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Quanto sappiamo della condizione delle donne in Asia?

Ph. Alessandro Vitali [Tamil Nadu, India]
Simonetta Robiony
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In India, ha fatto molto discutere il caso di un’impiegata che ha denunciato il portavoce del Parlamento del Nepal per aver tentato di violentarla, in preda all’alcol e nel suo appartamento. È raro, infatti, che gli uomini di potere di lì debbano rispondere davanti alla legge per reati di natura sessuale, ma stavolta, prima i media, poi gli ambasciatori di diversi paesi stranieri, infine le Nazioni Unite, hanno protestato e il potentissimo uomo politico è stato arrestato.

Chissà se questo caso aprirà la strada a un nuovo atteggiamento verso gli abusi, le molestie e le violenze contro le donne, oppure se resterà isolato come una vera e propria eccezione, si domandano alcuni giornalisti indiani, sconfortati dalla condizione femminile nel loro paese. I dati sono terribili, riferisce l’Economist di ottobre, che ha dedicato tre pagine all’argomento. Da un’indagine sui membri del Parlamento e su alti dirigenti dello Stato e dei partiti, risulta infatti che ben 48 di loro erano stati accusati di aver commesso atti di violenza contro le donne; perfino esponenti di partiti diretti da una leader di sesso femminile.

ONU: Asia, due donne su tre vittime di violenze

Secondo le Nazioni Unite, in gran parte dei paesi asiatici la situazione delle donne è la peggiore del mondo, tanto che due su tre risultano aver subito dai maschi violenze di ogni tipo, dalle botte allo stupro. Si comincia con gli aborti selettivi: se una donna aspetta una figlia femmina è più facile che decida di abortire che se aspetto un figlio maschio. Si prosegue con la trascuratezza nella loro crescita: prima dei cinque anni il numero di bambine morte è più alto che quello dei coetanei maschi. Si va avanti con l’adolescenza: le femmine non vengono mandate a scuola o vengono allontanate dagli studi molto presto. Spesso sono costrette a matrimoni precoci contro la loro volontà e i mariti ricorrono frequentemente alle mani per indurle a ubbidire ai loro ordini. Lo dicono le statistiche.

In India, dal 2010 al 2015, sono morte per aver subito atti di violenze 40mila donne: è un numero più alto dei morti provocati dalla guerra nel Kashmir o dalle insurrezioni nel nord del paese. La discriminazione tra uomini e donne è evidente. Nel 2012 suscitò orrore e indignazione nel paese e in tutto il mondo lo stupro subito da una studentessa su un autobus a Delhi, ma quanti crimini sessuali perpetrati nei villaggi rurali arrivano a conoscenza dell’opinione pubblica? L’India, però, non costituisce un’eccezione.Il rispetto dell’autonomia femminile in molti dei paesi asiatici è un obiettivo irraggiungibile. Non c’è da stupirsi visto e considerato che perfino da noi, in Occidente c’è ancora molto da fare.

Il divorzio in Cina

Perfino in Cina, la grande Cina, che, in ossequio alla dottrina comunista, sembrava aver messo sullo stesso piano maschi e femmine, il divario tra uomini e donne, con la crescita del benessere economico, pare allargarsi. Pur essendo vietati i matrimoni forzati, un terzo delle fiction che affrontano il tema della vita in famiglia, parlano delle drammatiche condizioni in cui vivono le donne sottoposte ad abusi psicologici, fisici, sessuali, nonché a nozze precoci imposte dai genitori. Si sa. Sono molte le contraddizioni incontrate sulla via dello sviluppo da questo immenso paese che ammiriamo e che ci spaventa per il balzo in avanti compiuto in appena mezzo secolo. Ma questa del divario che s’allarga tra maschi e femmine è inaspettata. Nel 2016 la Cina ha voluto emanare una legge contro la violenza domestica, il chè appare un bene.

