IL POSTO DI SARA

Sacha Baron Cohen, un gran pezzo d’uomo

Joella Marano [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]
Joella Marano [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]
Sara Ventroni
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Viva Sacha Baron Cohen. Uomo bellissimo, e anche intelligente. Comico, attore, produttore, sceneggiatore britannico. And so on. Esponente del sesso maschile sopra la media dei soliti truci, dei distinti insipienti, dei tromboni di circostanza. Conosciamo questo brillantissimo attore da tempi non sospetti, almeno da quando indossava un’orrenda tuta di ciniglia cangiante color bronzo, e impersonava Ali G, un finto rapper dall’inglese sgrammaticato che va in giro a intervistare le persone più cool del mondo, con le domande più idiote del mondo. Indimenticabile il suo tête-à-tête con Noam Chomsky, ignaro di tutto e trombone di riporto, al quale Ali G chiede se c’è una differenza di competenze tra essere “multilingual” e “cunnilingus”.

Poi lo abbiamo visto in Borat, film sopravvalutato dalla critica del Foglio, o in Brüno, altro film sopravvalutato dalla stessa testata. Ma non abbiamo mai smesso di amare i personaggi minori di Baron Cohen. Stavolta invece abbiamo sottovalutato lui, il Sacha in persona. Pettinato, incravattato, e senza peli ascellari in vista.

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Nel ricevere l’International Leadership Award della Anti-Defamation League (ONG ebraica che combatte il razzismo e l’antisemitismo) in una manciata di minuti Sacha Baron Cohen ha dato una bella lezione alle democrazie mondiali, imbambolate dal dominio spensierato della Social Propaganda di Silicon Valley, e ai miliardi di comuni mortali che inoltrano notizie dei social network come fossero oroscopi della free press. Secondo Cohen:

Se ci fosse stato Facebook negli anni Trenta, Hitler avrebbe postato annunci per la soluzione del problema ebraico.

I social media sono piattaforme che non possono autoregolamentarsi. C’è un conflitto di interessi. Per loro calcolo non possono frenare l’indotto di odio – misogino, pedofilo, complottista, che fa aumentare vertiginosamente la partecipazione. I tycoon – dice Sacha – non possono regolarsi da soli. Occorrono le democrazie elette dai cittadini a dare un limite. Ecco. La cosa ci mette forse in imbarazzo? L’idea di un limite posto dalle democrazie suona come un insulto. Anche se sulle piattaforme viaggiano complotti, revisionismi, minacce. It is hard to draw the line. È difficile tracciare un limite, ma un limite ci serve.

Lo dice Greta con la voce di tutti i minorenni del mondo; lo dice Baron Cohen per frenare l’avidità dei nuovi potenti della terra, i plenipotenziari dei Social. E lo dicono anche le donne, su scala globale, quando si tratta di riproduzione umana: non tutto quello che si può fare si deve fare. Come affittare l’utero di una donna per avere il bambino che si desidera.

I nostri desideri, e le nostre pulsioni, non sono diritti. E non sono diritti nemmeno le nostre manomissioni del Pianeta, o degli esseri umani. Forse, una volta visto il limite, ridicolo, della smisuratezza dell’io e della sua idiozia, si apriranno mille porte per tutti. E torneremo a ridere.

Chi ha scritto questo post

Sara Ventroni

Sara Ventroni

Sono nata a Roma nel 1974. Attualmente collaboro con l'Archivio storico delle donne "Camilla Ravera" e con la Fondazione Istituto Gramsci. Ho pubblicato l’opera teatrale Salomè (No Reply, 2005); Nel Gasometro (Le Lettere 2006) e racconti sparsi (Sono come tu mi vuoi, Laterza, 2009; A occhi aperti, Mondadori, 2008; Scrittori in curva, Marotta&Cafiero 2009). Ho collaborato con Rai Radio 3 e sono stata editorialista dell’Unità. Anni fa, con il gruppo Di Nuovo abbiamo trovato la forza e le parole per riannodare, il 13 febbraio 2011, la relazione tra le donne e il paese. Ci siamo chieste, insieme agli uomini: Se non ora, quando? Oggi siamo ancora qui a domandarci – generazione senza figli e senza lavoro: che libertà?

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