loro sorte. La città che fa da sfondo a questo breve racconto familiare, che si svolge nell’arco di pochi giorni, dal momento dell’inatteso e avventuroso parto a quello di un sofferto matrimonio di interesse, è Casablanca: la più moderna e popolosa città del Marocco, affacciata sull’Atlantico. La regista la attraversa interamente, passando dai quartieri fatiscenti dell’antico centro, con le loro viuzze tortuose, a quelli borghesi dei vialoni caratteristici del periodo coloniale, fino alle sontuose ville con piscina a picco sul mare dove vivono quelli che i soldi li hanno fatti, lecitamente o meno lecitamente.

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All’apparenza potrebbe sembrare un film femminista, ma “Sofia” non lo è, o almeno non lo è nella maniera tradizionale, pur denunciando la condizione delle donne tuttora vincolate da leggi antiquate imposte dalla monarchia sovrana e da una religiosità islamica che appare più formale che sostanziale. È la famiglia quella che determina il destino delle donne, come pure quello degli uomini. “Il patriarcato fa male a entrambi”, sostiene la regista “perchè obbliga a ruoli definiti, fissati da regole sociali che ignorano il diritto alla auto-determinazione insito in ogni persona”. La verità è messa al bando, l’ipocrisia regna sovrana. Che dirà la gente di una ragazza diventata madre senza un marito? Come si può salvare la faccia di fronte a questa sventura? A quali sotterfugi è meglio ricorrere perchè all’apparenza ogni cosa torni in ordine e al giusto posto? Gli uomini in Marocco, ma certo non soltanto in Marocco, occupano lo spazio pubblico in tutte le sue forme, racconta questa storia, ma sono le donne a governare la famiglia ricorrendo a una sottile violenza mai esplicitata con le parole. Resta l’amaro in bocca alla fine, ma “Sofia” parla di fatti reali con una profonda sincerità.

 

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Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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