Contemporaneamente, però, a differenza che in passato, il divorzio comincia a essere considerato una piaga sociale. La nuova legge, dicono gli esperti, finisce, dunque per essere di poco aiuto alle donne: più che dai mariti violenti, le cinesi  devono guardarsi dai giudici. Se una donna oggi chiede il divorzio da un coniuge che non vuole concederglielo si espone, infatti, al rischio di non averlo. Perché? Secondo alcuni, la colpa sarebbe del presidente Pi Xi Jin Ping, un campione del tradizionalismo, uno che considera la famiglia un bene da proteggere ad ogni costo per promuovere una società che lui definisce: “armoniosa, stabile, avanzata, civile”. La prova? Il presidente della Cina ha alle sue spalle il divorzio dalla sua prima moglie ottenuto dopo appena tre anni di matrimonio, ma nominare questo divorzio in Cina è vietato, tanto che nessuno lo fa, quasi fosse un tabù. I giudici, rispettosi del volere del loro capo, si starebbero adeguando e, con la scusa che i cinesi con la ricchezza sono diventati più litigiosi, e i tribunali sono intasati da processi, finiscono col negare il divorzio alle donne; perché si fa prima a dire di no che a mettersi a studiare gli atti processuali per emettere una sentenza. Le donne ricche hanno avvocati costosi e aggirano l’ostacolo, le povere starebbero decidendo di sopportare in silenzio e non chiedere proprio più alla magistratura che il loro matrimonio sia dichiarato finito.

Piccoli passi, grandi cambiamenti

Noi europee, che pure ci battiamo tuttora per il rispetto completo dei nostri diritti e della nostra identità di genere, dalla parità salariale alle leggi contro il femminicidio, sappiamo poco o niente di come vivono le donne in Asia e di cosa devono sopportare per vedersi rispettate. Eppure, anche da loro qualcosa comincia a muoversi. Nascono movimenti ispirati al MeToo e non deve essere facile visto che da noi, in Europa, a differenza che negli Stati Uniti, il MeToo ha funzionato poco. Si fanno più numerosi gli attivisti in difesa dei diritti umani, a cominciare da quelli che riguardano la tutela delle donne. L’opinione pubblica più avvertita, quella che legge i giornali o consulta i siti internet, si scandalizza per sentenze balzane o vergognose come per crimini che provocano stupore e disgusto.

In Indonesia, per esempio, ha suscitato scalpore il giudizio della Suprema Corte che ha condannato per “violazione della pubblica decenza” una insegnante che aveva registrato le parole volgari e sessiste rivolta a lei dal suo capo per infastidirla e molestarla e le aveva fatte ascoltare nell’aula giudiziaria. L’insegnante, destinata a una breve carcerazione, è stata poi graziata dal presidente dell’Indonesia sull’onda delle proteste pubbliche.

Test della verginità per poter entrare nelle forze dell’ordine

In Corea del Sud ha provocato sdegno e dolore il suicidio di un’infermiera sconvolta dal vedere, diffuse in tutto l’ospedale, le sue immagini nude, registrate su un video privato; anche perchè sono molti i filmini messi sul web che riprendono di nascosto donne sul posto di lavoro mentre vanno nei bagni oppure si cambiano d’abito. L’industria dello spettacolo, molto fiorente nel paese, è stata recentemente messa sotto accusa per i numerosi casi di ragazze drogate, rapite, violentate magari solo perchè ingenuamente, sapendo ballare o cantare, nella speranza di avere successo, si erano mostrate troppo amichevoli e disponibili.

In Bangladesh è partito un movimento creato per convincere le donne ad andare dalla polizia a denunciare i maltrattamenti e le molestie che subiscono senza avere il coraggio di parlarne. In Pakistan è stata inaugurata una linea telefonica che si chiama “È ora” per permettere alle donne vittime di abusi di chiedere un aiuto immediato e ricevere consigli utili. Nelle Filippine è stato messo sotto accusa dalla stampa il presidente Duterte che si era permesso di fare battute inopportune sulle violenze alle donne. Piccoli gruppi di donne in Indonesia protestano perchè spesso chi vuole entrare nella polizia o nell’esercito deve sottoporsi a una visita medica che ne accerti la verginità. Nella Corea del sud, tra i paesi asiatici uno dei più americanizzati, impiegate e commesse hanno alzato la voce contro l’obbligo di recarsi al lavoro senza occhiali da vista e con un trucco pesante sul viso. È solo l’inizio. Vero. I segnali di un risveglio sono deboli. E le Nazioni Unite continuano a sfornare dati non incoraggianti. Ma è qualcosa.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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