Economia in pillole

Gender gap ed economia in Italia: donne motore di un nuovo sviluppo

Antonella Crescenzi

Gender gaps nell’economia italiana: quali sono le ragioni e che ruolo hanno le politiche pubbliche? Ce lo spiega la rivista Economia Italiana che all’argomento dedica uno studio approfondito proprio nel suo ultimo numero. Negli ultimi venti anni le numerose ricerche sul tema, incluse quelle prodotte in Banca d’Italia – che ha ospitato il 10 dicembre u.s. la presentazione del volume -, hanno evidenziato i benefici derivanti da una maggiore presenza e valorizzazione del contributo delle donne nell’economia e nella società. In Italia, tuttavia, il raggiungimento della parità di genere nel mercato del lavoro è ancora lontano.

Occupazione femminile volano per l’economia

Nel 2018 il tasso di partecipazione femminile, pari al 56%, risulta il più basso tra i 28 paesi dell’Unione europea. Le donne, inoltre, guadagnano significativamente meno degli uomini e solo in poche raggiungono posizioni apicali sia nel settore privato che in quello pubblico. La ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro ha un impatto negativo sulla crescita economica. È dimostrato che, se la partecipazione femminile raggiungesse i livelli di quella maschile in ogni paese, ne conseguirebbe una notevole espansione del prodotto globale. Ad esempio, si stima che la rimozione delle barriere all’accesso all’istruzione e al mercato del lavoro per le donne spieghi, negli Stati Uniti, oltre un terzo della crescita del reddito pro capite registrata tra il 1960 e il 2010.

Per l’Italia la crescita potenziale prevista per i prossimi anni sarà fortemente condizionata dall’evoluzione della partecipazione femminile, visto che sono ben 8 milioni le donne attualmente inattive. Anche la qualità della crescita economica ne sarà condizionata in quanto le donne risultano in possesso di livelli d’istruzione più elevati di quelli maschili. Nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 44 anni, il 30% delle donne possiede un titolo di istruzione terziaria, a fronte del 20% per gli uomini. Questo divario riflette la forte crescita della quota femminile tra i nuovi laureati: pari a meno della metà nel 1990, ha raggiunto quasi il 60% negli anni più recenti.

Donne più istruite e preparate degli uomini

Il percorso scolastico e accademico delle giovani donne è inoltre caratterizzato da esiti spesso migliori rispetto a quelli dei loro coetanei, come dimostrano le rilevazioni PISA e INVALSI e le indagini AlmaDiploma e AlmaLaurea, anche se permane un gap in termini di competenze matematiche e scientifiche, gap che si sta comunque riducendo.

In altre parole: stiamo buttando via la componente più istruita della popolazione. E poi ci chiediamo perché non si cresce Linkiesta.it

Pubblicato da Se Non Ora Quando – Libere su Venerdì 28 dicembre 2018

Il raffronto tra i dati positivi nel campo dell’istruzione e quelli deludenti del mercato del lavoro segnala che, una volta concluso il percorso di studio, le donne non riescono a mettere a frutto le competenze acquisite sia come occupazione che come livelli retributivi. È fondamentale comprendere le ragioni di questo fenomeno e le possibili contromisure da adottare da parte dei policy maker. Qui sovvengono le analisi condotte nella rivista che mettono in luce: da un lato, i fattori di carattere sociale e culturale che condizionano pesantemente la piena partecipazione femminile al mercato del lavoro, dall’altro la ridotta efficacia delle politiche pubbliche.

Le donne in Italia, tra carenza di servizi e percezioni antiche

In Italia le donne sono le principali fornitrici dei servizi di cura e come tali sono ancora percepite. Secondo l’indagine dell’Eurobarometro su Gender Equality del 2017, nel nostro paese il 51% degli intervistati ritiene che il ruolo più importante della donna sia quello di accudire la famiglia e i figli; in Svezia questa quota è solo dell’11 per cento. A questo atteggiamento fa riscontro un sistema di welfare non idoneo a colmare o almeno ridurre lo squilibrio nella ripartizione delle responsabilità familiari. Il sostegno alle famiglie, soprattutto nell’alleviare il peso dei carichi di cura attraverso l’offerta di servizi, è insufficiente, nonostante i miglioramenti apportati negli ultimi anni. Secondo i dati Istat, meno di un bambino su quattro ha la possibilità di frequentare un asilo nido pubblico. I divari territoriali, poi, sono drammatici, con forte penalizzazione del Mezzogiorno.

