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Caso Manduca, una sentenza vergognosa

Dal film "I nostri figli" ispirato alla storia dei figli di Marianna
Dal film "I nostri figli" ispirato alla storia dei figli di Marianna
Simonetta Robiony
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“Nun ce se crede”, diceva il segretario di redazione de La Stampa, a Roma, quando portava sul tavolo del giornalista una agenzia, all’epoca ancora di carta, con una notizia che appariva incredibile. Ecco, “non ci si crede” potremmo dirlo oggi di fronte a una sentenza della Corte d’appello di Messina, che ha definito un femminicidio del 2007: “un femminicidio inevitabile”, nonostante le dodici denunce – ripeto, dodici -, che la donna aveva  fatto contro questo marito che la minacciava di morte in continuazione con un coltello ed era arrivato a romperle la testa con una sedia.

La storia di Marianna

Marianna Manduca, madre di tre figli, aveva trentadue anni quando fu uccisa, a Palagonia, in Sicilia, dal marito Saverio Nolfo dal quale si era separata, per sfuggire alla sua furia, rifugiandosi a casa dei genitori: i tre bambini, e anche qua c’è da chiedersi quale ragionamento abbiano fatto allora i giudici, erano stati lasciati al padre. Un tossico che aveva perso il lavoro, un uomo notoriamente violento, che per di più aveva fatto loro credere di essere stati abbandonati dalla madre.

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L’uomo è in carcere a scontare la sua pena, ma i parenti di Marianna Manduca, di fronte a quella che Garcia Marquez avrebbe chiamato la “Cronaca di una morte annunciata”, avevano deciso di promuovere una causa contro la Procura di Caltagirone che non aveva ascoltato il grido di disperazione della donna. La sentenza di primo grado aveva dato loro ragione parlando di “non scusabile negligenza” da parte della Procura, tanto che i tre figli della coppia avevano ottenuto 250mila euro di risarcimento per la morte della madre.

I nostri figli, la fiction della Rai

I bambini, rimasti all’improvviso, senza padre né madre, erano stati presi in affido e poi adottati da Paola e Carmelo Calì, un cugino della madre da anni residente a Senigallia, lontano geograficamente, ma ancora di più culturalmente, dalla Sicilia e da quella sua magistratura. Con la somma ricevuta i genitori adottivi avevano aperto un bed and breakfast per contribuire in questo modo alle spese per il loro mantenimento. Un atto di generosità che aveva moto colpito l’opinione pubblica, anche perché la coppia aveva già due figli e non era certamente ricca.

Non è, quindi, un caso che su questa vicenda la Rai abbia prodotto il film “I nostri figli” con Vanessa Incontrada e Giorgio Pasotti, andato in onda il 25 di febbraio, pochi giorni fa, su Raiuno a dimostrazione che contro le sentenze ingiuste bisogna battersi con tutte le forze perché si  può perfino vincere.

Nel 2019 la decisione che ribalta la sentenza di primo grado: si ricomincia da capo.

Intanto l’iter giuridico va avanti. Nel 2019, pochi mesi fa arriva la decisione del Tribunale d’Appello di Messina che ribalta la sentenza di primo grado. Si ricomincia tutto da capo. Con questa sentenza, infatti, non solo la Procura di Caltagirone viene completamente assolta da ogni responsabilità, ma la famiglia di Marianna Manduca deve restituire allo stato il denaro ricevuto perché dietro quell’omicidio non ci sarebbe stata alcuna colpa da parte dei magistrati, neanche una trascuratezza, una superficialità.

La spiegazione è che il marito di Marianna era deciso a ucciderla e seppure le forze dell’ordine gli avessero tolto il coltello con cui, dopo averla più volte minacciata, l’ha portata alla morte, l’uomo ne avrebbe potuto comprare uno nuovo pur di raggiungere il suo scopo. Da qui la definizione di “femminicidio inevitabile”, come fosse un destino. Non c’erano nel 2007 le norme che oggi tutelano di più e meglio le donne minacciate dai loro compagni, dicono quelli  del Tribunale di Messina, quindi non si poteva fare niente per difendere Marianna Manduca dal suo assassino.

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È davvero una vergogna che una morte tanto ingiusta possa arrivare a questa conclusione. Marianna Manduca, che lavorava come geometra in uno studio, aveva gridato più volte, a voce alta, di aver paura per la sua vita. “L’atteggiamento violento e prevaricatore di mio marito”, aveva scritto in una delle tante denunce, “non si ferma davanti a niente”. E l’ultima volta che aveva dettato a un brigadiere dei Carabinieri la sua denuncia, le parole con cui spiegava perché temeva per la sua vita si concludevano con un rassegnato: “Non mi rimane che continuare a denunciare nella speranza che qualcuno mi ascolti”.

La lettera di Carmelo a Mattarella

Nessuno l’aveva ascoltata e oggi, nonostante ai tempi in cui Paolo Gentiloni era presidente del Consiglio e il racconto dei tre bambini adottati da un cugino della mamma uccisa dal padre, era diventato assai noto al pubblico, ci fosse stato l’impegno di  trovare un accordo e concedere ai tre piccoli figli un risarcimento economico per la tragedia di cui erano vittime, la parola spetta solo alla Cassazione che può respingere oppure confermare la sentenza del Tribunale di Messina.

La fiducia nella giustizia, però, tra i figli di Marianna Manduca comincia a vacillare. Tanto che il più grande, diciotto anni appena compiuti, ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica Mattarella pregandolo di aiutarli. La Cassazione può fare molto, nel bene ma anche nel male: è meglio tentare con una supplica per evitare che lo stato tolga loro anche il piccolo aiuto economico che hanno ricevuto.  Non ci si crede. Non ci si vuole credere. Ma l’Italia, purtroppo, è ancora questa.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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