ELEZIONI EUROPEE PARI E DIFFERENTI

Dove abbiamo lasciato la nostra differenza?

Simonetta Robiony
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Scorporando i dati di queste elezioni europee risulta che metà dell’elettorato femminile non è andato a votare. Non solo. Ma che il 37% di quelle che lo hanno fatto ha votato per Matteo Salvini. Un’assurdità. Salvini si presenta come l’uomo forte e decisionista, non ha mai preso le distanze dall’ultradestra di Casa Pound; non ha negato il suo appoggio a Pillon e al suo progetto di separazione coniugale che danneggerebbe proprio le donne; ha appoggiato il convegno di Verona sulla famiglia organizzato da cattolici conservatori che si battono contro l’interruzione di gravidanza; ha speso e spende pochissime parole per l’affermazione di quelli che si considerano valori femminili; chiede a voce alta la chiusura dei porti  per gli immigrati e l’apertura dei bordelli in nome di una prostituzione liberamente scelta. Eppure, le donne lo hanno votato.

Metà dell'elettorato femminile ha scelto l'astensione. Il 37% delle donne che invece si sono recate alle urne ha votato la Lega di Salvini #Europee2019

Pubblicato da Se Non Ora Quando – Libere su Mercoledì 29 maggio 2019

 

Perché tante donne votano la Lega di Salvini?

Per la paura dello straniero dalla pelle nera che potrebbe violentarle e ucciderle per strada? Forse, anche se si sa che le donne che muoiono per mano di un uomo sono per lo più uccise da mariti e fidanzati. Perchè il linguaggio elementare di Salvini viene compreso senza fare alcuno sforzo? Forse, dall’altra parte una società complessa come è l’attuale richiederebbe risposte complesse: quelle facili sono certamente sbagliate. Perchè non sperano più in niente tant’è che non vanno a votare, e quando vanno scelgono la faccia che più si vede in tv? Anche, ma non basta per essere considerati stimabili, occupare giorno e notte il piccolo schermo, impazzare sui social, fare selfie con chiunque, alzare la voce con l’avversario: torto e ragione devono essere messi alla prova dei fatti. Perchè per quel numero crescente di donne, che ha studiato ma non trova un lavoro e non può permettersi un figlio, sentirsi dire “prima gli italiani” può suonare rassicurante? Probabile, visto che l’elenco dei “prima io”, partito dagli Stati Uniti di Trump con “prima gli americani”, in Europa si è allargato a “prima noi inglesi”, “prima noi francesi”, “prima noi ungheresi”, “prima noi polacchi”. Perfino la Finlandia, la ricca e pacifica Finlandia, ha gruppi di destra che dicono “prima noi”.

Nel cuore della ‘questione femminile’ con Elena Ferrante

E le donne, affaticate, stanche, talvolta umiliate, sempre disilluse, si accodano nella speranza che qualcuno, fosse pure Salvini, possa aiutarle a campare meglio. Una prospettiva piccola e modesta: arrivare a fine giornata essendosi cavate qualche sfizio. Campare un po’ meglio. Ma campare meglio per fare cosa? Per avere un marito che lava i piatti la sera e cambia i pannolini al neonato; per ottenere uno stipendio uguale a quello del collega maschio che fa il suo stesso lavoro; per uscire da sole la notte tutelate dall’occhio di cento telecamere che tutto registrano. Le donne, le donne italiane comuni, pare non se lo chiedano, ma lo sognano: vogliono stare meglio. Meglio e basta. Meglio per fare cosa, se lo chiede, invece, Elena Ferrante, l’autrice de “L’amica geniale”, il romanzo italiano di maggior successo degli ultimi anni. E se lo chiede in un lungo articolo (su “Robinson” di Repubblica), che parte dall’esigenza di raccontare e scrivere e finisce per entrare nel cuore nella questione femminile di oggi.

La parità senza la nostra differenza: è una vittoria che può soddisfarci?

Se l’emancipazione femminile è stata ed è una strada percorribile, non facile ma percorribile, il femminismo della differenza si presenta, invece, come un viottolo impervio, segnato da crepacci e da massi. Avere più donne nelle liste dei partiti, più donne alla testa delle imprese, più donne nella magistratura, negli ospedali, nell’università, nella ricerca, nel giornalismo, perfino nell’esercito sembra una vittoria. Anzi lo è. Ma è una vittoria che può soddisfarci? Se le donne per ottenere quei ruoli devono omologarsi alla logica maschile dell’esercizio del potere, dove va a finire il loro specifico? Se il riconoscimento della diversità femminile non ce la fa a permeare la storia, e quindi la società, che vantaggio possono ottenerne le altre donne, quelle normali che non hanno voluto o potuto competere con i maschi usando le loro armi, armi che comunque sanno maneggiare meno bene degli uomini? Vincere per vincere non può bastare. Non deve bastarci.

Scalare la vetta insieme alle altre, è il momento di proporre la nostra visione del mondo

“Bisogna chiedersi piuttosto”, scrive Elena Ferrante, “dentro quale cultura, dentro quale sentimento del potere, con quali strumenti e competenze io scalo la vetta”. Il quesito è centrale. La nostra società sta cambiando in maniera assai rapida. È il momento di proporre una nostra visione del mondo. Dobbiamo provare a elaborare un nuovo sistema il nostro, di vivere, proteggerci, perdonarci e anche vincere. Non dobbiamo appiattirci sul modello maschile: dobbiamo resistere rimanendo noi stesse. Altrimenti la vittoria della singola donna non sarà utilizzabile dalle altre. Quando ci riusciremo, se ci riusciremo, ed è da sperarlo, anche le altre donne ne sentiranno i vantaggi e magari andranno a votare con piacere in tante, attente a non farsi illudere dal primo maschio sovranista apparso sulla scena.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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