Il problema della Condivisione e del Gender pay gap

Alle difficoltà economiche derivanti dalla carenza di servizi che le donne incontrano per una più piena partecipazione al mercato del lavoro, si aggiunge il fattore di natura culturale, consistente nell’asimmetria nella ripartizione dei compiti di cura e lavoro domestico, che genera una vera e propria disuguaglianza tra uomini e donne. Il divario retributivo a sfavore delle donne in molti casi non è altro che la conseguenza dell’insieme delle condizioni che limitano la quantità e la qualità del lavoro femminile. Ad esempio, la scelta del part time, e quindi di minore guadagno, può essere obbligata dalla necessità di dedicare più tempo alle cure familiari. La scelta di non trattenersi al lavoro più dello stretto necessario, e quindi di non competere con chi può farlo tranquillamente, limitando così le proprie prospettive di carriera, può essere determinata da una scarsa collaborazione del partner nei problemi del quotidiano.

Di qui il nostro progetto ‘Riprendiamoci la maternità!’

Ma c’è un’altra grave conseguenza delle condizioni nell’insieme frustranti cui sono sottoposte le donne che nel nostro paese lavorano o vorrebbero lavorare di più e meglio: il rinvio sempre più in là negli anni della maternità o addirittura la rinuncia ad essa, vista come un ostacolo o un impegno troppo gravoso da affrontare solo con le proprie forze, si riflettono nel basso livello del tasso di fecondità dell’Italia, pari a 1,29 figli per donna nel 2018, il più basso tra i paesi dell’Unione europea insieme a quelli di Malta e Spagna. Si avvera, pertanto, in Italia ciò che mostrano le statistiche in tutti i paesi avanzati: a più elevati livelli di occupazione femminile corrispondono più elevati tassi di fecondità, e viceversa…appunto…

Senza contare le derive psicologiche e sociali di un tale atteggiamento, il problema è enorme per le prospettive a lungo termine del paese in termini di crescita economica e sostenibilità del welfare, pensioni e sanità.

Che fare? Occorrono politiche più attive

Che fare? Occorrono politiche più attive un’offerta di servizi di qualità e quantità proporzionata alle esigenze effettive; incentivi fiscali al lavoro femminile; sostegni alle famiglie con figli; normative sui congedi di maternità e paternità più innovative, anche facendo riferimento alle esperienze di altri paesi europei più avanzati su questa strada; maggiore contrasto agli stereotipi attraverso l’educazione e la formazione già nei primissimi anni di vita.

Fondamentale sarà mettere al centro delle scelte di policy, l’obiettivo di elevare l’occupazione delle donne e il loro ruolo nella società, rinunciando a politiche miopi e favorendo una maggiore presenza femminile nei posti di comando quale modello per le giovani e per avviare un cambio di mentalità (bene, ad esempio, il previsto rinnovo della legge Golfo-Mosca sulla “quota rosa” nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa e delle partecipate, quota giustificata dalla necessità di accompagnare e favorire una transizione epocale).

Il costo finanziario delle misure necessarie a conseguire l’obiettivo non dovrà essere marginale e/o offerto come un “contentino”, bensì inserito pienamente all’interno di una visione complessiva della politica economica, che contemperi rigore finanziario e sviluppo. Si potranno anche prevedere utilizzi più proficui dei fondi europei e recuperi di nuove fonti di finanziamento sempre a livello europeo. L’economia italiana non cresce da più di venticinque anni. Forse è arrivato il momento di dare una svolta: il contributo delle donne, insieme a un rinnovato percorso riformatore, potrebbe essere il motore di un nuovo sviluppo.

Qui di seguito trovate i link per scaricare i vari file degli interventi e degli studi.

Gender gaps in Italy and the role of public policy

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Chi ha scritto questo post

Antonella Crescenzi

Antonella Crescenzi

Economista, sono stata dirigente del Ministero dell'Economia e delle Finanze e della Presidenza del Consiglio dei Ministri; ho curato l'analisi dell'economia italiana, le politiche europee, le tematiche del lavoro e di genere. Ho pubblicato vari scritti su tali aspetti e sulla crisi economica mondiale. Sono sposata da 35 anni e ho un figlio musicista. Vivo a Roma. Non sono mai stata iscritta a partiti, sindacati e associazioni ma ho sempre avuto a cuore la questione femminile. Partecipando a Se non ora quando, prima, e a Libere, dopo, ho creduto di fare la cosa giusta per favorire un cambiamento non più rinviabile della nostra società.

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