INTERVISTE PARI E DIFFERENTI

Donne ricercatrici, lontane dai vertici vicine tra loro

Simonetta Robiony
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A isolare il coronavirus, l’infezione respiratoria che viene dalla Cina, da noi, allo Spallanzani di Roma, sono state tre donne di cui una, la più giovane, è ancora precaria, tutte coordinate da un’altra donna alla testa del laboratorio di virologia. Lo Spallanzani, però, non è un caso isolato, anzi. Nei laboratori di ricerca, pubblici o privati, la presenza femminile è molto cresciuta negli ultimi vent’anni, tanto da diventare prevalente, così come si avvia a diventarlo quello degli studenti di medicina, sempre più spesso ragazze.  Abbiamo chiesto a Stefania Capone, una biotecnologa romana, che da vent’anni lavora in questo settore sempre in aziende private, come spiega la femminilizzazione del suo settore:

È vero. Nella biomedica e nella bio-farmaceutica, sia come biotecnologi che come biologi, oggi lavorano molte donne. Io ho fatto il primo corso di laurea breve istituito all’università “La Sapienza” di Roma e ho trovato immediatamente uno spazio in una azienda privata. Attualmente la mia è una azienda piccola, ma siamo un gruppo molto coeso.

Anche ai vertici ci sono donne?

Nella mia azienda in posizioni apicali ce ne sono tre, ma non è ovunque così. È una tendenza che si comincia a vedere e che in futuro, credo, sarà ancora più evidente. La maggior parte delle donne, però, che lavorano in questo tipo di ricerca occupano posizioni basse o intermedie. Ai vertici, anche se la differenza tende a raggiungere un equilibrio, ci sono ancora uomini.

Le donne, proprio perchè naturalmente preparate all’accoglimento e alla cura di un bambino, sono più attente, più precise, più costanti dei maschi e, quindi, più adatte a un lavoro che richiede queste qualità?

Non credo che si debba ricorrere a questi stereotipi in un campo come la ricerca. Non mi appartiene sostenere che la femmina è più accurata e collaborativa ma non ha colpi di genio, mentre il maschio è ‘pecione’ ma più creativo. Adesso la ricerca si fa sempre in gruppo. I tempi dello scienziato solitario che faceva la grande scoperta sono finiti.

Come spiega, allora, la preponderanza femminile nei laboratori?

A mio parere quello che vale per altre discipline vale anche per la nostra: le ragazze sono più studiose. Si vede al liceo, si vede nei corsi di laurea, si vede nella ricerca dove non si può mai smettere di studiare perché occorre essere aggiornati.

Eppure ai vertici degli istituti, compreso lo Spallanzani, c’è un uomo.

Vero. I maschi sono più ambiziosi, sgomitano per andare ai convegni, si mettono in luce e fanno più carriera. Le donne è come avessero ancora paura di assumere il peso della responsabilità del comando. Inoltre, per le donne c’è la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, una difficoltà molto avvertita da noi visto che l’Italia fa poco o niente per renderci il percorso più semplice. Ma questo succede in tutti i settori, anche se lentamente le cose stanno cambiando.

A parità di mansioni avete la stessa retribuzione dei maschi?

Non ne parliamo mai, ma penso non ci siano differenze nelle aziende private, almeno in quelle più piccole dove si lavora sempre tutti insieme. Nel pubblico è diverso perchè gli investimenti per la ricerca sono bassissimi da noi e si può restare precari a lungo: più spesso a restarci sono le donne che vorrebbero rispettare un orario, hanno casa e figli e appaiono per tutto ciò  meno affidabili. Personalmente guadagno bene e sono soddisfatta.

Lavorare in un gruppo quasi solo femminile, secondo alcuni, dovrebbe suscitare più invidie, più gelosie, più pettegolezzi.

A me non sembra affatto. Perfino tra le attrici, dove primeggiare è un obbligo, si sta affermando sempre più spesso lo spirito di collaborazione. Sono storie vecchie che, a maggior ragione, in un lavoro di gruppo come il nostro, che sia ricerca bio-medica o ricerca bio-farmaceutica, non hanno alcun senso. Serve solo passione e studio.     

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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