INTERVISTE LA SOLITA SILVIA

LAURA FUSETTI sul calcio femminile: il problema sono i pregiudizi

Laura Fusetti, difensora centrale della nazionale di calcio femminile e giocatrice del Milan
Laura Fusetti, difensora centrale della nazionale di calcio femminile e giocatrice del Milan
Silvia Pizzoli
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Sarà che da piccola amavo passare la ricreazione a giocare a pallone con i miei compagni di classe, ma la notizia dell’approvazione dell’emendamento alla manovra che equipara le donne sportive agli sportivi professionisti uomini, mi ha riempito di gioia e soddisfazione. Dopo 38 anni la partita più importante è stata vinta: la disparità giuridica tra gli sportivi viene meno, dai campi, gli stadi, le piste alla legge, a dimostrazione che se vogliamo, quando vogliamo, il mondo lo cambiamo!

Inutile negare che una spinta forte in questa direzione l’hanno data anche le ultime avventure calcistiche della Nazionale femminile, capace di fare di più e meglio della maschile; è comunque giusto ricordare anche i risultati eccellenti ottenuti da tutte le ragazze dello sport azzurro: nuoto, sci, pallavolo, tennis, scherma, etc. Non c’è disciplina sportiva in cui le ragazze non brillino di luce propria e finalmente da ora potranno avere l’opportunità di essere sportive professioniste come i colleghi maschi!

Abbiamo fatto qualche domanda a Laura Fusetti, difensora centrale della nazionale di calcio femminile e giocatrice del Milan.

Dalla tua bio ho visto che hai iniziato a giocare da bambina, quando hai iniziato a percepire che c’era una differenza tra il calcio giocato da voi ragazze e quello dei ragazzi?

Ho iniziato a giocare a 7 anni nella squadra dell’oratorio; inizialmente non tutti erano favorevoli al fatto che le bambine giocassero a calcio, ma io mi reputo fortunata perchè i miei compagni sono sempre stati felicissimi di avermi in squadra con loro. Certo il calcio è sempre stato pensato da tutti come un gioco e uno sport per soli maschi, quindi questa “differenza” è sempre stata molto presente nella mia vita calcistica, altre ragazze non sono state fortunate come me, per loro è stata molto più dura…

E cosa si prova a fare le stesse cose di un ragazzo ma non essere considerate di pari livello?

Ho sempre pensato che non fosse giusto che noi ragazze facessimo gli stessi allenamenti, le stesse partite e non fossimo considerate delle professioniste; questa differenza tra dilettantismo e professionismo, però, può aver avuto un risvolto positivo: le ragazze che si sono avvicinate al calcio lo hanno fatto veramente per passione e amore per questo sport. Ad ogni modo, è giusto che abbiano gli stessi diritti e le stesse tutele lavorative; anche in questo io sono stata fortunata perchè giocando in un club importante (n.d.r. Milan) ho delle tutele lavorative, che ora, con questo emendamento potranno essere riconosciute a tutte le sportive. Fino ad oggi, infatti, per molte è stato complicato: pur primeggiando nelle rispettive categorie hanno comunque dovuto affiancare allo sport un’altra vita lavorativa, non potendo contare sulle stesse tutele giuridiche garantite invece ai colleghi uomini.

Che difficoltà incontrano le bambine e le ragazze che si avvicinano ad uno sport che nell’immaginario collettivo è (per fortuna sempre meno) appannaggio maschile? 

Il grande problema del calcio femminile sono i pregiudizi: molte bambine non hanno potuto giocare anche solo perchè i genitori non lo consideravano uno sport adatto. Fortunatamente oggi, soprattutto dopo il Mondiale, le cose stanno un po’ cambiando: tutti si sono appassionati e piano piano in molti stanno cambiando idea. Io lo consiglierei, è uno sport di squadra e come tutti gli sport di squadra ha una grande valenza formativa.

 

Chi ha scritto questo post

Silvia Pizzoli

Silvia Pizzoli

Nata a Roma. Studentessa, commessa, receptionist e oggi segretaria. Il 13 febbraio 2011, a pochi giorni dalla laurea, ero in Piazza del Popolo a manifestare per il rispetto della dignità delle donne. Alla soglia dei trent’anni le domande che da qualche anno ormai mi ronzavano nella testa hanno cominciato a farsi sentire di più. È passato un po’ e ancora non ho trovato tutte le risposte che cercavo, così ho deciso di ripartire da un aspetto determinante e imprescindibile: il mio essere donna nella relazione con l’altro e la società. Di qui l'incontro con Libere; è venuto il momento di impegnarmi perché mi sono convinta che la società civile non possa più restare silenziosa di fronte ai cambiamenti che la investono.

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