BATTAGLIE

Verona tra ProVita, transfemministe e feti in plastica

Ph. Ansa
Simonetta Robiony
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Il lungo fine settimana del convegno sulla ‘famiglia naturale’ di Verona è andato. Per tre giorni parole e immagini intorno a quest’evento hanno occupato giornali e televisioni. Un paio di cose, comunque, si sapevano già prima che cominciasse. Una riguarda il convegno stesso. L’idea di riunire sotto la sigla ‘famiglie naturali’ la destra conservatrice e tradizionalista, perfino quella più estrema, è una idea nata negli Stati Uniti, in quella America profonda che ha portato Trump alla presidenza. Poi l’idea ha fatto proseliti coinvolgendo alcuni pope della chiesa ortodossa e alcuni oligarchi putiniani vicini, vicinissimi, ai nuovi sovranisti europei fino a diventare un convegno mondiale, come viene pomposamente definito. Sono anni che si celebra, ma mai, mai, si era tenuto in uno dei paesi del vecchio blocco europeo, un paese come l’Italia che dell’Europa è uno dei fondatori e che di questa istituzione condivide, o dovrebbe condividere, ideali e aspettative. Quest’anno, invece, è stata scelta Verona, città leghista che si è auto-definita ‘Città per la vita’, come se le altre fossero per la morte, in una regione quale è il Veneto, che dal tempo di Bossi ha espresso simpatie per la Lega, per di più in un momento in cui la Lega è al governo, sia pure insieme ai 5 Stelle. Una scelta politica, quindi, che più politica non si può. Non è un caso che il convegno, in un primo momento, avesse addirittura ottenuto la sponsorizzazione del governo, ritirata solo all’ultimo; e che al convegno hanno partecipato numerosi esponenti leghisti, primo tra tutti il nostro ministro degli Interni Salvini, ministro di tutti gli italiani, accolto a Verona come una rockstar.

“Da cattolica credente non posso che essere scioccata dai contenuti espressi da questo Congresso che legittimano una…

Pubblicato da Se Non Ora Quando – Libere su Mercoledì 20 marzo 2019

L’altra cosa che si sapeva fin dal principio è che il movimento Non una di meno aveva chiamato in piazza per una contro-manifestazione tutti quelli che non si riconoscevano nelle posizioni del convegno in un generico ‘No’ a qualunque cosa fosse mai uscita da quell’incontro. Nessuna parola d’ordine precisa, nessun riferimento alle donne e alla loro libertà e neppure alla specificità femminile, concetto cardine del femminismo. D’altra parte, quelle di Non una di meno si definiscono trans-femministe, dove il trans può stare per oltre ma anche per un rifiuto di un’identità sessuale. Le ragazze iniziano a marciare mettendo sul viso un fazzoletto che copre labbra e naso come i ragazzi della P38 negli anni del terrorismo quasi a negare ogni appartenenza, proclamano un rifiuto generico nei confronti delle istituzioni, qualunque istituzione, ma avanzano unite in nome di una protesta non facilmente identificabile. È proprio questo loro generico rifiuto, però, che ha fatto arrivare in piazza, sotto quel mantello, le sigle più disparate: dai vecchi  gruppi femministi, alle giovanissime che vogliono partecipare; dalla CGIL di Landini, agli scout delle parrocchie, a don Luigi Ciotti di Libera, alla Boldrini, a Livia Turco.

Dalla pagina Facebook del gruppo NONUNADIMENO

Dalla pagina Facebook del gruppo NONUNADIMENO

Un corteo lungo e affollato, certo, schiacciato sulla contrapposizione con quelli del convegno che hanno parlato dell’interruzione di gravidanza come di una strage di massa alla quale si potrebbe rispondere con l’adozione del feto; dell’utero in affitto come di una pratica destinata quasi esclusivamente agli omosessuali maschi; della separazione tra coniugi come di un istituto che priva i padri dei figli regalando alle madri immeritati benefici economici e affettivi.

Il rischio è che in questo scontro tra opposti non ci sia stato posto per una riflessione approfondita sulla “gravidanza per altri”, come abbiamo fatto noi di Se non ora quando-Libere quando ci siamo opposte al commercio dei neonati in nome del difficile concetto di limite e del rispetto per la persona umana. Ma non ci sia stato neanche posto per le donne comuni, alle quali è stato negato lo spazio per ripensare quanto hanno conquistato in questi anni e quanto ancora debbano penare per conquistare il resto; le donne che studiano ma non trovano lavoro; le donne che faticano a far quadrare il bilancio; le donne che la crisi economica e la disoccupazione hanno privato del piacere di sperare. E neanche posto per le famiglie, quelle che si affannano a crescere il loro unico figlio come quelle, sempre più rare, che di figli ne fanno più di uno: famiglie senza asili nido, senza degni congedi parentali, senza un vero sussidio pubblico, una abitazione adeguata, e spesso senza il tempo neanche di ascoltare con attenzione un telegiornale e cercare di capire come stanno le cose, a chi dar retta, su cosa poter contare. Famiglie abbandonate a loro stesse che ricevono un aiuto, quando c’è, unicamente dai nonni: l’autentico welfare all’italiana.

Se questa è libertà… Ecco il corteo femminista di Verona come l'ho raccontato su Avvenire.

Pubblicato da Lucia Bellaspiga su Lunedì 1 aprile 2019

Ma quello che più ha destato orrore e scandalo è stata l’offerta di due gadget per gli ospiti: un portachiavi di plastica rosa a forma di feto, battezzato col nome di Michele, e una spilletta in metallo a forma di due piedini per fortuna senza nome. No. È irrispettoso, violento e volgare affrontare in questo modo la discussione sull’aborto. Farlo significa ignorare quanti dubbi, quante angosce e quanto dolore ci sia per una donna dietro la decisione di non mettere al mondo un bambino. Discutere dell’aborto si può, ma si deve ricordare che la legge 194 vede calare, di anno in anno, questi interventi e che l’ideale per tutti sarebbe arrivare a zero aborti grazie alla diffusione dei molti anti-concezionali e perfino all’uso della ‘pillola del giorno dopo’ che blocca una gravidanza non desiderata. Come si può immaginare che una scelta simile sia fatta a cuor leggero? Che una donna vada ad abortire senza prima averci riflettuto? Come si può dimenticare che già oggi, chi vuole, può partorire nell’anonimato e affidare ad altri la cura del neonato? Che prima dell’intervento è previsto un colloquio con uno psicologo per chiarire i dubbi e contenere l’ansia? Scherzarci sopra è un atto ignobile. Irrispettoso nei confronti di chiunque, famiglie naturali e arcobaleno comprese.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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