INTERVISTE MAI PIÙ COMPLICI

ANDREA CALICE su caso Deborah: le istituzioni devono fare rete

Conferenza Procura di Tivoli, giudice Andrea Cadice (terzo da sinistra)
Conferenza Procura di Tivoli, giudice Andrea Cadice (terzo da sinistra)
Fabrizia Giuliani
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Andrea Calice è pubblico ministero, lavora presso la procura di Tivoli dov’è attivo il pool che si occupa di abusi su minori, maltrattamenti in famiglia, “stalking” e violenza di genere. La Procura di Tivoli è quella che ha in carico le indagini su Deborah Sciacquatori, la giovane che per difendere sé stessa, la madre e la nonna dall’ennesima aggressione violenta del padre, lo ha colpito uccidendolo. Deborah è stata rimessa in libertà, dopo i domiciliari: l’accusa nei suoi confronti è stata derubricata da omicidio volontario in eccesso colposo di legittima difesa. Andrea Calice, ovviamente, non può parlare dell’indagine in corso, ma accetta di rispondere alle nostre domande, che a partire da questo caso, provano a capire cosa funziona, e cosa ancora no, nel contrasto alla violenza di genere e alla violenza domestica.

Da questa vicenda, come da altre, emerge un contesto familiare condizionato da maltrattamenti e violenze continui e conosciuti da tutti. La denuncia della madre, il processo e poi l’arresto del padre, non hanno modificato la situazione. Perché non si è riusciti ad arrivare prima? Perché a volte resta solo l’autodifesa?

Partiamo dalle norme. Disponiamo di un buon quadro normativo, uno ‘zoccolo duro’ che funziona: le leggi sono aggiornate e sono buone leggi. Anche del testo che ora è in discussione alle Camere (n.d.r. Codice Rosso), io dò un giudizio positivo. Il punto debole è il coordinamento tra le istituzioni, un sistema di protezione capace di coprire la vittima in tutte le fasi del percorso di uscita dalla violenza. Senza una rete di solidarietà sociale è difficile garantire una tutela adeguata.
 
Queste collaborazioni forti tra attori istituzionali, società, Centri antiviolenza sono la chiave, ma esistono solo in alcune aree del paese – penso a Codice Rosa in Toscana –, siamo lontani ancora da uno standard nazionale…
 
È il nostro obiettivo. I centri antiviolenza fanno un lavoro straordinario, sono guidati da persone competenti e motivate, ma spesso senza risorse adeguate, e in solitudine. Espiata la pena, come in questo caso, l’autore della violenza torna in libertà, chi protegge la famiglia? Non basta che ciascuno faccia la propria parte, serve una visione comprensiva, non parcellizzata, del fenomeno della violenza per poterla combattere.
 
Il problema della fiducia nelle istituzioni è cruciale, basta leggere anche oggi la testimonianza di Antonia, la mamma di Deborah che afferma di non aver denunciato per paura di perdere la figlia. Nel nostro paese la violenza sommersa ha proporzioni enormi (solo il 10% delle donne denuncia): non si denuncia per ragioni di tipo culturale – fatica a riconoscere la violenza come tale, paura di intaccare l’unità familiare anche in presenza di abusi gravi e coinvolgimento di minori – e anche per sfiducia, appunto, nella risposta dei sistemi: “mi ascolteranno?”, “Sarò creduta/protetta”? 
 
È vero, le statistiche mostrano ancora percentuali bassissime di denuncia, ma dove ci sono presidi adeguati, la risposta è immediata e significativa. A Tivoli, da quando abbiamo avviato le iniziative mirate al supporto, le denunce sono raddoppiate: si sa che c’è chi ascolta e accoglie. I dati crescono perché il fenomeno emerge, non certo perché aumenta. Certo, senza quel continuum di protezione appena evocato, non sempre si riesce. Ma solo attraverso questi presidi capillari si può rispondere a un fenomeno pervasivo che ha profonde radici culturali. 
 
