LA RECENSIONE

Napoli e i nostri ricordi nel nuovo film di Cristina Comencini

Simonetta Robiony
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“Tornare” di Cristina Comencini, presentato nell’ultimo giorno della Festa del Cinema di Roma, in uscita da noi nell’anno che viene: è un film magnifico. Asciutto, essenziale, rigoroso. Cristina Comencini lo definisce “un thriller dell’anima”. Infatti, per chi sa leggere dietro le immagini, la tensione è costante, anche se apparentemente si tratta soltanto di un viaggio dentro i propri ricordi.

Alice, la protagonista, una bravissima Giovanna Mezzogiorno, torna dopo molti anni a Napoli per la morte del padre, lasciando in America un figlio ormai adulto e una vita regolare. Nella casa disabitata di Posillipo, messa in vendita da lei e dalla sorella, si affollano pezzetti di memoria della sua infanzia e della sua adolescenza, attraverso le presenze di se stessa bambina allegra e disubbidiente e di se stessa ragazza inquieta e ribelle. Non riesce, però, a rispondere a  un interrogativo che la tormenta come fosse un chiodo piantato nella mente:

…perchè mio padre volle allontanarmi all’improvviso da Napoli, dalla famiglia e dalla scuola mandandomi all’estero senza darmi neppure una spiegazione?

Nella ricerca del perchè la affianca un bibliotecario di mezza età che era stato suo compagno di giochi sugli scogli e tuffi nel mare che lei credeva di avere completamente dimenticato, mentre lui ha continuato ad amarla animato da una ossessione patologica.

Lo sguardo di Comencini sul destino femminile 

Le inquadrature di scorci, monumenti, giardini suggeriscono in maniera perfetta la solitudine in cui Alice sta facendo il suo percorso nel passato. Inoltre, forniscono una immagine di Napoli lontana da ogni stereotipo; perfino i vicoli del centro antico appaiono vuoti e inquietanti.

Gli attori sono tutti bravi. Quando questo capita, è merito del/della regista. Lo sguardo sul destino femminile è costante come in molti film di Cristina Comencini, dai drammi alle commedia. I dialoghi sono ridotti all’essenziale quasi fossero stati pesati con una bilancia per commuovere senza far piangere, perchè “Tornare” parla alla testa e al cuore.

Anni ’60, sperimentazione e femminilità

Per quelle che come me sono state ragazze negli anni ‘60, è un film sulla crescita di una intera generazione di donne pronte a esplodere nella rivolta del Sessantotto. Una generazione che ha provato a sognare ad occhi aperti anche attraverso piccoli atti di insubordinazione. Come scorciare le gonne; passare tanto eye-liner sulle palpebre; salire sulla moto di un ragazzo di passaggio. E anche andando a ballare in discoteca fino a tarda notte, sperimentando i primi turbamenti sessuali,  qua e là spandendo come un profumo la propria femminilità.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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