BATTAGLIE SUCCEDE

Asili nido: sì grazie, e per tutti i ceti sociali

Simonetta Robiony
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No, il nido non è solo un posto dove le madri possono lasciare i loro bambini piccoli o piccolissimi fino ai tre anni, quando passano alla materna. Certo, l’annuncio del nuovo premier Conte di istituire nidi per tutti, a costo zero per i più bisognosi, è una buona notizia; anche se un annuncio resta un annuncio, ovvero un auspicio che non è detto diventi realtà. Senza un nido pubblico le giovani madri italiane, che oggi sono sempre di meno, non possono neppure pensare di cercare un lavoro, perché i nidi privati, quando ci sono, costano e costano tanto e non coprono l’intero orario di lavoro di un qualunque dipendente, perchè, se va bene, il nido chiude nel primo pomeriggio. Ma che a Palermo l’unico nido pubblico sia fuori uso, fatiscente e abbandonato, è una vergogna per l’Italia.

La fine della famiglia allargata

I nidi pubblici sono necessari così come è necessario incrementare il lavoro femminile che fa aumentare il nostro Pil e restituisce dignità e autonomia alle donne. Però non è solo per questo che sono indispensabili più nidi nel nostro paese. Anche una donna che non abbia intenzione di lavorare deve poterne aver bisogno. La famiglia allargata è finita perfino al sud e, comunque, caricare le nonne, a volte già in età avanzata visto che i figli si fanno sempre più tardi, non è giusto né per lei, né per il bambino che avrebbe bisogno di gioventù e allegria intorno a sé.

Il mito di mamma e bambino sempre uniti, 24 ore su 24, è falso. In passato i figli venivano cresciuti in famiglia; dalla mamma, una zia giovane, la nonna, una vicina di casa, i fratelli: la cura era collettiva. La stessa cura collettiva che può dare un nido che offre, in più, un servizio specializzato con un personale che ha studiato il modo migliore per accudire i piccoli.

Accesso al nido: un problema antico

Quaranta e più anni fa, nel mezzo degli anni Settanta, quando di crisi economica non si parlava e la globalizzazione non era neppure immaginabile, a Roma, io stessa non sono riuscita a utilizzare il nido. Sebbene mi avrebbe aiutato a crescere i miei due figli. Il nido privato era troppo costoso perchè potessi pagare due rette. E lo stipendio mio e di mio marito troppo alto perchè potessimo usufruire dei pochi nidi pubblici aperti. Ricordo che, in fila presso un ufficio comunale per avere informazioni, una mia ex compagna di liceo, una di famiglia agiata, mi disse: “perchè non ti separi? Io l’ho fatto. Mi sono separata per finta e ho avuto il posto”.

All’epoca esistevano le ragazze alla pari, straniere che venivano in Italia per fare una esperienza, imparare un po’ la lingua, allontanarsi da casa. Io ho avuto la fortuna di poter scegliere tra le ragazze svedesi in Italia per sei mesi. Tutte che avevano imparato a scuola, insieme ai compagni di classe maschi, come si cresce un bambino. Non si può arrivare a ingannare lo stato per avere diritto a un nido pubblico:è la premessa per imparare a frodarlo sempre, dalla pratica dell’evasione fiscale in giù.

Una signora come lei!

L’annuncio di questo nuovo governo  parla di asili nido pubblici gratuiti per chi ha un reddito basso e a pagamento per gli altri. Sembra  una proposta saggia: chi può paga, chi non può non paga. Ma qui c’è un rischio: il nido pubblico potrebbe diventare un ghetto riservato alle famiglie disagiate. Ho un altro ricordo. I miei figli alle elementari sono andati in una scuola  pubblica di un quartiere borghese come è a Roma il quartiere Trieste. Quando aprirono un doposcuola con il pasto preparato da noi genitori chiesi di poter usufruire anche io di questo servizio che avrebbe tenuto i bambini fino al pomeriggio, facendoli giocare in cortile se il tempo fosse stato bello.

Il direttore mi sconsigliò: “una signora come lei! Perchè vuole mettere i suoi bambini insieme a quelli che non hanno niente? A me non pare il caso”. L’ho fatto ugualmente: mia figlia ne è stata contentissima perchè si divertiva; mentre il figlio ha voluto tornare a mangiare a casa perchè si annoiava. Ma il direttore aveva ragione: quel dopo-scuola era un ghetto. Ecco, distinguere tra chi può pagare e chi no, espone a questo rischio, oltre al solito problema che la dichiarazione dei redditi, a volte, può non corrispondere alla verità.

Bambini di diversi ceti sociali insieme

Tra l’altro I ricchi, i veri ricchi, grandi commercianti, professionisti di successo, docenti universitari coltissimi con beni alle spalle, continuerebbero a mandare i loro piccoli ai nidi privati, chi per farli crescere in mezzo ad altri bambini con tanti soldi come i loro, chi per ottenere la migliore e più sofisticata educazione alla vita con le lingue straniere apprese insieme all’italiano e la pedagogia più alla moda. E il ceto medio si troverebbe a dover comunque pagare una retta per mandarli nel nido pubblico quando è proprio questo benedetto ceto medio ad aver sofferto di più per le restrizioni economiche che, piano piano, lo hanno coinvolto in questi ultimi dieci o addirittura quindici anni.

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Il bello della scuola pubblica, dal nido in avanti, consiste, invece, nel mescolare classi sociali diverse, nel misurarsi tra alunni proveniente da ceti sociali che in altro modo non si incontrerebbero mai; tra far sedere nello stesso banco il famoso bambino ricco e l’altrettanto famoso bambino povero cantati da Giorgio Gaber. Sembra ‘Cuore’ di De Amicis, vero, la descrizione di questa scuola ideale, già di suo classista a seconda che si trovi nel centro cittadino o in una periferia abbandonata. Ma se non si ricomincia da questo punto la distanza tra chi oggi ha molto o moltissimo e chi ha poco o pochissimo si andrà ad approfondire ancora di più. E non ne abbiamo proprio bisogno. Di distanze ne abbiamo già abbastanza.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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