La cultura pesa…

Molto. Sono stato molto colpito dalla lettura di un questionario nel quale si chiedeva ai bambini di riconoscere quale fosse la parola ‘sbagliata’ – fuori contesto – riferita a papà e mamma. Tutti i bambini hanno assegnato ‘leggere e studiare’ ai papà, ‘lavare e stirare’ alla mamma: stereotipi, ruoli di potere, funzioni, ancora molto forti nella nostra cultura. Nella famiglia di Deborah esisteva un padre padrone, che con la violenza imponeva la propria legge: non è certo l’unico caso. Per molte donne straniere, legate a culture rigidamente patriarcali la situazione peggiora ancora. Sono ancora numerosi, purtroppo, i casi di querele revocate per pressioni familiari.
 
La violenza resta, insomma, un fatto privato?

In alcuni casi purtroppo sì. Anche in quest’ultimo caso, le violenze familiari erano note. Ma, ancora, vicini di casa e testimoni hanno affermato di non volersi ”intromettere in vicende che non li riguardavano”, confondendo la conflittualità con la violenza, il riserbo con un soccorso che in alcuni momenti è decisivo.
 
Restando sul piano della prevenzione, qual è la parola chiave?

Formazione continua. È il piano su cui più è necessario investire, in tutti i settori coinvolti: personale ospedaliero, forze di polizia, magistratura. È ciò che consente il riconoscimento. Ed è anche la chiave per avere uno standard omogeneo sul piano nazionale. La magistratura si è messa su questa strada, con una nuova sensibilità: il Consiglio Superiore ha emanato provvedimenti di carattere organizzativo per stimolare gli uffici giudiziari a dotarsi di modelli aggiornati e adeguati, rispettosi in primis della vittima e delle difficoltà che deve affrontare una volta intrapreso l’iter della denuncia. 
A Tivoli, con lo stesso obiettivo, abbiamo a nostra volta emanato una direttiva, linee guida per promuovere buone prassi per la polizia giudiziaria. Questi provvedimenti rappresentano orientamenti culturali nuovi, sono segni importanti.
 
Qual è invece, l’ostacolo maggiore?

Il tempo. Il nostro lavoro è spesso una lotta contro il tempo, segnata dalla paura di arrivare troppo tardi o di lasciare, appunto, delle falle, dei buchi dove può accadere l’irreparabile. Se il centro antiviolenza non è raggiunto per tempo, se la persona denunciata arriva prima, cosa può succedere?  Sono molte le incognite con le quali lavoriamo, nella consapevolezza che chi denuncia vive, dentro e fuori di sé, un conflitto profondo ed è sottoposta a forti pressioni. Ci vorrà tempo perché si affermi in modo diffuso il principio che la violenza di genere è una lesione dei diritti umani, come afferma il terzo articolo della Convenzione d’Istanbul, ma lavoriamo tutti per questo.
 

Chi ha scritto questo post

Fabrizia Giuliani

Fabrizia Giuliani

Sono nata a Roma, dove vivo con mio marito Claudio e i nostri figli, Antonio ed Ella. PhD, insegno filosofia del linguaggio e studi di genere alla Sapienza di Roma, dove coordino, con Serena Sapegno, il Laboratorio di Studi Femministi. Ho tenuto corsi di semiotica e linguistica in diverse università italiane, sono stata Fulbright Scholar a Harvard, e presso l'Università per Stranieri di Siena ho avuto l’incarico di Consigliera per le politiche delle pari opportunità. I miei lavori si sono concentrati sulla produzione del significato delle lingue storico - naturali e sulle modalità con le quali i sistemi simbolici danno conto della differenza tra i sessi. Sono coinvolta nella teoria e nella politica delle donne dai primi anni universitari, ho contribuito alla fondazione di DiNuovo e poi dell'avventura rivoluzionaria di Se non ora quando. Nel 2013 sono stata eletta deputata nelle liste del PD, dove lavoro in Commissione Giustizia.

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